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    Il mio Nome: Una Narrazione Identitaria

    Narrazione Identitaria del Nome Maria Adelaide: Origine e Significato

    Porsi la domanda  “Il mio nome è una Narrazione Identitaria?”  Non è cosa da poco conto.

    Questo articolo ha l’obiettivo di rendere consapevoli i Genitori che, all’arrivo di un figlio, devono scegliere il nome.

    Per questo motivo bisognerebbe considerare che, dal momento in cui riuscirà a comprendere, per quel figlio/a partirà la narrazione identitaria del suo nome.

    Durante il mio percorso universitario in Pedagogia, mi venne richiesto di scrivere la narrazione del mio nome. In quell’occasione, raccolsi la  testimonianza di mia madre, che mi portò a rivalutare il senso del mio nome e il suo Valore in una Narrazione Identitaria.

    Per facilitarne la lettura e incuriosirvi, vi anticipo che ci sono due tipologie di contenuti narrativi che rappresentano il senso del mio scrivere:

    Narrazione Identitaria sul mio nome Maria Adelaide (Autobiografia)

    Narrazione Identitaria sul nome ereditato “Adelaide”  (Biografie Pedagogiche)

    Come scrive Paul Ricoeur, in Percorsi del Riconoscimento pag.118

    “Imparare a raccontarsi significa anche imparare a raccontarsi altrimenti.

    Con questa parola, “altrimenti” viene messa in moto la problematica dell’Identità Personale associata al poter raccontare e raccontarsi.

    Da qui si arriva al termine “Identità Narrativa”.

    Maria Adelaide, un Nome ingombrante

    Sin da piccola mi sono chiesta perché portassi un nome tanto difficile, strano e ingombrante: Maria Adelaide.

    Il mio nome ha una narrazione che parte dalla tradizione familiare: la nonna paterna si chiamava Maria, quella materna Adelaide.

    A quei tempi si usava dare ai figli i nomi dei nonni, zii, avi.

    Maria Adelaide è stato un nome scomodo da portare, insolito.

    “Era il nome delle Principesse della Casa Reale di Savoia” dicevano i miei genitori per consolarmi.

    Ma per me era un nome difficile da pronunciare, troppo lungo, un nome che mi faceva sentire vecchia.

    E’ stato storpiato in vari modi dai bambini, e ancora oggi vengo chiamata Ade, poco dopo che le persone mi conoscono.

    Due nomignoli affettuosi

    Ho due nomignoli che ricordo con affetto: il primo è Mardelaide, una scorciatoia? Penserete!

    Lo potrei, invece, definire un “errore creativo” (da “Il Libro degli Errori” di Gianni Rodari) datomi da un mio giovane amico di Torino, che l’aveva inventato.

    Mardelaide evocava in me ilarità, simpatia e dolcezza, mi sembrava di essere una “marmellata”, da gustare con un pizzico di golosità, una marmellata di mirtilli!

    Il secondo nomignolo è stato utilizzato dai miei fratelli che inizialmente mi chiamavano Mary, in onore di una prozia e della nostra discendenza italo-inglese.

    In seguito sono diventata “Haidi”, ispirato dal famoso cartone animato Heidi che però ho sempre scritto con la “a”: anche qui ritorno “all’errore creativo”, segno di distinzione.

    Maria Adelaide, un Nome ingombrante
    In seguito sono diventata Haidi, come la famosa Heidi dei cartoni animati, solo che io l’ho sempre scritto:
    Haidi con la “a”, anche qui ritorno all’errore creativo, segno di distinzione.

    Da adulta, ho iniziato a prediligere il nome Adelaide, identificandomi con la nonna materna. Oggi, quando mi chiamano Maria Adelaide, mi sento valorizzata, in un’autentica identità.

    Quanti di noi fanno attenzione all’Altro partendo dal conoscere il Suo Nome?

    Origini del Nome Adelaide

    La prima Adelaide della nostra famiglia è la mia trisavola nata nel 1854.

    Figlia di Angelina Teja (famiglia nobile di Napoli) maestra di pianoforte e di Giuseppe Unia, maestro di Cappella di Casa Savoia. La storia del nome Adelaide in famiglia nasce da questi avi che erano i musici di Casa Savoia, dove questo nome era in uso.

    Si può ipotizzare che la mia trisavola fosse “figlioccia di battesimo” della principessa Adelaide.

    Angelina e Giuseppe ebbero nove figli, tra cui Adelaide, la settima, nata nel 1854.

    Albero Genealogico Famiglia Unia
    Albero Genealogico Famiglia Unia

    Trisavola Adelaide: Donna Inquieta, segna il Destino di un Nome

    Compiuti i diciotto anni, Adelaide si sposò per procura con Costante Caraccio, un giovane italiano che viveva a Londra con la famiglia, proprietaria di una catena di alberghi e ristoranti.

    Trisavola Adelaide Unia Caraccio
    Trisavola Adelaide Unia Caraccio (1854)
    Trisavolo Costante Caraccio marito di Adelaide Unia
    Trisavolo Costante Caraccio marito di Adelaide Unia

    I due giovani si conobbero quando Costante venne a Torino in occasione del ricevimento che si svolgeva in onore dei giovani italiani residenti all’estero e che portavano onore all’Italia, nel Mondo.

    Successivamente Adelaide partì con una carrozza per l’Inghilterra, insieme alla sua balia.

    Immaginiamoci, la scena di questo incontro e viaggio, sembra una trama di film dell’Ottocento.

    Facendo una ricerca su internet ho trovato un estratto di un Censimento del 1881 dove viene descritta la composizione della Famiglia Caraccio.

    Estratto di Censimento (1881) Famiglia Caraccio
    Estratto di Censimento (1881) Famiglia Caraccio

    Dall’unione tra Adelaide e Costante nasce, una bambina, Albertina (bisnonna) nel 1876 e l’anno successivo, Attilio nel 1877.

    Trisavola Adelaide con Bisnonna Albertina
    Dall’unione tra Adelaide e Costante nasce, una bambina, Albertina (bisnonna) nel 1876
    Attilio Caraccio, fratello della bisnonna Albertina
    Attilio Caraccio, (1877) fratello della bisnonna Albertina, morto in età prematura.

    Purtroppo una tragedia colpisce queste persone: Attilio, muore all’età di quattro anni.

    Adelaide sente attorno a sé un’atmosfera di ostilità: le due cognate, zitelle, la ritengono responsabile dell’accaduto, si ammala e si dispera, il matrimonio naufraga.

    Lascia la figlia Albertina e il marito Costante a Londra e parte per l’America.

    Bisnonna Albertina: Una Giovane Vita tra Solitudine e Musica

    A cinque anni, Albertina si trova sola, con un padre distrutto e taciturno, due zie che le proibiscono di parlare della mamma, di nominarla, di amarla.

    Lei sopravvive a questo clima opprimente, si appassiona alla musica e inizia a suonare il pianoforte, ma così tanto, che dovevano chiuderlo a chiave (una volta i pianoforti avevano la serratura).

    Albertina cresce nell’agiatezza: le scuole le frequenta a Parigi (nel Collegio “Fedeli e Compagne di Gesù”) in vacanza invece torna a Londra dalle zie, non più dal papà che nel frattempo è morto nel 1888 (Albertina aveva 12 anni) alla giovane età di 44 anni.

    Albertina Caraccio bambina
    Ritratto Albertina Caraccio bambina
    Necrologio di Costante Giuseppe Caraccio - Londra 1° Marzo 1888
    Necrologio di Costante Giuseppe Caraccio – Londra 1° Marzo 1888

    Albertina e la Ricerca della Madre Adelaide

    Albertina Caraccio giovane Donna
    Ritratto Albertina Caraccio giovane Donna

    Questa bambina, diventa una bella ragazza e per anni non chiederà più della sua mamma, ma giura a se stessa che il giorno che fosse diventata grande sarebbe andata alla sua ricerca.

    Compiuti i 21 anni, Albertina, torna in Italia a conoscere i parenti materni.

    Qui conosce Madre Albertina, il Canonico Unia e il cugino primo, Angelo Unia, figlio di zio Casimiro, fratello di sua mamma.

    I due si innamorano.

    Per sposarsi chiedono il permesso al Papa

    Riconciliazione e Ritrovamento: Incontro con la Madre Adelaide

    Intanto Albertina continua a chiedere notizie di sua madre ai parenti italiani, ma anche in questo contesto trova resistenze nel parlarle.
    Attraverso suo marito, Angelo, riesce a sapere che sua madre si trova in America.

    Poco dopo, i contatti vengono finalmente instaurati e in seguito ogni estate Adelaide torna in Italia a incontrare sua figlia.

    Ritratto di Famiglia - Angelo Unia e Albertina Caraccio con la madre di lei Adelaide Unia di fianco al genero
    Ritratto di Famiglia – Angelo Unia e Albertina Caraccio con la madre di lei Adelaide Unia di fianco al genero
    Ritratto di Famiglia - Albertina, Angelo e la piccola Mary Unia e la trisavola Adelaide (seduta)
    Ritratto di Famiglia – Albertina, Angelo e la piccola Mary Unia e la trisavola Adelaide (seduta)

    In America, Adelaide aveva fatto fortuna, si era risposata ma era rimasta nuovamente vedova. Era una donna sola.

    Passarono gli anni e Adelaide, ormai anziana, decide di ritirarsi in Italia, presso la Casa di Riposo di Chieri (TO) contrattando con le suore di restarne ospite fino alla sua morte.

    Riflessioni sulle Memorie Familiari

    La mia mamma Augusta si ricorda bene il giorno del funerale (1940) della sua bisnonna Adelaide; lei aveva 4 anni.

    Si ricorda la carrozza nera con sei cavalli ornati da fiocchi dorati.

    In famiglia abbiamo una raccolta cospicua di album di foto di quel periodo e devo ammettere che questa narrazione ho avuto la fortuna di raccoglierla intervistando la mia mamma, ultima portatrice delle memorie familiari.

    Ci vuole coraggio a raccontare la storia della famiglia e non è così scontato che ci si ponga in ascolto di queste narrazioni, perché siamo tutti proiettati a progettare il futuro, (io per prima).

    Quando ascoltiamo le storie dei nostri antenati ci accorgiamo che alcune esperienze di ripetono.

    Si ripercorrono “errori”, si anela agli stessi sogni!

    Incredibilmente possiamo essere di nuovo attori di quella vita che ha lasciato una traccia e deve finire il suo percorso. Vi invito ad andare a leggere l’articolo La Cicogna: Narratrice di Biografie Pedagogiche

    Donne che rimangono da Sole: un Destino che si ripete

    Tornando al mio bisnonno Angelo, marito di Albertina, in origine era un incisore e suonava nella Banda di Don Rua. Con il matrimonio si cimenta come imprenditore e insieme ad un socio apre un magazzino di vendita vino Doc all’ingrosso.

    Ritratto bisnonno Angelo Unia
    Ritratto bisnonno Angelo Unia
    Vini all'Ingrosso di Angelo Unia 1898
    Vini all’Ingrosso di Angelo Unia 1898

    Nasce il primo figlio Peppino e la seconda figlia Mary (1898).

    Anche qui la storia si ripete tragicamente: Peppino, all’età di cinque anni muore, di meningite.

    Albertina ha un esaurimento fortissimo, e non vuole reagire, ma rimane incinta della terza figlia che nascerà in questo clima tristissimo: Zia Ester.

    Pro-zio Peppino Unia , morto all'età di cinque anni per meningite
    Pro-zio Peppino Unia, morto all’età di cinque anni per meningite
    Ritratto pro-zia Mary Unia, sorella di Nonna Adelaide
    Ritratto pro-zia Mary Unia, sorella di Nonna Adelaide
    Pro-zia Ester sorella di Nonna Adelaide
    Pro-zia Ester sorella di Nonna Adelaide

    La pro-zia, Ester, la ricordo benissimo: donna forte, intraprendente, colta (come tutta la famiglia), rimase nubile. E’ importante nella mia storia personale in quanto porto anche il suo nome: Maria Adelaide, Ester!

    Un nome, narrazioni identitarie e familiari, che si ripetono.

    Bisnonna Albertina, diede alla luce dopo un parto difficilissimo, la quarta figlia: Adelaide (mia nonna, 1910).

    Nonna Adelaide, chiamata Addie
    Nonna Adelaide, chiamata Addie
    Ritratto Nonna Adelaide piccola
    Ritratto Nonna Adelaide piccola, in piedi sulla sedia

    A quaranta giorni dalla nascita, Adelaide si ammala e rischia di morire.
    Intanto siamo negli anni della guerra del 1915-1918 che porta alla morte il papà, Angelo.

    Albertina e le sue tre figlie rimangono sole.

    Nonna Adelaide: Donna dall’Inquietudine Intellettuale

    Mary, dopo aver frequentato le elementari a Torino, viene mandata a studiare in Inghilterra, a Londra, nel collegio delle “ Fedeli Compagne di Gesù”, scuola già frequentata dalla sua mamma. Ester e Adelaide invece frequentano lo stesso collegio, ma a Torino. Adelaide entra all’asilo e vi rimane fino alla prima magistrale.

    Quando arrivano all’età per frequentare le magistrali, alle due sorelle viene assegnata una borsa di studio in quanto figlie di un militare e orfane di guerra.

    Escono dal collegio “Fedeli e Compagne di Gesù” per entrare in quello per le figlie dei militari: “Villa Della Regina” sempre a Torino.

    Crescono tra donne, sempre in collegio, e possiamo desumere che abbiano relazionato poco con il genere maschile.

    La nonna Adelaide non vuole andare a studiare in Inghilterra per cui l’inglese lo comprende, lo scrive ma lo parla solo con sua madre.

    Mary ed Ester, invece, si laureano ad Oxford e al loro rientro in Italia diverranno insegnanti madrelingua inglese: anche se italiane, crescono con un’educazione anglosassone.

    Ritratto Nonna Adelaide a 21 anni
    Ritratto Nonna Adelaide a 21 anni

    La Sfida più grande di Nonna Adelaide: Paolo

    Adelaide è l’unica figlia  e sorella, che si sposa.

    Paolo è un giovane di famiglia benestante, i suoi genitori sono proprietari di un albergo sul Lago Maggiore, a Meina.

    E’ uno dei primi uomini della zona che possiede auto e moto, con cui scorrazza per le valli.

    Nonostante la sua famiglia sia apolitica diventa un militare della milizia confinaria. Ha un carattere molto forte e ciò non collima con l’educazione “self control” radicata nella famiglia della moglie.

    Ricordiamoci che sono quattro donne vissute sempre in ambienti femminili, non sono abituate a confrontarsi con gli uomini.

    Paolo è “capo squadra” a Maccugnaga quando conosce le due maestre: Ester e Adelaide.

    La Resilienza della Nonna Adelaide nella vita coniugale

    Adelaide (la mia nonna) non sa cucinare, stirare, non è per così dire, una casalinga, ma è un’esperta lettrice, competente in teatro, poesia, ha in Sè una Inquietudine Intellettuale.

    E’ sempre vissuta a Torino e con quel matrimonio si troverà a vivere, quasi sempre sola, a Maccugnaga (un paesino in montagna, zona Verbania), perché il marito è sul confine.

    Il matrimonio sin dall’inizio si presenta difficile. La suocera Augusta (nome assegnato, alla mia mamma, altra narrazione identitaria) il giorno delle nozze non è presente, perché anche in quell’occasione, madre e figlio litigano sul vestito da indossare.

    Paolo si sposa in divisa militare e la mamma Augusta non accetta quella decisione.

    Adelaide inizierà la sua vita coniugale con alcuni dispiaceri e nonostante uno zio cerchi di dissuaderla a sposarsi, lei irremovibile, va avanti per quella strada.

    Anche Paolo è consapevole di quella grande differenza caratteriale e di intenti di vita, ma apprezza il coraggio di Adelaide, nell’uscire dalla sua linearità e determinazione e lui, uomo sicuro sulle sue potenzialità, alla fine capitolerà verso quel matrimonio.

    Si sposano il 28 Settembre 1932.

    Ritratto di Famiglia - Matrimonio Adelaide e Paolo (28 Settembre 1932)
    Ritratto di Famiglia – Matrimonio Adelaide e Paolo (28 Settembre 1932)
    Ritratto di Famiglia durante Matrimonio Adelaide e Paolo
    Ritratto di Famiglia matrimonio Adelaide e Paolo.
    Seduta, al centro Adelaide, la Nonna Trisavola, al suo fianco in piedi, la bisnonna Albertina.
    (28 Settembre 1932)

    Nonna Adelaide: costruisce una Sua Stabilità con l’Insegnamento

    Trascorrono gli anni e con la fine del fascismo, nonno Paolo, morirà nelle prigioni di Novara per una setticemia e Nonna Adelaide rimarrà vedova con tre figlie, a 46 anni.

    Anche lei, come la mamma Albertina, trascorrerà la sua restante vita da sola, dedicandosi all’insegnamento e allo studio, trasferendosi subito dopo la guerra a Madonna della Fontana (To), successivamente a Chieri (To) e poi a  Torino.

    Madonna della Fontana a Chieri (TO) 1949
    Madonna della Fontana 1949 (Chieri,TO) dove nonna ha insegnato per 20 anni.
    Lì c’era il Parroco, la Perpetua e lei, la Maestra con i tre figli.

    Un Nome: verso la Fine del suo Tempo

    A questo punto concludo riproponendo la mia domanda:

    Quanti di noi hanno riflettuto sul valore e quale sia la narrazione identitaria del nome scelto per i figli?

    Dal giorno in cui mia madre mi raccontò la storia del mio nome, tanti avvenimenti hanno acquisito un Senso, che si traduce in quel disegno che descrivo nell’articolo “La Cicogna: Narratrice di Biografie Pedagogiche”.

    Nonostante oggi abbia raggiunto una buona armonia con il mio nome, ho consigliato sia ai miei fratelli che a mio figlio di non tramandare il nome, Adelaide, auspicando che la sua narrazione identitaria, di Donne sole, termini con me. E’ importante spezzare le catene poco virtuose.

    Riflessioni finali sulla Narrazione Identitaria del mio Nome

    Concludo questa narrazione identitaria del mio nome portando in luce alcune riflessioni che ho estratto da “Felicità condivisa nelle Costellazioni Familiari” di Bert Hellinger, partendo dalla domanda:

    Chi mi manca?

    La mia felicità è piena se tutti coloro che appartengono alla mia famiglia hanno un posto nel mio cuore.

    Se qualcuno è stato escluso o dimenticato, io e la mia famiglia iniziamo a cercarlo. Sentiamo che ci manca qualcosa, ma spesso non sappiamo dove cercare.

    Una tale ricerca conduce talvolta alla dipendenza, altre volte alla ricerca di Dio.

    Sentiamo un vuoto e vogliamo colmarlo.

    Se dentro di noi sentiamo che ci manca qualcuno, prendiamoci cinque minuti, chiudiamo gli occhi e diciamo:

    “Ti vedo, Ti rispetto, Ti accolgo nell’Anima.

    Immediatamente ci renderemo conto di sentirci più pieni e vicini.

    Vuoi contattare esperienzanarrata per raccogliere e scrivere insieme le tue memorie, racconti, narrazioni familiari, personali e sociali?

    “Il confronto migliora la conoscenza del Sé e degli Altri.”

  • Significati Narrativi e di Riflessività nelle Diagnosi

    Significati Narrativi e di Riflessività nelle Diagnosi

    I significati narrativi nella diagnosi di cancro: un percorso autobiografico tra famiglia, cura, memoria e consapevolezza.

    Significati Narrativi e di Riflessività nelle Diagnosi è il titolo della mia tesi del corso di Laurea Triennale in Scienze dell’Educazione. L’interesse ad approfondire e scrivere su questo argomento è partito da un’esperienza personale: il cancro che colpì mio padre.

    Con l’articolo precedente  “La Cicogna: narratrice di Biografie Pedagogiche”, ho cercato di dare un senso figurativo al Tempo abbiamo trascorso insieme, alle emozioni provate, al desiderio di capire il Disegno della Vita. Ho esplorato i Significati Narrativi e di Riflessività nella Diagnosi.

    Questa curiosità è iniziata con la reazione di mio padre, uomo creativo, di scrivere un libro sulla sua esperienza di malato oncologico. Si mise in conversazione e riflessione con tutte le figure professionali che lo curavano, cercando quei Significati Narrativi e di Riflessività nella Diagnosi.

    Riflettendo su questo suo bisogno rivolto alla conoscenza ed espressione di un disagio, mi sono resa conto come ciò abbia favorito una maggior attenzione da parte dei medici verso:

    la pluralità dei bisogni del malato,  fisici innanzitutto, ma anche psicologici, relazionali e sociali.

    Le figure sanitarie potenziando la loro capacità di ascolto, hanno potuto correggere eventuali pregiudizi che potevano compromettere i trattamenti, e questo atteggiamento ha permesso che la sofferenza venisse liberamente vissuta e condivisa.

    Diagnosi di cancro e significati narrativi nel sistema familiare

    Ho iniziato questo argomento, con la narrazione da parte della Cicogna che dà il senso al nostro percorso di vita e in questo articolo affronto, con alcune riflessioni autobiografiche quando una diagnosi di “Cancro” scrive una nuova storia all’interno di un Sistema Familiare.

    Non si può immaginare il concetto di Tempo senza esplorare il suo significato narrativo.

    Ogni famiglia ha una sua peculiare Temporalità:

    • alcune famiglie vivono nel passato, nostalgicamente, ritualizzandolo nel presente,
    • altre sono proiettate nel futuro pensando a cosa faranno o avranno,
    • altre ancora vivono nell’eterno presente (tempo acromico) dove tutto avviene nel fare senza sviluppare una narrazione.

    La famiglia ha sempre una storia ed è come un organismo vivente (una delle metafore ricorrenti):

    La Famiglia, Nasce, Interagisce con ciò che ha intorno e, Muore.

    La Teoria degli Equilibri Punteggiati: la Crisi

    Ogni famiglia attraversa periodi, talvolta lunghi, in cui si percepisce uno squilibrio. Difficoltà, tensioni, incertezza. Tutto questo si traduce in una parola: Crisi.

    Durante il corso di Epistemologia, ho studiato la La Teoria degli Equilibri Punteggiati, che offre una prospettiva diversa sulla crisi. Non la vede come una semplice interruzione della continuità, ma come un salto evolutivo. La famiglia di prima non è più la stessa. Si riorganizza, cambia struttura, acquisisce nuovi significati.

    Questa teoria, elaborata da Stephen Jay Gould e Niles Eldredge, descrive il processo evolutivo delle specie: lunghi periodi di stabilità vengono interrotti da brevi fasi di trasformazione improvvisa. Lo stesso accade nei sistemi familiari. Le crisi non sono solo momenti di rottura, ma occasioni di cambiamento verso un nuovo equilibrio.

    Diagnosi di Cancro, Narrazione nel Sistema Familiare
    La Teoria degli Equilibri Punteggiati: la Crisi

    Crisi e trasformazione: la malattia in famiglia

    Un esempio concreto è la malattia incurabile di un familiare. Un evento che impone alla famiglia una riorganizzazione profonda.

    Cosa accade quando ci si avvicina alla morte di una persona cara?

    In un certo senso, ci si avvicina anche alla propria mortalità. Tutto assume un nuovo valore.

    Si può immaginare la situazione come un mantello che cala sui membri della famiglia. Protegge, ma allo stesso tempo isola. Sotto quel mantello si sviluppano pensieri, emozioni, cambiamenti interiori. A un certo punto, però, può diventare troppo stretto. E chi è malato rischia di restare solo sotto di esso.

    Ma cosa succede se quel mantello viene tolto?

    Le persone iniziano a parlarsi. Condividono paure, dubbi, speranze. Danno voce alla paura di morire.

    I ricordi autobiografici emergono. Lo sguardo si allarga, permettendo di riconoscere il dolore degli altri, ma anche le piccole gioie quotidiane che continuano a esistere.

    Ci si avvicina, fisicamente ed emotivamente. E gesti semplici, come una carezza o un sorriso, diventano un linguaggio prezioso, capace di dare conforto e significato.

    Il Principio di Incertezza

    L’incontro con il cancro stravolge i progetti, lasciando spazio a disperazione e desolazione. Introduce nella vita il Principio di Incertezza: Vivrò? Per quanto ancora? Come? Prima, tutto sembrava sotto controllo.

    L’idea probabilistica della morte, avvolta nell’incertezza, ci viene suggerita da due potenti fonti di conoscenza:

    1. I nostri sensi e il senso comune. Sappiamo che di cancro si muore. Sappiamo anche che si può vivere. Tuttavia, questa consapevolezza ha spesso un valore emotivo ridotto, perché non esistono certezze sulle condizioni che permettono di sopravvivere alla malattia.
    2. La medicina. Da essa traiamo non solo speranza, ma anche informazioni. Le statistiche mediche ci forniscono dati sulle probabilità di sopravvivenza per ogni tipo di tumore conosciuto.

    Molti ignorano le informazioni mediche dettagliate (e i relativi pregiudizi) della categoria b, mentre tutti possediamo conoscenze e pregiudizi della categoria a.

    Aggiungere le conoscenze scientifiche a quelle del senso comune non è sempre un vantaggio. Spesso, infatti, amplifica l’incertezza, soprattutto quando le probabilità di sopravvivenza non sono elevate.

    Sogno di Vita, “Io” e il Cancro : significati narrativi e cancro

    Nella prefazione del libro Sogno di Vita, “Io” e il Cancro di Giacomo Macario, rimasto incompiuto, emergono emozioni profonde: l’imprevedibilità della malattia, la costernazione iniziale, la razionalizzazione e, soprattutto, la volontà di guardare al futuro. Mio padre scriveva:

    “L’atteggiamento di “convivere con il male”, che tutti cercavano di indicarmi come via d’uscita, non mi ha mai soddisfatto, anzi mi disturbava. Ho una personalità “dominante”, che mi porta a modellare l’ambiente circostante, ma questa a volta avevo di fronte un’entità diversa, un male forse inguaribile. Accettai la sfida, mettendo in discussione lo status quo e cercando di capire che il mio IO era sempre lo stesso, nonostante la debolezza fisica.“

    e ancora

    “Misi in discussione anche il fatto che il cancro dovesse o potesse essere vincitore nei miei confronti, se no, a cosa sarebbero serviti i medici, gli specialisti, le terapie che migliorano giorno per giorno, la mia stessa attenzione e volontà di utilizzare al meglio tutti questi strumenti? L’opportunità di verificare se, per lo meno fosse lontanamente possibile ottenere dei risultati positivi, non mi venne mai meno. Quindi concentrai ogni mio sforzo in tal senso.“

    In queste poche righe si coglie il potere dei Significati Narrativi e della Riflessività nelle Diagnosi. Anche nelle situazioni di crisi, la narrazione diventa un mezzo per ridefinire la propria identità, creando contesti di rinascita, in cui sentirsi trasformati o, almeno, consapevoli del cambiamento.

    Significati Narrativi nelle Diagnosi. Significati narrativi nel libro incompiuto Sogno di Vita di Giacomo Macario
    “Sogno di Vita. Io e il Cancro”, libro incompiuto di Giacomo Macario, mio padre

    Significati Narrativi nelle Diagnosi: Biografie Pedagogiche

    Il progetto di scrivere un’autobiografia da malato oncologico coinvolgeva lo Staff Medico dell’Ospedale Sacco di Milano. Mio padre voleva dare voce alle domande che nascono in chi riceve una diagnosi di cancro.

    Il suo sguardo si posò su diverse figure professionali: oncologi, psichiatri, infermieri, il medico di famiglia e la caposala. Non trascurò neppure chi opera nel campo giuridico, etico, sociale e della ricerca.

    Durante il percorso, mi chiese di leggere i capitoli man mano che li completava. Quel confronto mi spinse ad approfondire il tema nella mia tesi, aprendomi a nuovi orizzonti personali e professionali.

    Il libro rimase in bozza. Dopo la sua morte, rileggendolo, non riuscii a dargli una forma definitiva. Era il suo desiderio che diventasse un riferimento per altri malati oncologici e per i medici, ma non trovai la forza di completarlo.

    Oggi, dopo 17 anni, torno a scrivere di quel libro: Sogno di Vita. “Io” e il Cancro, uno dei suoi ultimi progetti. Forse, in qualche modo, quei Significati Narrativi e quella Riflessività nelle Diagnosi hanno già trovato la loro strada, dando vita a qualcosa di nuovo.

    Gioco del Petit Onze

    Concludo questo articolo con un gioco che ho fatto durante il corso di Pedagogia dell’Animazione (2004), dove sperimentai la libera scrittura e l’esperienza delle poesie surrealista.

    Si chiama Petit Onze, perché è composto da Undici Parole. si deve cercare, l’undicesima, trovandola.

    Ci si dispone con un animo rilassato, si lascia vagare la mente abbandonandosi al suo fluttuare. Può aiutare una buona musica. In questo vagabondare si acchiappa al volo una parola e la si scrive:

    Creatività

    si assapora questa parola come se fosse un dolcetto o un sorso di barbera. Lasciandola risuonare nelle profondità del cuore, del corpo, della mente. Si va in cerca di una coppia di parole, che segua il tema e l’atmosfera della prima:

    Forza della sopravvivenza

    se le parole fossero state quattro, pazienza, si trasferisce la quarta nella parte seguente e si sviluppa il tema con una sequenza. Quindi scrivo quattro parole, rilassandomi, concentrandomi:

    Amore, r-esistenza, Futuro lontano.

    Chiudo con l’undicesima parola:

    Morire!

    e allora:

    Creatività

    delle idee

    forza della sopravvivenza,

    amore, r-esistenza, futuro lontano,

    morire!

                                               A Papà


    Custodire una storia, restituire valore

    Una storia può continuare a generare significato anche quando la persona che l’ha vissuta non è più con noi.

    Le Biografie Pedagogiche nascono per raccogliere memorie, parole ed esperienze familiari e trasformarle in una narrazione scritta, capace di custodire il valore della persona e di consegnarlo alle generazioni future.

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  • La Cicogna: Narratrice di Biografie Pedagogiche

    La Cicogna: Narratrice di Biografie Pedagogiche

    La Cicogna: Narratrice di Biografie Pedagogiche

    La Cicogna: narratrice di Biografie Pedagogiche è un titolo che nasce da una lettura di un brano che mi colpì profondamente durante un periodo difficile della mia vita: il cancro di mio padre.

    Il brano è questo:

    “Un uomo che viveva presso uno stagno, una notte fu svegliato da un gran rumore. Usci allora al buio e si diresse verso lo stagno ma, nell’oscurità, correndo in su e in giù, a destra e a manca, guidato solo dal rumore, cadde ed inciampò più volte. Finché trovò una falla sull’argine da cui uscivano acqua e pesci: si mise subito al lavoro per tapparla e, solo quando ebbe finito, se ne tornò a letto. La mattina dopo, affacciandosi alla finestra, vide con sorpresa che le orme dei suoi passi avevano disegnato sul terreno la figura di una cicogna”. (Blixen 1959, La mia Africa, Feltrinelli, Milano 1996, p200)

    A questo punto ci potremmo porre alcune domande:

    “Quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò o altri vedranno una cicogna?”

    “Il percorso di ogni vita si lascia alla fine guardare come un disegno che ha un senso?”

    Tu mi guardi, Tu mi racconti

    La filosofa Adriana Cavarero nel suo libro “Tu mi guardi, Tu mi racconti” inizia, con questa storia e scrive:

    “Con tutta evidenza non si tratta di un disegno previsto, progettato e controllato. Anzi il povero uomo richiamato da una circostanza esterna, corre nel buio e inciampa, lavora duro e, solo quando il disastro è rimediato, se ne torna a casa. […] Il suo percorso mescola l’intenzione agli accidenti […] il disegno – non i tratti confusi, ma l’unità di una figura – non è ciò che guida in dall’inizio il percorso di una vita, bensì ciò che tale vita si lascia dietro. La cicogna la si vede solo alla fine, quando chi l’ha tracciata con la sua vita o altri spettatori, guardando dall’alto, vedono le orme lasciate sul terreno”. (Cavarero, 1997, Tu che mi guardi tu che mi racconti, Feltrinelli, Milano 2003 pp7-8)

    Il disegno è appunto la storia, nel senso che il disegno che ogni essere umano si lascia dietro, altro non è che la storia della sua vita. L’unità figurale del disegno, il significato unitario della storia, può essere posta, da chi la vive, solo in forma di interrogazione. O forse di desiderio. Non è del resto un caso che il racconto infantile, animato dal movimento del disegno.

    La narrazione della cicogna: protagonista di un folklore che in Europa non ha confini. La cicogna, porta i bambini e narra loro le fiabe. (Warner 1995, From the Beast to the Blonde, Vintage, London).

    La Cicogna: Trasporta e Tramanda

    La cicogna non “fa”, porta, trasporta, tramanda. È una narratrice, una storyteller, che racconta storie. Ogni essere umano è unico e irripetibile. Per quanto corra disorientato nel buio, non ricalca mai il medesimo percorso, non si lascia mai dietro la medesima storia.

    La vita non può essere vissuta come una storia, perché la storia viene sempre dopo, risulta.

    Il Narratore, tracciando la cicogna sul foglio, accompagna col disegno il racconto. La narrazione, è un’arte delicata, essa “rivela il significato senza commettere l’errore di definirlo”. Arendt, 1995, Isak Dinesen (1885-1962) in Blixen K., Dagherrotipi, Adelphi, Milano).

    La cicogna non “fa” porta, trasporta, tramanda. E’ una narratrice, una storyteller, racconta storie.
    La cicogna non “fa”: porta, trasporta, tramanda

    Contrariamente alla filosofia, che da millenni si ostina a catturare l’universo nella trappola della definizione, la narrazione rivela il finito nella sua fragile unicità e ne canta la sua storia.

    Come racconta la fiaba, si tratta di un disegno che ha la durata di una mattina.

    La cicogna è fragile, è il dono di un attimo nel miraggio del desiderio. C’è un’etica del dono nel piacere del narratore.
    Chi narra non solo intrattiene e incanta, come Sheherazade, ma regala ai protagonisti delle sue storie, la loro cicogna.

    La Narrazione come Desiderio Umano

    Se lasciarci indietro un disegno, “un destino”, una figura irripetibile della nostra esistenza,

    “è l’unica aspirazione degna del fatto che la vita ci è stata data”,

    nulla risponde al desiderio umano, più del racconto della nostra storia.

    Secondo Karen Blixen la domanda:

    “Chi sono Io?” sgorga, prima o poi, dal moto di ogni cuore.

    Si tratta di una domanda che solo un essere umano può pronunciare sensatamente.

    La sua risposta sta nella regola classica della narrazione di una storia.

    La Cicogna: Narratrice di Biografie Pedagogiche continua nel prossimo articolo alla ricerca dei Significati Narrativi e di Riflessività nelle Diagnosi.

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    “Il confronto migliora la conoscenza del Sé e degli Altri.”

  • Cresciuti insieme: una Madre possibile

    Cresciuti insieme: una Madre possibile

    Scopri l’esperienza di una donna-madre single. Un viaggio emotivo tra ricordi e riflessioni sul valore della maternità e della crescita personale.

    Cresciuti insieme, racconta la mia esperienza di Donna-Madre, possibile. Esperienzanarrata è un blog che narra aspetti biografici intrisi di Amore e Valore.

    Qui riporto con emozione un brano scritto nel 2011, modificato per contestualizzare il periodo attuale. Il brano originale si trova a pag.307 del libro “Maternità possibili, 122 Storie, Testimonianze e Riflessioni”, Edizioni Scalino.

    L’idea venne dalla mia amica Pedagogista e scrittrice di Fiabe, Rosa Rita Formica, che mi propose ad un gruppo di professioniste di Milano (tra cui Irene Auletta) che raccoglievano testimonianze di vissuti di Madri e Possibili Madri.
    Nel periodo in cui stavo uscendo dall’ospedale a seguito di una trombo-embolia polmonare massiva, fui contattata.

    Era il 5 Maggio 2011, e quel giorno segnò l’inizio di un nuovo capitolo della mia vita. Ancora oggi, a distanza di 10 anni considero quell’evento come una seconda chance per vivere una Vita più Consapevole del suo Valore.

    Narrazione autobiografica di una madre

    Ho ricostruito i momenti salienti della mia esistenza, esponendo con razionalità e maturità fatti che altrimenti sarebbero rimasti solo nei miei ricordi. Raccontarsi ad un figlio, sapendo quasi sicuramente che non ti leggerà, mi ha svincolato dal sentirmi sotto pressione, permettendomi di esprimere liberamente sentimenti ed esperienze.

    Questa esperienza di scrittura rappresenta ciò che chiamo: Metodo Biografico. E’ un lavoro che nelle Biografie Pedagogiche viene consegnato e custodito nelle famiglie, desiderose di lasciare memorie ai posteri, ridando Valore ai loro predecessori. Le Biografie Pedagogiche nella norma sono un percorso Pedagogico, Educativo e Privato.

    In questo caso viene presentata ad un pubblico, perché è stata una mia scelta, ne sono l’autrice e protagonista.

    Una Moglie Possibile

    Caro Federico,
    eccomi qui a scriverti ripensando al nostro percorso insieme, 22 anni.

    Avevo la tua età quando mi sposai. Ero una giovane donna vivace, di carattere forte che si era impostata la vita pensandola secondo una sequenza di obiettivi da raggiungere.

    I sette anni che trascorsi con tuo padre furono dedicati interamente alla progettualità di una famiglia solida e alla creazione di un benessere professionale.

    All’epoca decisi di abbandonare gli studi universitari. Dopo qualche anno di vita di coppia, sentii il bisogno di costruire una famiglia con figli. Speravo di avere almeno due, tre figli e non temevo di di non riuscire a conciliare famiglia e lavoro. La nostra professione nello studio odontoiatrico mi permetteva di seguire con una certa flessibilità con i tempi.

    Progettualità e Realizzazione di Sogni

    Non sarei più diventata il medico come sognavo da bambina, ma aprire, organizzare e condurre uno studio odontoiatrico mi permetteva di esprimere la mia voglia di imprenditrice, acquisita da nonno Giacomo. Un altro sogno era dedicarmi agli Altri, caratteristica che mi definiva come “idealista”.

    Progettualità e Realizzazione di Sogni
    Esperienza missionaria in Tanzania. Dispensario di Iringa 1987

    Riuscii a convincere tuo padre a fare un’esperienza di missione e tre anni prima della tua nascita andammo in Tanzania per cinque settimane. Anche lì mi impegnai come assistente sanitaria. Ricordo con malinconia quel periodo che avrebbe dovuto consolidare il nostro matrimonio.

    Due anni dopo, entusiasta della precedente esperienza, mi attivai per ritornare in Africa, questa volta in Etiopia per gestire uno studio odontoiatrico. Ero felicissima, ma la gravidanza cambiò i piani. Ad aprile del 1988 scoprii di aspettarti, caro Federico. Rinunciai alla missione senza rimorsi, nonostante la soddisfazione di tuo padre per aver evitato una situazione non gradita a lui. Lì iniziai a capire che non stavamo andando nella stessa direzione.

    Una Madre possibile

    Una Madre possibile
    Il 6 gennaio 1989 giorno della tua nascita era freddissimo e c’era una fitta nebbia.

    Durante la gravidanza lavorai tutti i pomeriggi con tuo padre, ma la stanchezza mi costrinse a letto per una settimana nel mese di Dicembre. Il 6 gennaio 1989, tu nascesti, in un giorno freddo e nebbioso. A parte i nonni, non ricevetti visite di parenti, e così iniziammo la nostra vita insieme, soli.

    Se guardo a quegli anni, vedo la mia solitudine con tuo padre e i suoi genitori, perdendo il contatto con la mia famiglia d’origine. Nel novembre 1989, rimasi felicemente in attesa del tuo fratellino Emanuele. Avreste avuto un anno e mezzo di differenza: tu forse non puoi immaginare la mia gioia per l’accadimento di quell’evento.

    l mio modello di famiglia si stava realizzando.

    Sempre in quell’anno avevamo, inoltre, acquistato i locali del nuovo studio dentistico per cui tutto ciò che si poteva desiderare dal punto di vista del successo, si stava compiendo. La mia vita di coppia, invece, non si era evoluta: la tua nascita, aveva colmato, in me quel bisogno di dare e ricevere affetto da un altro essere umano e questa era una triste consapevolezza.

    Ora sareste stati in due

    Il cambiamento inaspettato

    Purtroppo, la gravidanza si interruppe il giorno di Santo Stefano, una settimana prima del tuo compleanno. Quando ripenso a quel fatto rinasce in me la rabbia e lo sconforto totale che provai in quei giorni. Tu eri piccolo, eri la gioia e scopo della mia vita per cui non ti avrei mai voluto negare la serenità che ti spettava, come bambino, ma inevitabilmente quella circostanza triste, segnò e divise le nostre tre vite.

    La perdita di Emanuele portò una crisi nel rapporto con tuo padre. Realizzai che la sua visione di famiglia prevedeva un solo figlio. Continuammo a lavorare insieme nello studio odontoiatrico, ma il distacco tra noi cresceva. la consapevolezza del mio disinnamoramento verso tuo padre arrivò quando capii che c’era un mondo fuori che mi aspettava.

    Un viaggio nella consapevolezza

    Inizialmente fu la conoscenza di uomo “ad aprirmi gli occhi” su ciò che desideravo realmente. Non era la persona incontrata, ma le differenze sostanziali rispetto a tuo padre che mi colpirono. Idealista, decisi che la tua esistenza non valeva il sacrificio di stare in quel sistema familiare.

    Credevo da 28enne di potermi riproporre in una nuova configurazione familiare e di vita.

    Sogni! Illusioni! Sbaglio nel voler pianificare tutto! Presunzione! Idealismo! Romanticismo! Cocciutaggine! Possessività! Insicurezza delle proprie risorse! Educazione tradizionale! Remissività ma nello stesso tempo indomabilità! Voglia di affermazione! Competitività!

    La lista è lunga per descrivere il perché, è andata male!

    Tu ed io insieme

    Durante il tuo terzo anno di vita, iniziasti ad essere “condiviso e diviso” tra me e tuo padre.

    Federico caro, so che non è stato facile per te. Ho sempre cercato di metterti “al primo posto” sopperendo alla mancanza di una famiglia completa. Organizzavo gite e visite par passare del tempo insieme, anche se spesso ci spostavamo per la mia natura inquieta.

    Cresciuti insieme

    Una passione importante è “la voglia di viaggiare” che considero fondamentale per la formazione. Nel viaggio si mettono in gioco capacità diverse come “il fai da te”, l’adattamento alla fatica sia fisica che emotiva, la socializzazione, la tolleranza alla differenza, l’accettazione delle “sfide” impreviste!

    Esperienzanarrata-abbraccio-a-parigi
    Abbraccio a Parigi- Cresciuti insieme
    Cresciuti insieme: la passione e la voglia di viaggiare
    Arrampicata di un ghiacciaio del Gran Paradiso

    Purtroppo per motivi economici siamo riusciti a concederci solo tour alle città italiane che però organizzavamo con grande accuratezza e curiosità artistica-culturale.

    Quando stavi frequentando la seconda media, ebbi un crollo psicofisico e tu mi rimasi accanto con le tue capacità di ragazzino.

    Crescere nello studio

    Crescere nello studio e raggiungere obiettivi
    Crescere nello studio e raggiungere obiettivi: giorno della discussione della Laurea

    Mi iscrissi a Pedagogia, una disciplina che mi permetteva di «formarmi per formare», «educarmi per educare», «conoscermi per conoscere gli altri». Durante i miei studi universitari, mentre tu frequentavi il liceo classico, abbiamo vissuto momenti privilegiati. Quegli anni ci hanno permesso di crescere insieme, consolidando il nostro legame.

    Essere madre ha significato accompagnarti nella crescita, ma anche riconoscere che, attraverso la nostra storia, continuavo a crescere e a trasformarmi insieme a te.

    Da Madre a Donna Possibile

    Sei anni fa, hai concluso il tuo percorso universitario e ti sei trasferito in una tua abitazione. Ti ho accompagnato all’indipendenza concludendo un percorso educativo.

    Nonostante le difficoltà di comunicazione e tensioni causate da fattori esterni e anche, caratteriali, ci siamo accettati per quello che siamo.

    Il nonno Giacomo, il nostro “amorevole mediatore”, ci ha insegnato a rispettare i nostri ruoli:

    “io, madre e tu, figlio”

    amarci, onorarci ed io aggiungo, consolarci.

    Con Amore la tua Mamma


    Una Storia può diventare Memoria

    Ogni famiglia custodisce ricordi, relazioni ed esperienze che meritano di non andare perduti.

    Le Biografie Pedagogiche nascono per raccogliere queste memorie e trasformarle in una narrazione scritta, capace di restituire valore alla persona e di lasciare una testimonianza alle generazioni future.

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