Categoria: Viaggi nel Mondo

  • Viaggio in Marocco: cambiare abitudini e ritrovare il senso

    Viaggio in Marocco: cambiare abitudini e ritrovare il senso

    Un viaggio in Marocco di 15 giorni tra città, deserto e incontri: un’esperienza nata in un momento difficile per cambiare abitudini e ritrovare senso

    Perché ho scelto un viaggio in Marocco

    Sono partita per il Marocco in un momento critico della mia vita. Ad agosto mi sarei probabilmente trovata sola. Sentivo il bisogno di dare una forma diversa alle giornate e realizzare un desiderio rimandato: viaggiare, conoscere luoghi e culture differenti dalla mia.

    Non cercavo di dimenticare ciò che stavo vivendo. Volevo dare un nuovo senso al tempo, cominciando da un cambiamento nelle mie abitudini.

    Ho scelto il viaggio sapendo che partire richiede risorse, tempo e condizioni personali che non tutti hanno. Per me è stata una possibilità concreta in quel momento. Affrontare un periodo difficile può richiedere scelte diverse, anche all’interno della propria quotidianità.

    Dal 7 al 21 agosto ho attraversato città, montagne, oasi, deserto e costa atlantica, insieme ai miei compagni di viaggio.

    Questo è il primo articolo di esperienzanarrata nel mondo. Per scriverlo ho ripreso le fotografie, le registrazioni delle guide e gli appunti raccolti lungo il percorso. Racconto alcuni luoghi e incontri, intrecciando le parole ascoltate con ciò che ho vissuto.

    Approfondirò le singole tappe nei video su YouTube, attraverso le fotografie e la mia voce.

    Viaggio in Marocco: quindici giorni con un gruppo di sconosciuti

    Per questo viaggio in Marocco ho scelto Avventure nel Mondo. Era la mia prima esperienza con questa formula. Il gruppo era composto da quindici partecipanti e un coordinatore, provenienti da Lombardia, Piemonte, Lazio, Campania e Puglia.

    La mattina della partenza, Tiziana, una cara amica, mi ha accompagnata presto alla stazione Bovisa. Un caffè, un selfie e una risata, poi il treno per Malpensa. A Casablanca ho cenato con i compagni partiti da Milano. Tra tajine, cous cous, dolci e tè alla menta ho cominciato ad associare i nomi ai volti. A mezzanotte sono arrivati gli altri.

    Per quindici giorni ho condiviso con loro pulmino, camere, orari, decisioni e stanchezza. Li ho conosciuti poco alla volta, ciascuno con la propria storia e le proprie abitudini. Sono emerse anche tensioni, affrontate nel gruppo con la volontà di continuare a stare insieme.

    Per me, che sono una solitaria, è stato un esercizio e una sfida personale. Ho dovuto accettare comportamenti diversi dai miei, esprimere un disagio e ascoltare gli altri. Il coordinatore curava l’organizzazione; la convivenza dipendeva da ciascuno di noi. È presto per parlare di nuove amicizie. Intanto stiamo cercando di combinare un incontro per rivederci.

    Anche l’autista marocchino, un giovane uomo, ha avuto un ruolo importante. Ci ha accompagnati per tutto il viaggio, consigliando ristoranti e tappe che conosceva personalmente. Con lui abbiamo condiviso momenti di leggerezza, ascoltando musica marocchina, italiana e internazionale. Si è integrato nel gruppo, conservando riservatezza e semplicità. Non siamo riusciti a coinvolgerlo oltre l’orario lavorativo; la sera ritrovava il proprio spazio tra le persone del posto. Ho apprezzato la sua disponibilità senza protagonismo.

    Viaggio in Marocco: la moschea Hassan II a Casablanca

    «Bisogna viaggiare e fare domande per capire la verità della gente.»

    Era l’8 agosto. La moschea Hassan II è stata la prima tappa del nostro viaggio in Marocco e l’unica visita a Casablanca. Siamo arrivati presto: c’erano pochi turisti e l’immensa spianata era ancora tranquilla. Abbiamo camminato e fotografato senza folla, godendoci quello spazio aperto sull’Atlantico.

    La guida che ci ha accompagnato in questo luogo alternava spiegazioni, aneddoti e battute in italiano. Appena entrati, ci ha fatto notare che parte della moschea poggia sul mare, sostenuta da giganteschi pilastri in cemento armato. Intorno, stucchi e legno di cedro lavorati a mano. Ci raccontava anche del contributo italiano nella lavorazione del marmo, nelle porte in titanio e nei lampadari di Murano.

    Secondo il suo racconto, la costruzione richiese sei anni e mezzo. Operai e artigiani lavorarono giorno e notte, su tre turni. Anche la popolazione contribuì al finanziamento dell’opera voluta da Hassan II.

    Mi ha colpito soprattutto la spiegazione del tetto centrale scorrevole, che si apre in cinque minuti. Con l’apertura cambiano luce, colori e aria: i fedeli rimangono nella moschea, ma pregano sotto il cielo.

    Nella sala delle abluzioni, la guida ci ha mostrato i gesti della purificazione prima della preghiera. Pur non essendo musulmana, ho percepito la forza di una fede vissuta nei gesti, nel silenzio e nel raccoglimento del corpo.

    La guida raccontava la convivenza e il dialogo tra religioni diverse in Marocco. Nelle sue parole ho ritrovato esperienze vissute con famiglie e bambini musulmani, nel lavoro educativo domiciliare e a scuola. Nella quotidianità avevamo saputo condividere le nostre fedi e rispettarci, costruendo relazioni anche attraverso le differenze. Ascoltandola, ripensavo a quelle persone: il dialogo di cui parlava aveva per me volti e storie precise.

    Viaggio in Marocco: Rabat, la Torre Hassan e il Mausoleo di Mohammed V

    A Rabat, davanti al Mausoleo di Mohammed V, abbiamo ascoltato la storia delle guardie a cavallo. La guida ci ha spiegato che sono militari e che questo incarico si tramanda spesso di generazione in generazione. Ciascuno può, però, scegliere se continuare la tradizione. Cavallo e cavaliere vengono sostituiti dopo circa un’ora e mezza di servizio. Dietro quelle figure solenni prendevano così forma storie familiari e scelte personali.

    Il mausoleo custodisce le tombe di Mohammed V e dei suoi figli, re Hassan II e il principe Moulay Abdallah. Marmo, legno scolpito, stucchi e decorazioni geometriche richiamano la tradizione artigiana marocchina. La guida ci ha raccontato anche della presenza di materiali italiani, tra cui il marmo di Carrara e il travertino. Ufficio del turismo marocchino

    Nel suo racconto è tornato il rapporto di Mohammed V con gli ebrei marocchini, che lo ricordano come un sovrano protettore. Questa memoria rimane forte, mentre il suo ruolo durante il regime di Vichy è oggetto di dibattito storico. Il Marocco era allora sotto protettorato francese. Nel 1940 e nel 1941 furono promulgati decreti antiebraici, nel quadro delle politiche discriminatorie del regime di Vichy. Approfondimento storico

    Poco distante, la Torre Hassan e le file di colonne raccontavano, invece, un progetto interrotto. La torre avrebbe dovuto essere il minareto di un’immensa moschea, voluta nel XII secolo dal sovrano almohade Yaʿqūb al-Mansūr. Alla sua morte, nel 1199, i lavori si fermarono. Secoli dopo, il terremoto di Lisbona del 1755 danneggiò ulteriormente il complesso. Oggi la torre incompiuta e le colonne sulla spianata permettono ancora di intuire le dimensioni dell’edificio progettato. La storia della Torre Hassan

    Rabat diventa capitale

    Dopo il periodo almohade, Rabat attraversò una lunga fase di declino. La sua rinascita politica arrivò nel 1912, con l’inizio del Protettorato francese. Secondo la nostra guida, i francesi preferirono Rabat a Fès soprattutto per il clima più mite, grazie alla vicinanza dell’Atlantico, e per una struttura urbana più semplice da controllare rispetto all’intricata medina di Fès.

    La città moderna venne costruita accanto a quella antica, senza cancellarla. È proprio questo dialogo tra passato arabo-musulmano e urbanistica del Novecento ad aver contribuito al riconoscimento di Rabat come Patrimonio dell’Umanità UNESCO.

    Siamo poi entrati nella Kasbah degli Oudayas, nata in posizione strategica per controllare il territorio, il fiume Bouregreg e l’accesso dal mare. In seguito accolse anche popolazioni provenienti dalla penisola iberica.

    Lungo il Bouregreg, che separa Rabat da Salé, il paesaggio cambia ancora. Qui la capitale contemporanea si esprime attraverso nuovi edifici e soprattutto nel Grand Théâtre de Rabat, progettato da Zaha Hadid, con forme fluide ispirate proprio al movimento del fiume.

    In questa tappa del viaggio in Marocco, le parole della guida sembravano unire due immagini della stessa città. Da una parte, la cittadella costruita per difendersi; dall’altra, una capitale che continua a trasformarsi, senza rinunciare alla propria storia.

    Chefchaouen e Volubilis: tra azzurro e pietra

    Siamo arrivati a Chefchaouen la sera, stanchi, senza riuscire davvero a coglierne l’atmosfera. La mattina seguente ci siamo alzati presto e la città si è mostrata in tutta la sua particolarità. Case, porte, scale e vicoli declinati nelle diverse tonalità dell’azzurro spiegano immediatamente perché sia conosciuta come la “città blu”. Camminare nella sua medina ha qualcosa di suggestivo, quasi irreale: è come entrare in un paese delle fiabe.

    A Volubilis la visita, purtroppo, è stata breve. Avremmo dovuto soffermarci maggiormente per scoprirne la storia, mentre il nostro passaggio si è limitato quasi a un attraversamento tra i ruderi, davanti ai mosaici, alle colonne ancora in piedi e a quelle distese a terra.

    Volubilis fu un importante centro della Mauretania Tingitana romana, ma la sua storia comprende culture precedenti e successive alla presenza romana. È sicuramente un luogo da visitare la mattina presto, soprattutto per chi ama l’archeologia e la storia.

    La valorizzazione di questo territorio mi è sembrata ancora in divenire, e forse proprio per questo avrei desiderato fermarmi più a lungo, per comprendere meglio ciò che quelle pietre ancora raccontano.

    Fès: nella medina e alle concerie Chouara

    A Fès abbiamo incontrato una città viva, operosa e complessa. Nella sua medina, Patrimonio dell’Umanità UNESCO, ho capito quanto fosse preziosa la presenza della guida. Senza di lei, tra strettoie, passaggi e continui incroci, sarebbe stato facilissimo perdere l’orientamento.

    Ci ha mostrato anche alcuni piccoli segnali utilizzati nella medina: il cartello esagonale indica un vicolo cieco, mentre altri simboli aiutano a riconoscere le vie di passaggio. Dettagli che, in una città così intricata, diventano parte del modo di leggerla e attraversarla.

    Alle concerie Chouara, però, la bellezza dei colori ha lasciato spazio a un’impressione più profonda. Durante la nostra visita prevalevano tonalità beige, marroni e grigie. La guida ci ha spiegato che i colori delle vasche cambiano secondo le fasi della lavorazione e anche nel corso delle stagioni. Avevo visto fotografie con colori più accesi, come l’arancione, il rosso e il rosa, che forse avrei preferito incontrare.

    L’odore, invece, è fortissimo e accompagna quasi tutta la visita.

    Ma ciò che mi ha colpito maggiormente sono stati gli uomini al lavoro, immersi nelle vasche e impegnati fisicamente nel trattamento delle pelli. È un lavoro manuale durissimo.

    Guardandoli, le borse, le cinture e le babbucce esposte nelle botteghe assumevano per me un significato diverso. Dietro un prodotto naturale come la pelle apparivano prepotentemente il tempo, il sapere artigianale e soprattutto la fatica delle persone che lo hanno realizzato.

    Forse è proprio questo che la visita mi ha lasciato: dietro la bellezza di un oggetto c’è spesso una storia di lavoro che, da lontano, non vediamo.

    La valle dello Ziz e l’incontro con un villaggio amazigh

    Lasciata Fès, il viaggio ci ha portati verso Ifrane e Midelt e poi lungo la valle dello Ziz, in direzione di Merzouga. Qui il paesaggio ha cominciato a cambiare e anche il viaggio ha assunto un ritmo diverso.

    La guida ci ha parlato, in questa parte del viaggio in Marocco, delle radici amazigh, spesso indicate in Europa con il termine “berbere”. Ci ha ricordato che l’identità marocchina non può essere definita semplicemente araba, perché nasce dall’incontro tra componenti amazigh, arabe, africane, andaluse, ebraiche ed europee.

    La lingua tamazight, profondamente legata alla storia e alle tradizioni delle comunità amazigh, è stata riconosciuta come lingua ufficiale del Marocco dalla Costituzione del 2011.

    Abbiamo soggiornato in una struttura ricettiva molto semplice, ancora in trasformazione. I proprietari stavano cercando di renderla sempre più accogliente, ampliando gli spazi e organizzando anche un ristorante. Non aveva il comfort degli alberghi incontrati in altre tappe, ma permetteva di entrare in contatto con una dimensione più essenziale del viaggio.

    La sera abbiamo condiviso una cena amazigh, accompagnata dalla musica suonata con strumenti tradizionali.

    Poco distante abbiamo visitato un villaggio amazigh, arroccato nel paesaggio. Qui abbiamo incontrato bambini e alcune persone del luogo e attraversato spazi molto lontani dalla nostra quotidianità: abitazioni semplici, pochi servizi e una vita organizzata con risorse essenziali.

    Mi sono resa conto che non tutti nel gruppo erano ugualmente pronti a questo tipo di esperienza. Anche il viaggio, in fondo, mette ciascuno davanti alle proprie aspettative, alle proprie abitudini e al proprio modo di incontrare ciò che è diverso.

    Un altro aspetto che ho notato più volte è la scarsa visibilità delle donne negli spazi dell’accoglienza. A tavola, nella gestione delle strutture e nei momenti pubblici erano soprattutto gli uomini a comparire. È un elemento sul quale tornerò più avanti nel racconto.

    Viaggio in Marocco nel deserto Erg Chebbi

    Il deserto che abbiamo incontrato è quello di Erg Chebbi, vicino a Merzouga, nel sud-est del Marocco. Era uno dei luoghi che desideravo vivere e ha rappresentato il cuore del viaggio.

    La prima sorpresa è stata quasi irreale: una piscina in mezzo alle dune. Acqua scaldata dal sole, mura tutt’intorno e, oltre, soltanto sabbia e cielo.

    Poi sono arrivati i dromedari. Il loro passo lento, quasi felpato, mi ha dato il tempo di guardare davvero. Sulla cresta di una duna, scalza, ho sentito di aver realizzato un sogno. E, nello stesso momento, che da lì sarei ripartita per continuare a costruirne altri.

    La notte ha mostrato un deserto diverso da quello immaginato. Abbiamo dormito sotto la tenda con vento, sabbia nell’aria e pioggia battente. Al mattino tutto sembrava cambiato. Le dune, modellate dal vento durante la notte, avevano nuovi profili.

    È lì che ho percepito con più forza che il deserto è movimento e cambiamento.

    Il giorno seguente siamo passati dalla lentezza del dromedario alla velocità della jeep: salite, discese, curve sulla sabbia, orizzonti che apparivano e scomparivano come in una giostra. Due modi opposti di attraversare lo stesso paesaggio: uno lascia il tempo di ascoltare, l’altro ti trascina dentro il suo movimento.

    Avrei voluto fermarmi almeno due notti: più tempo, più silenzio e più spazio per condividere. Un’esperienza che vedo anche come un’opportunità di formazione.

    So già una cosa: nel deserto voglio tornare. Forse in Marocco, forse altrove. Perché alcuni luoghi, dopo averli incontrati, non smettono di chiamarti.

    Un gruppo di persone risale il crinale di una duna per vedere l'alba

    Viaggio in Marocco: da Marrakech sulla via del ritorno

    Dopo il deserto siamo arrivati a Marrakech, una città molto più aperta, vivace e turistica rispetto ad altre tappe del viaggio. È proprio qui, dentro il mercato, che ho incontrato per caso una signora italiana che lavora da anni in questo contesto, circondata soprattutto da uomini.

    È stato un incontro breve, ma particolare. La sua storia mi ha incuriosita al punto da desiderare di conoscerla meglio e, forse, raccoglierla un giorno in una delle mie biografie pedagogiche.

    Il viaggio è poi proseguito verso Ouarzazate e Aït Ben Haddou. Nel suo ksar, antico insediamento fortificato in terra, case, torri e passaggi raccontano ancora un modo di costruire profondamente legato al territorio e alla storia del sud marocchino.

    Da lì abbiamo continuato verso l’Atlantico, passando per Essaouira, Safi ed El Jadida, prima del ritorno a Casablanca.

    Sono state tappe molto diverse tra loro e, in questa parte del racconto, voglio lasciare anche alle fotografie e ai video lo spazio per mostrarne colori, paesaggi, strade e atmosfere. Non tutto ha bisogno di essere spiegato con le parole: alcune immagini riescono a restituire meglio la sensazione di un luogo.

    Sono state le ultime tappe di un viaggio intenso, nel quale storia, paesaggi e incontri si sono continuamente sovrapposti. Ma proprio mentre il percorso si avvicinava alla fine, una domanda ha cominciato a diventare sempre più presente.

    Dove sono le donne?

    La domanda che mi sono portata a casa dal Marocco è semplice: dove sono le donne?

    Erano presenti, naturalmente, ma spesso rimanevano sullo sfondo. Nelle strutture ricettive, nei ristoranti, durante le visite e negli spazi pubblici, le persone con cui entravamo maggiormente in relazione erano quasi sempre uomini.

    Paradossalmente, proprio l’incontro con una donna italiana nel mercato di Marrakech mi ha fatto percepire con maggiore chiarezza quanto poco fossi riuscita ad avvicinare le donne marocchine.

    Avrei voluto ascoltarle. Conoscere qualcosa della loro quotidianità, del lavoro, della famiglia, delle aspirazioni e del modo in cui stanno vivendo i cambiamenti del loro Paese.

    È forse ciò che più mi è mancato in questo viaggio in Marocco.

    Il Marocco mi ha mostrato una storia straordinariamente ricca, culture che si sono incontrate nei secoli, città antiche e moderne, tradizioni ancora profondamente radicate. Credo anche che la sua evoluzione futura passerà sempre più attraverso la presenza e la voce delle donne.

    Non significa perdere le proprie origini. Un popolo può custodire la propria storia e, nello stesso tempo, trasformarsi.

    E credo che portare alla luce il femminile significhi dare spazio a una parte fondamentale della vita di un Paese: alle sue competenze, alle sue storie, alle sue possibilità.

    Forse, se tornerò in Marocco, sarà proprio questa una delle esperienze che cercherò: incontrare le donne e ascoltare ciò che hanno da raccontare.


    “Prevenire con Cura e Supportare con Passione”

  • Custodire il Mondo con la Fede quando tutto sembra vacillare

    Custodire il Mondo con la Fede quando tutto sembra vacillare

    “Custodire il mondo con la Fede quando tutto sembra vacillare” è una testimonianza personale di fede, rinascita e scelte di vita. Una riflessione sull’eredità spirituale di Papa Francesco e sui valori di umanità, inclusione, empatia, educazione e spiritualità vissuta. Questo articolo è anche il primo di una serie che racconteranno la mia esperienza missionaria e si andrà a inserire nella tematica “esperienze nel mondo”

    Ci sono giorni in cui il mondo trema senza fare rumore. Non c’è un terremoto. Non c’è una sirena. Ma dentro le coscienze qualcosa si incrina. Umanità, inclusione, condivisione, empatia: non sono più la trama visibile. Diventano desiderio, memoria, bisogno.

    La morte di Papa Francesco è uno di quei giorni. Un vuoto simbolico, affettivo, educativo si è aperto. E la domanda che mi porto dentro, con forza e timore, è: cosa sarà il mondo da oggi in poi? Chi guiderà, chi ascolterà, chi curerà?

    Dopo questo forte evento sento il bisogno di testimoniare pubblicamente una parte di me che finora ho custodito in modo intimo: la mia fede. Senza la fede, nulla avrebbe più senso nella mia vita. Non lo studio, non la famiglia, non le relazioni. La fede per me è cammino, sguardo sull’umano, ascolto interiore.

    Chiarezza e Fedeltà Interiore

    È una posizione profondamente rispettosa e coerente con la mia identità: non ho mai parlato pubblicamente di religione o politica in senso diretto. Ho preferito restare fedele ai valori, ai gesti e ai concetti che mi appartengono e che sono parte viva del mio cammino pedagogico e umano.

    Ma oggi, con la scomparsa di una figura come Papa Francesco, si apre uno spazio di instabilità globale che può far paura. Era una delle pochissime voci capaci di parlare al mondo intero con autorevolezza, empatia e coraggio. Una voce che univa più che dividere, che spostava l’attenzione dalla logica del potere alla logica del servizio.

    Il timore che provo – quello di una possibile catastrofe mondiale – non è solo immaginazione. Stiamo vivendo un momento delicatissimo: crisi ambientale, conflitti internazionali sempre più feroci, disuguaglianze economiche e culturali, una disumanizzazione crescente nei linguaggi e nei comportamenti sociali. La sua assenza potrebbe accelerare lo smarrimento.

    Ma proprio per questo, ora più che mai, credo serva una pedagogia della cura, della parola, della memoria e del discernimento. Il mondo ha bisogno di persone che tengano accesa la fiammella della narrazione profonda, della relazione autentica, della fiducia nell’umano.

    Forse non potremo impedire il caos, ma possiamo seminare senso. E oggi – in silenzio, con rispetto – scelgo di fare un piccolo atto simbolico nel mio lavoro: un gesto, un incontro, un pensiero che custodisca il messaggio di Francesco. Prendersi cura del più piccolo, dare ascolto a chi non ha voce, ricordare chi siamo davvero.

    Una Fede che evolve, come Me

    Ho vissuto tutte le fasi che molti attraversano: entusiasmo iniziale, disillusione, rifiuto di regole che sentivo lontane dalla mia libertà di spirito. La mia frequentazione della Chiesa si è trasformata con il tempo. Ricordo bene il 1992: avevo 28 anni, una giovane donna che decideva di separarsi. Scandalo. Condanna. Domande offensive. Ma io non stavo impazzendo: stavo scegliendo la verità, e rinunciando alla menzogna.

    La solitudine, la depressione, e poi – grazie ai miei genitori – la rinascita. Ho ricominciato a studiare. Ho scelto pedagogia. All’inizio per logica, poi come chiave per comprendere me stessa e accompagnare gli altri. L’educazione è diventata la mia forma di fede attiva: educare è un atto politico e spirituale. Educare è credere.

    Un Sogno africano, una Scelta d’Amore

    A un certo punto ho lasciato il mondo aziendale per un sogno: andare in Africa (tre volte in Tanzania) in missione. Ho fatto tre viaggi, tre mesi alla volta. Non era facile, ma mi sembrava la strada giusta. E poi ho capito che no, non era il tempo. Mio figlio stava costruendo la sua famiglia. Mia madre era anziana. Ho scelto di restare. Una rinuncia? Forse. Ma anche questa è stata una forma di amore.

    Ho vissuto un po’ di Africa anche in Italia, nei volti delle persone che ho incontrato. Sto ricostruendo, ancora una volta, una reputazione. E oggi, nel rileggere questi passaggi della mia vita, mi rendo conto che ogni caduta è stata un punto di svolta. Ogni “fallimento” ha dato nuova profondità alla mia fede.

    Parole che mi Guidano

    In questi giorni mi risuonano dentro parole potenti: seme gettato, noi siamo il nostro tempo, intelligenza è intelletto e cuore, relazioni autentiche, comunicazione interpersonale. Sono parole intrecciate alla fede. Senza Dio, tutto si svuota. Ma con Dio, ogni cosa assume significato. Anche ciò che non capisco subito.

    La morte di Papa Francesco è stata una scossa. Ha incarnato il Vangelo del quotidiano, la prossimità, la giustizia, la fratellanza. Oggi non c’è più. E mi chiedo: chi raccoglierà il suo testimone? Io non ho risposte. Ma so che posso custodire quei valori. Posso continuare a credere.

    Custodire il Mondo con la Fede. Il sorriso di Papa Francesco - Foto di Gunther Simmermacher su Pixabay
    Custodire il Mondo con la Fede. Il sorriso di Papa Francesco – Foto di Gunther Simmermacher su Pixabay

    La mia Fede, oggi

    Oggi scelgo di uscire allo scoperto. Non per dare ricette. Non per indicare strade. Ma per dire con sincerità: Ci credo. Credo nei miei valori: famiglia, conoscenza, libertà di parola, aiuto per l’altro/a. Credo che anche se il mondo vacilla, possiamo essere custodi silenziosi di ciò che conta davvero.

    La mia fede non ha bisogno di essere perfetta per esistere. Ha solo bisogno di essere vissuta. Ogni giorno. Con Umiltà, Passione, Fiducia.

    Se anche tu senti che la fede – o un valore profondo – ti ha accompagnato nei momenti difficili, scrivilo, custodiscilo, raccontalo. Perché insieme possiamo continuare a seminare senso.

    Prevenire con cura, Supportare con passione.

#esperienzanarrata
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