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  • Una passione artistica spicca il volo nella seconda vita

    Una passione artistica spicca il volo nella seconda vita

    “Una passione artistica spicca il volo nella seconda vita”: la storia di Gianpaolo, che ha trasformato colori ad olio e tele in nuova linfa per la sua vita.

    Il momento della scintilla: la Passione Artistica che cambia la vita

    Ho scelto di intervistare mio fratello perché negli ultimi anni l’ho visto cambiare: ha superato prove difficili e ha trovato nuova linfa in una passione artistica travolgente. La sua storia ricorda che ogni età ha la sua forma di successo: per qualcuno i nipotini o la scrittura, per altri i viaggi, per altri ancora l’arte. Andiamo a conoscerlo meglio…

    Gianpaolo, ci racconti di quel giorno speciale: i colori a olio che ti hanno cambiato la vita. Cosa hai provato nel momento in cui li hai usati per la prima volta?

    «Era proprio in questo periodo, quattro anni fa, quando compivo sessant’anni. Andrea e Valentina, mio figlio e mia nuora, mi regalarono una scatola di colori a olio stupenda. La conservo ancora come una reliquia, con tutti i tubetti.
    Ero al mare e, all’inizio, non osavo aprirli: mi sembravano preziosi e difficili da usare.
    Già dipingevo acquerelli, ma l’olio era un’altra storia! Tornato a Milano, mi sono iscritto a un corso alla Galleria Crespi, vicino a Brera, Lì ho conosciuto il mio maestro, Massimo Fontanini, e ho iniziato a “impastare” davvero i colori.

    La magia dell’olio è proprio questa: non ti limiti a stendere la tinta, ma la mescoli sulla tavolozza o direttamente sulla tela, anche a quadro iniziato. Puoi trasformare un giallo in una tonalità più calda o scura con un tocco di blu o di rosso.
    Quell’atto di impastare, di lavorare con le mani e la mente insieme, ti porta esattamente alle sfumature che cerchi.»

    Come hai trovato il corso giusto?

    «Sono stati Andrea e Valentina a dirmi che, nel negozio dove avevano comprato la scatola di colori, organizzavano anche corsi serali. Per me, che lavoravo di giorno, era l’ideale.

    Da allora, e sono passati quattro anni, continuo a frequentare. Non è solo pittura: è amicizia, confronto, aiuto reciproco. Siamo una decina di persone e ci scambiamo consigli e idee.

    Col tempo il cerchio si è allargato. Ho conosciuto altri gruppi di pittori, anche in Versilia.

    In questi giorni, ad esempio, dipingerò al Lido di Camaiore alla Galleria Europa durante una mostra Ecce Homo-Ecce Mare: saremo lì, davanti ai passanti, a creare insieme e a suscitare curiosità.»

    Mostra Galleria Europa - Lido di Camaiore - 11 Agosto 2025 - gPaolo.Art in azione (www.gpaolo.art)
    Mostra Galleria Europa – Lido di Camaiore – 11 Agosto 2025 – gPaolo.Art in azione (www.gpaolo.art)

    L’incontro tra Ragione e Passione Artistica

    Hai vissuto per anni nella tecnologia e nell’impresa: come hai accolto in te quella voce silenziosa fatta di emozione, intuizione e colore? Come si sono mescolate tra loro?

    «Mi è sempre piaciuto disegnare. Con l’acquerello provavo già il piacere di trasformare un soggetto in colore, ma erano momenti rubati a un lavoro che occupava tutto il mio tempo.

    Oggi è diverso: passo due ore e mezza, tre alla settimana in atelier, più il sabato e la domenica nello spazio che mi sono creato in casa. La passione artistica è cresciuta al punto da superare quella lavorativa.

    Se potessi, mi dedicherei solo a questo. Capita spesso che arrivi a mezzanotte ancora davanti alla tela, senza accorgermi del tempo che passa. È qualcosa che mi travolge.»

    Tecnologia e arte: un’unione possibile.

    Quella tua vena tecnologica pensi di metterla anche nell’arte?

    «Sì. Non rinnego l’uso dell’intelligenza artificiale per creare alcuni quadri.
    Spesso parto da soggetti fotografati da me e uso l’AI per suggerire modifiche: luci, ombre, colori.
    L’olio resta un gesto fisico, soprattutto con la spatola, ma la tecnologia mi aiuta a studiare e progettare il soggetto.

    Non sono un integralista: se un’immagine ha errori di proporzione o prospettiva, li correggo subito. Così la base è solida. Non mi scandalizza usare griglie o riferimenti: sono un aiuto, non un limite.»

    Un Artista sperimentatore

    Si può dire che sei uno sperimentatore di tecniche e creatività?

    «Sono sempre stato uno sperimentatore. Anche nella vita professionale mi sono spesso mosso in territori inesplorati: quarant’anni fa ero già tra i primi a lavorare con le reti di computer.

    Questa attitudine oggi mi aiuta anche nell’arte.
    Due anni fa, ad esempio, mi sono creato il sito gPaolo.art direttamente dalla spiaggia, con il PC sulle ginocchia, caricando le foto delle mie opere.

    La tecnologia è un ponte verso nuove opportunità: molte esposizioni a New York o Barcellona sono arrivate grazie ai social e ai contatti online. Ho conosciuto persone importanti, come Daniela Rambaldi, figlia del creatore di E.T.(Carlo Rambaldi). Comunicare velocemente ciò che facciamo è una ricchezza, e la passione artistica trova nuovi spazi per crescere anche così.»

    Il Processo Creativo nella Passione Artistica

    Com’è il momento in cui nasce l’idea di un quadro? Ti guida un’emozione, una luce, un ricordo? E come si traduce sulla tela?

    «L’opera che sto realizzando adesso nasce da una fotografia scattata dai miei figli a Chioggia.
    Mi ha colpito subito la luce: le barche sui canali, gli edifici colorati che si riflettono sull’acqua, un cielo azzurrissimo.
    Il colore è il primo richiamo per me: quando una fotografia racchiude quei toni che sento miei, scatta la voglia di portarli sulla tela.

    Amo i paesaggi e li dipingo spesso. Le figure umane, invece, mi mettono ancora un po’ alla prova: è un ambito su cui voglio esercitarmi di più.

    In questo periodo sto studiando il futurismo, grazie ad alcuni amici pittori conosciuti in Versilia, sto sperimentando nuove tecniche pittoriche, che arricchiscono la mia passione artistica

    Un’immagine che diventa narrazione

    Puoi raccontarci un’opera che nasce da un’ispirazione forte e personale?

    «Il quadro Il nonno e il nipotino è nato in un mattino di dormiveglia.
    Avevo in mente l’immagine di una casetta, sormontata da un larice piegato dal vento, e l’ho descritta con precisione a ChatGPT, aggiungendo piccoli dettagli, fino a ottenere l’esatta rappresentazione che avevo in mente.

    Poi, durante le ore di lezione all’atelier, l’ho riprodotta a spatola, trasformandola in un quadro di grande forza espressiva

    Le reazioni sono state diverse: c’era chi vedeva nell’albero un segno di paura e chi, invece, un gesto di protezione verso la casa. Così ho scelto il titolo Il nonno e il nipotino, immaginando il nonno che accompagna il piccolo all’inizio del suo viaggio nella vita.»

    Una-passione-artistica-spicca-il-volo-nella-seconda-vita-Il-Nonno-e-il-Nipotino (www.gpaolo.art.it)
    Il Nonno e il Nipotino. Nata in atelier senza preparazione della tela: disegno a mano e colori immediati. In 15 ore, la passione artistica ha guidato ogni gesto.

    L’emozione di finire un’opera: la Passione Artistica alla prova

    Quando concludi un dipinto e lo guardi completo per la prima volta, cosa provi? È più pace, orgoglio, sorpresa… o un mix di tutto?

    «La tentazione è finire in fretta, ma è un errore.
    Il mio maestro, Massimo Fontanini, ripete sempre di prendersi il giusto tempo: fermarsi, allontanarsi, osservare i dettagli e rivederli uno a uno.

    Un quadro, in realtà, non è mai davvero “finito”: potrei riprenderlo anche dopo mesi. A un certo punto, però, decido di chiuderlo, altrimenti non smetterei mai.

    La sorpresa più grande è quando riesco a rendere esattamente ciò che avevo in mente, a volte con colori che non pensavo di riuscire a creare. Questo è il bello dell’olio: permette sfumature che non esistono in natura, ma diventano perfette sulla tela.

    Di solito porto avanti due opere alla volta: una all’atelier e una a casa. E ora, anche qui al mare, c’è un nuovo quadro su cui sto lavorando.»

    L’Esposizione. Condividere la Passione Artistica con il Pubblico

    Hai già portato le tue opere in mostre a New York, Barcellona, Viareggio e tante altre città. Che significato ha per te condividere il frutto del tuo lavoro con le persone?

    «Esporre è orgoglio, ma anche curiosità. Mi piace osservare da lontano chi si ferma davanti a un mio quadro: se resta qualche secondo in più o inclina la testa, mi avvicino e svelo di esserne l’autore.

    A New York, ad esempio, ho presentato un’opera con una piccola scultura di King Kong in ceramica applicata sulla tela, raffigurante lo skyline visto da Brooklyn intitolato “I Guerrieri della Luce”. Ha incuriosito molto i visitatori. Successivamente il quadro è stato esposto a Vibo Valentia, nella mostra collettiva Art Exchange: America & Italy. È arrivato intatto, con il piccolo King Kong perfettamente al suo posto: un’attenzione ai dettagli che mi ha colpito.

    Vedere le persone avvicinarsi per osservare i particolari mi conferma quanto materia e tecnica contino. L’acquerello è bello, ma rimane piatto, come una fotografia. L’olio, invece, ha una luce diversa: attraversa lo spessore del colore e riflette in modo unico. E quando lavoro a spatola, la materia diventa ancora più viva: è questo che affascina chi guarda.»

    Cambiamento Interiore: come la Passione Artistica trasforma la Vita

    Guardando indietro, senti che questa passione ti ha trasformato? In che modo ti ha arricchito, non solo come artista, ma anche come persona?

    «Se avessi fatto l’artista fin dall’inizio, forse oggi non sarei così felice.
    È proprio il percorso di vita precedente che mi permette di dedicarmi ora, con totale entusiasmo, a questa passione artistica. Il lavoro mi ha dato stabilità e mi ha preparato questo spazio di libertà.

    Oggi la pittura mi coinvolge molto più di qualunque altra attività. È una passione che, man mano che si avanza con l’età, diventa un motore vitale.

    Il lavoro, con il tempo, può diventare alienante. L’arte, invece, ti coinvolge a 360 gradi: che sia dipingere, scrivere, cantare o recitare, ti immerge completamente. Non sempre ci si può vivere, ma quando diventa parte della tua vita, cambia tutto.

    Un messaggio per chi sogna una seconda vita

    Tu che valore attribuisci oggi alla tua storia e alla tua espressione artistica? E quale messaggio vorresti dare a chi, anche in età adulta, sogna di far volare un progetto che ha nel cassetto?

    «Bisogna prepararsi all’età adulta, come l’hai definita tu.
    Non puoi pensare solo a lavorare: quando il momento arriva — per scelta o per necessità — devi avere già una strada da percorrere. Che sia la pesca, la bicicletta o dipingere, serve una passione vera, non qualcosa da fare “con la mano sinistra”.

    All’inizio c’è sempre un momento difficile, come davanti a un foglio bianco. Poi, man mano che entri nel lavoro, la passione cresce e ti trascina. È fondamentale avere un’attività che motivi, dia soddisfazione e comporti anche un po’ di fatica. Così, invece di deprimerti, ti prepari a una nuova fase della vita.

    In che modo questa passione ti ha portato verso le persone?

    Fare l’artista non ha senso se nascondi le opere in un angolo: bisogna avere il coraggio di mostrarle. Vale per la pittura, ma anche per il teatro o la musica: se non sali sul palco, resti chiuso in te stesso.

    Mettersi in gioco significa accettare critiche e reazioni inattese. Ho visto persone comprare quadri che a me non piacevano o che il mio maestro non riteneva riusciti. Questo mi ha insegnato che la percezione è personale e che ogni opera può trovare il suo pubblico.

    Esporsi crea legami. Da quando dipingo, ho conosciuto artisti, amici e appassionati che prima non facevano parte della mia vita: una nuova rete di relazioni che arricchisce tanto quanto il dipingere stesso.»

    Dal lavoro paziente all’ispirazione fulminea: due volti della passione artistica

    Ogni quadro racconta una storia: c’è quello nato da settimane di lavoro lento e meticoloso, e quello che prende vita in poche ore, spinto dall’ispirazione del momento.
    In questa galleria, Gianpaolo ci porta dentro il suo processo creativo — tra luce, colore e materia — mostrando come la passione artistica possa avere forme diverse, ma sempre autentiche. (clicca sull’immagine per entrare nel sito gPaolo.art.it)

    Un inno alla vita semplice…

    Questa intervista è un viaggio nella trasformazione di un uomo che ha trovato nell’arte una seconda vita, più libera e luminosa.
    La storia di Gianpaolo ci ricorda che il talento può sbocciare in ogni stagione della vita e che coltivare una passione significa regalarsi una nuova prospettiva sul mondo.

    Proprio come nell’ultimo quadro che ci ha mostrato — l’uccellino sospeso in volo sopra pane e vino — c’è un messaggio semplice e potente: celebrare le cose essenziali, vivere con leggerezza e trovare bellezza anche nei gesti più quotidiani.
    Un vero inno alla vita semplice… alla ricerca della propria passione artistica!

    Una-passione-artistica-spicca-il-volo-nella-seconda-vita-Inno-alla-vita-semplice-612x1024 (www.gpaolo.art.it)
    L’uccellino sospeso in volo sopra pane e vino: un invito a celebrare le cose essenziali, vivere con leggerezza e cercare la propria passione artistica. (www.gpaolo.art.it)

    💬 Qual è il tuo “inno alla vita semplice”?

    Può essere un viaggio, un profumo, un ricordo… o una passione che aspetta di volare.
    Come l’uccellino sospeso nel quadro di Gianpaolo, anche la tua storia può prendere il volo e raccontare chi sei davvero.

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  • Chiedere “Ciao, Come stai?”: Parole che Educano

    Chiedere “Ciao, Come stai?”: Parole che Educano

    Chiedere “ Ciao, come stai?” con intenzione cambia il modo di ascoltare e relazionarsi. Una guida educativa e autobiografica per riscoprire questa domanda.

    “Ciao, come stai?” – La domanda più semplice che può aprire un mondo

    Hai mai riflettuto sul vero significato di una domanda così quotidiana, così automatica, eppure così potente?
    “Ciao, come stai?”
    Tre parole che ci scambiamo ogni giorno, decine di volte.
    Talvolta dette per educazione, altre volte per abitudine. Ma raramente, davvero raramente, con intenzione autentica.

    Per molto tempo, anche per me era solo una formula di cortesia.
    Poi un giorno, qualcuno mi fece notare che se non ero pronta ad ascoltare davvero la risposta, quella domanda non aveva alcun valore.
    È stato un momento di consapevolezza.
    Da quel giorno, quando chiedo “Come stai?”, lo faccio solo se sono disposta a fermarmi, ad ascoltare, a creare uno spazio vero per l’altro/a.

    Da quella domanda possono nascere molte cose:

    • un racconto di vita
    • un’emozione rimasta incastrata
    • una risposta rapida che chiude ogni porta

    Può esserci un “bene” detto per tagliare corto, un “male” sussurrato per vedere se davvero ti interessa, oppure un “incasinata” che ti spiazza.
    E ci sono anche quei silenzi che dicono tutto.
    Ma se non sei pronto ad accoglierli, quel dialogo non inizierà mai.


    🎓 Il valore educativo del chiedere “Come stai?”

    Dal punto di vista pedagogico, chiedere “Come stai?” non è mai solo una formalità.
    È un gesto relazionale che può generare cambiamento, a patto che sia accompagnato da intenzione, attenzione e presenza.

    Quando ci rivolgiamo così a un bambino, a un adolescente, a un adulto in difficoltà o semplicemente a una persona cara, non stiamo solo aprendo un dialogo.
    Stiamo riconoscendo l’altro nella sua esperienza emotiva.
    Gli stiamo dicendo, senza dirlo:

    “Tu per me conti. Come ti senti ha valore.”

    In questo senso, il “come stai” è una domanda che educa perché:

    • stimola il pensiero riflessivo
    • favorisce la consapevolezza emotiva
    • apre spazi di narrazione personale
    • rafforza la fiducia tra chi domanda e chi risponde

    Tutto questo è possibile solo se siamo disposti a metterci in ascolto reale.

    L’ascolto vero, infatti, non giudica, non corregge, non interpreta subito.
    Accoglie.
    Lascia che l’altro esprima ciò che sente, con le parole che ha a disposizione.
    Anche solo un “mah… non lo so”, se ascoltato con attenzione, può essere l’inizio di una narrazione che aspetta da tempo di emergere.

    Come pedagogista, lo vedo ogni giorno: le relazioni più efficaci nascono da domande semplici, ma poste al momento giusto, con il tono giusto e soprattutto con il cuore giusto.

    💬 “Bene”, “male”, “insomma”: ogni risposta è un mondo

    Chiedere “Come stai?” con intenzione è solo il primo passo.
    Il secondo – spesso il più difficile – è restare davvero presenti nella risposta, anche quando è spiazzante, breve o muta.

    Alcune risposte sembrano chiudere la conversazione:

    • “Tutto bene” (detto in automatico)
    • “Mah… si tira avanti”
    • “Incasinata, come sempre”
    • “Lasciamo perdere”

    Ma dietro queste frasi, spesso si nascondono:

    • tentativi di protezione (“Non voglio aprirmi ora”)
    • inviti silenziosi (“Chiedimi ancora, ma con delicatezza”)
    • oppure barriere relazionali già costruite nel tempo

    E poi c’è il silenzio.
    E anche il silenzio è una risposta.
    A volte è una chiusura, altre volte è un segnale di attesa.
    Il punto non è riempirlo, ma rispettarlo.

    Quando arriva invece una risposta autentica, anche semplice come:

    • “Oggi non è giornata”
    • “Sono felice ma anche un po’ stanco”
    • “Sto affrontando qualcosa di grande”

    …si apre un’opportunità preziosa, un varco narrativo da attraversare con rispetto.
    È lì che nasce la relazione educativa: quando accogliamo ciò che l’altro ha deciso di affidarci, anche se è scomodo o difficile da contenere.

    Le risposte alla domanda: Ciao, come stai. Parole che educano
    Esempi di risposte alla domanda: Ciao, come stai? Parole che educano

    🚪 Quando “Come stai?” non viene chiesto: assenza, chiusura, difesa

    Ci sono persone che non pongono mai questa domanda, nemmeno quando sarebbe naturale — o necessario — farlo.
    E questo silenzio può farci sentire trasparenti, non considerati, esclusi.

    Nel tempo ho imparato che non è sempre mancanza di educazione.
    Spesso, dietro questa assenza, si nascondono:

    • timori profondi (e se poi l’altro mi racconta qualcosa che non so gestire?)
    • ferite antiche (Persone non ascoltate da piccole, che hanno imparato a non parlare di ciò che sentono)
    • un atteggiamento difensivo (“Non voglio farmi carico delle emozioni dell’altro, già ho le mie”)

    Chi evita questa domanda, a volte ha vissuto delusioni relazionali: si è sentito tradito o ignorato da chi avrebbe dovuto esserci.
    E allora ha chiuso quella porta, per proteggersi.

    Altre volte, invece, si tratta di un egocentrismo inconsapevole:
    c’è chi si aspetta presenza, ma non la offre.
    Chi vive le relazioni come se spettasse sempre all’altro chiedere, esserci, capire.

    Ma le relazioni non funzionano a senso unico.
    E chi non è disposto a vedere davvero l’altro/a, a compiere anche solo un gesto di apertura, finisce per perdere pezzi di umanità condivisa.

    Questa parte dell’articolo non vuole giudicare, ma comprendere.
    Anche chi non riesce a dire “Come stai?” ha probabilmente una storia da raccontare.
    E forse, con il tempo e con la giusta vicinanza, potrà riscoprire il valore di quella domanda – partendo da sé.

    Quando conosci già la risposta, ma chiedi lo stesso

    Ci sono momenti in cui sappiamo già che l’altro sta male.
    Una perdita, una malattia, una separazione, un periodo difficile.
    E allora ci chiediamo: ha senso domandargli “Come stai?” se so già che soffre?
    A volte temiamo di ferire, di toccare una ferita ancora aperta.
    Altre volte pensiamo: “Tanto non vorrà parlarne”.

    Eppure, se quella domanda è posta con autenticità, può diventare un messaggio silenzioso ma potente:

    “Io ci sono. Anche se non vuoi raccontarmi nulla adesso.”

    E l’altro, sentendosi visto e non forzato, può percepire che quella domanda era vera e, forse, un giorno tornerà su quel sentiero di parole lasciato aperto.

    È un gesto che comunica presenza e libertà.
    Libertà di non rispondere, di dire solo “non va” e di raccontarsi più tardi, o mai.

    La relazione educativa nasce così: nel rispetto profondo del tempo dell’altro.

    🔁 Quando chiedi “Come stai?”, ma non ascolti davvero

    C’è una modalità più sottile, ma altrettanto dolorosa:
    quella di chi pone la domanda “Come stai?” per abitudine, o per introdurre se stesso.

    A volte rispondi con sincerità, magari aprendo un piccolo spiraglio.
    E subito vieni interrotto:

    • “Ah guarda, anche a me è successa una cosa simile!”
    • “Sì sì, ma sai cosa è successo a me?”
    • “Vedrai, passerà… comunque io…”

    In questi casi, la domanda iniziale non era un invito all’ascolto, ma un trampolino per deviare la conversazione su di sé.

    Spesso non c’è malizia, solo un’ingenuità relazionale.
    C’è chi è così carico di emozioni non elaborate — da dire, da condividere, da sfogare — che l’altro diventa, inconsapevolmente, uno specchio o un contenitore.

    In altri casi, la domanda sembra gentile, ma cela un giudizio implicito: si cerca solo una conferma ai propri pensieri, un dettaglio che incastri l’altro in un’etichetta già pronta.

    In tutte queste situazioni non c’è vero ascolto.
    Solo una messa in scena relazionale.

    Ecco perché chiedere “Come stai?” non basta.
    Serve anche fermarsi.
    Accogliere davvero.
    Lasciare spazio, anche al disagio, anche a ciò che non capiamo fino in fondo.

    Altrimenti, quella domanda — che potrebbe essere un gesto di cura —
    si riduce a una formula vuota.
    E, come ogni maschera, prima o poi si sgretola.

    🧒🏻 Quando chiedi “Come stai?” ad un bambino: il suo sguardo si accende

    C’è qualcosa di profondamente autentico nel modo in cui un bambino reagisce a questa domanda:
    “Come stai?”

    Se posta con attenzione sincera e con il cuore, spesso nei suoi occhi compare una luce diversa.
    Si sente riconosciuto.
    Non solo come studente, figlio o “da gestire”, ma come persona che prova, percepisce, merita ascolto.

    A volte risponde con entusiasmo:

    • “Bene! Ho fatto una cosa bellissima!”
    • “Sto imparando a leggere!”
    • “Ho giocato tutto il giorno!”

    Altre volte, invece, si manifesta un’emozione forte:
    rabbia, tristezza, paura.

    Anche in quei casi, sentirsi accolto nel suo sentire lo aiuta a riconoscere, nominare e condividere ciò che prova.

    Per lui, un “come stai?” autentico è una porta che si apre.
    È la conferma che ciò che sente ha valore, non solo spazio.

    Ma se quella domanda non arriva mai…oppure viene posta con fretta o distrazione, senza uno sguardo vero, quel bambino potrebbe iniziare a trattenere.

    A chiudersi. A pensare che le emozioni non interessano a nessuno.

    E può succedere che, da adulto, diventi una di quelle persone che non chiedono più “come stai” a nessuno.

    Perché nessuno gliel’ha chiesto davvero quando contava.
    Perché nessuno gli ha insegnato che i sentimenti meritano spazio.

    Ecco perché, anche nella relazione educativa, non possiamo ignorare il potere di questa domanda.

    Se posta con intenzione autentica e senza giudizio, può diventare un’ancora silenziosa, una piccola rivoluzione quotidiana.
    Un gesto che educa… semplicemente, alla Cura.

    Come chiedere “Come stai?”: parole che educano: I bambini

    📚 Chiedere “Come stai?” con consapevolezza: una pratica educativa documentata

    Diversi studi nella psicologia relazionale e nella pedagogia riflessiva confermano che la qualità delle domande che poniamo e la modalità con cui ascoltiamo le risposte hanno un impatto profondo sulle relazioni, sull’empatia e sul benessere emotivo:


    ✅ Guida pratica: 5 gesti per ascoltare davvero

    #PassaggioFondamento teorico / Ricerca
    1Mettiti nel presente L’ascolto empatico richiede presenza autentica: solo così possiamo davvero “sentire” l’altro.
    2Cura il tono della voce Daniel Goleman, nel libro Intelligenza emotiva (1995), evidenzia come tono, ritmo e intonazione siano strumenti fondamentali per comunicare empatia. Approfondisci su PositivePsychology.com.
    3Rispetta il silenzio Il listening attivo e le tecniche di reflective listening insegnano che il silenzio è uno spazio comunicativo da accogliere, non da riempire.
    4Offri uno spazio, non una pressione I modelli relazionali consapevoli proposti da Daniel Siegel invitano a porre domande aperte e rispettose. Scopri di più su drdansiegel.com.
    5Non cercare subito soluzioni Martin Buber, nella pedagogia del “Io–Tu”, ci ricorda che la relazione autentica nasce dall’incontro, non dal consiglio. Approfondisci su Stanford Encyclopedia of Philosophy.

    🌙 L’ultima domanda che ci possiamo fare: Come sto?

    Questa riflessione non è nata da un libro, né da una teoria.
    È nata da me.
    Una mattina molto presto, quando il giorno non era ancora cominciato.

    Erano le 4:52.
    Mi sono svegliata con un nodo in gola e una domanda che mi girava in testa:
    “Come sto?”

    Non avevo una risposta precisa.
    Eppure sentivo che da quella domanda dipendeva qualcosa di importante:
    il mio equilibrio.
    O forse, il mio bisogno di ritrovarlo.

    Ho fatto quello che faccio quando le emozioni si accavallano: mi sono messa a scrivere.
    Scrivere per ascoltarmi. Per sentirmi vera. Per stare meglio.

    E proprio scrivendo ho compreso quanto questa domanda, così semplice e così umana, sia anche educativa, autoriflessiva, autobiografica.

    Tutto parte da lì.
    Dal modo in cui ci rivolgiamo a noi stessi.
    Il permesso che ci diamo di sentirci – bene, male, stanchi, pieni, confusi.
    Dal coraggio di stare in quella domanda, senza dover trovare subito una risposta.

    Solo chi si allena a questo ascolto interiore, può poi offrirlo anche agli altri.
    Senza forzature. Senza giudizi. Con presenza.

    Ed è proprio da quel momento che è nato questo articolo.
    Dal desiderio di trasformare una domanda in un ponte.
    Un gesto quotidiano in un atto intenzionale.
    Una formula automatica, in un gesto di educazione alla Cura.


    💬 E adesso, ti va di provare?

    Hai mai pensato a quanto può essere profonda questa domanda?
    Prova a chiedertelo, oggi: Come sto davvero?
    E poi, se ti va, chiedilo anche a chi hai vicino. Ma con intenzione.

    Prevenire con Cura, Supportare con Passione.

    Se questo articolo ti ha fatto riflettere e vuoi scoprire di più sul mio lavoro,
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  • Alleanza Familiare: Suocera e Nuora, quando è vincente?

    Alleanza Familiare: Suocera e Nuora, quando è vincente?

    Chiedersi se l’alleanza familiare tra suocera e nuora sia vincente è una riflessione autentica e pedagogica sul legame intergenerazionale tra donne. L’obiettivo non è negare le difficoltà, ma comprendere come superare i conflitti e creare nuove possibilità relazionali.

    Quando parlo di alleanza familiare, intendo una forma di cooperazione affettiva e relazionale tra generazioni — non un’assenza di conflitti, ma la volontà di affrontarli con rispetto e consapevolezza.

    C’è un filo invisibile che unisce donne di epoche diverse, spesso intrecciato tra silenzi, incomprensioni e attese.
    Quel filo passa, a volte, tra due figure: suocera e nuora.
    Un binomio che, nella narrazione comune, evoca distanze, ma che può diventare alleanza.
    Spesso questo legame viene raccontato attraverso stereotipi: rivalità, incomprensioni, diffidenza.
    Ma se provassimo a guardarlo da un altro punto di vista?

    Questo articolo nasce da una riflessione personale e professionale. E da una convinzione: anche tra differenze profonde può nascere un’alleanza educativa e affettiva, capace di rafforzare il benessere di tutta la famiglia.

    Lo so perché, nella mia storia, non è stato così.

    Alleanza familiare: Quando la Relazione si Complica

    Tra me e mia suocera c’erano più di 35 anni di differenza.
    Due mondi lontani, due storie segnate da epoche irripetibili: lei cresciuta durante il fascismo e nel dopoguerra, io nell’Italia post-femminista.
    Diversi i riferimenti culturali, l’educazione ricevuta, le abitudini quotidiane, perfino il modo di esprimere le emozioni.
    Eppure, eravamo entrambe donne. Entrambe madri.

    Non è bastato.
    Il peso delle famiglie d’origine, l’assenza di un compagno capace di fare da ponte tra noi, e la difficoltà a costruire una distanza sana e rispettosa hanno contribuito a incrinare la mia relazione coniugale.

    A rafforzare questa percezione non è solo la mia esperienza.
    La psicologa di Cambridge Terri Apter, in uno studio su 163 persone, ha rilevato che oltre il 60 % delle donne sposate considera la relazione con la suocera fonte di stress duraturo, contro appena il 15 % degli uomini.
    Un dato significativo, che evidenzia come questo legame femminile sia spesso il più teso e complesso tra le relazioni familiari.
    👉 Fonte: Leggi l’articolo completo di Terri Apter

    Ma il punto non è cercare colpe.
    Il vero nodo è l’assenza di strumenti per affrontare le differenze, e la fatica nel dare un nome alle emozioni che emergono quando generazioni, valori e visioni della famiglia si incontrano — o si scontrano.

    Alleanza familiare possibile? Sì, ma serve un cambio di sguardo

    Non tutte le relazioni tra suocera e nuora sono destinate al conflitto.
    Esistono anche forme di solidarietà silenziosa tra donne, capaci di generare fiducia e rispetto all’interno della famiglia, anche in modi inattesi.

    A volte, queste alleanze non si costruiscono tra suocera e nuora, ma attorno a loro: tra figure femminili adulte che, pur non essendo legate da vincoli diretti, si riconoscono nel desiderio comune di custodire un equilibrio familiare.
    Due donne che si ascoltano, si rispettano nei tempi e negli spazi, senza invadere.
    Quando si mette da parte il bisogno di controllo e si lascia spazio alla relazione, qualcosa si scioglie.
    E in quel clima più disteso, anche il legame madre-figlio, o nuora-suocera, può respirare meglio.

    Anche la ricerca lo conferma.
    Uno studio condotto da Christine E. Rittenour e Jordan Soliz (2009) ha coinvolto 190 nuore e ha rilevato che, quando la suocera condivide esperienze personali e adotta uno stile comunicativo autentico, si rafforza il senso di appartenenza familiare e si favorisce un clima di fiducia e complicità.
    Questo tipo di narrazione contribuisce a migliorare la soddisfazione relazionale e a promuovere comportamenti di supporto all’interno della famiglia.
    👉 Fonte: Communicative and Relational Dimensions of Shared Family Identity…, ResearchGate

    Alleanza familiare: suocera e nuora, quando è vincente? il gioco insieme
    Alleanza familiare: Suocera e Nuora, quando è Vincente? Attraverso equilibrio, complicità e fiducia

    Uno sguardo pedagogico: il contesto originario conta

    Ogni alleanza familiare si costruisce anche sulla base delle storie che ci precedono.
    Le immagini interiorizzate di madre, padre, donna e uomo influenzano profondamente i nostri legami, anche quando crediamo di essercene affrancati.

    Nella mia esperienza, ho osservato quanto le differenze educative e culturali tra generazioni — tra mia madre, figlia di una maestra emancipata, e mia suocera, ancorata a un modello più tradizionale — abbiano inciso non solo sulle loro relazioni, ma anche sulla mia, di coppia e di madre.

    Oggi molte coppie si definiscono paritarie, ma senza una riflessione sulle proprie radici, anche i legami più solidi possono vacillare.
    Riconoscere ciò che ci portiamo dentro è il primo passo per costruire un’alleanza familiare consapevole, capace di evolversi attraverso le differenze.
    Non serve a cercare colpe, ma a comprendere, scegliere e trasformare.

    👉 Ne parlo più approfonditamente in questo articolo su cosa significa sposarsi oggi, tra aspettative, differenze e possibilità di crescita condivisa.

    Perché l’Alleanza tra Donne è un Atto Politico e Pedagogico

    Sì, politico.
    Perché ogni volta che due donne si alleano — in famiglia, nella società, nella scuola — si crea uno spazio di cura che contrasta la logica della competizione.
    Un gesto silenzioso ma rivoluzionario, che cambia il modo di abitare le relazioni.

    Quando:

    • una suocera e una nuora scelgono di parlarsi invece che spiarsi,
    • si contengono con rispetto, anche senza somigliarsi,
    • si accettano senza giudicarsi

    non solo si rafforza la relazione familiare, ma si trasmette ai figli un modello di coesistenza possibile.
    Una testimonianza viva che l’amore — quello con la A maiuscola — non è solo nella coppia, ma anche nella qualità dei legami che la coppia sa custodire attorno a sé.

    ✏️ Cosa possiamo fare oggi?

    Per le giovani coppie.
    Chi è alle prese con l’arrivo di un figlio.
    Per chi vive in mezzo a dinamiche familiari complesse, o accanto a una suocera che sembra “difficile”…

    Ecco qualche spunto. Piccoli gesti, che possono cambiare il modo di stare insieme:

    🔸 Fai un passo indietro, e uno di lato.
    Osserva da dove vieni, prima di giudicare dove vuoi andare. Le origini non vanno negate: vanno comprese.

    🔸 Prova a nominare le differenze.
    Non per superarle a tutti i costi, ma per capirle. E magari accoglierle come parte del quadro.

    🔸 Proteggi la tua relazione di coppia, ma senza costruire muri.
    Puoi mettere confini, senza escludere. L’intimità non ha bisogno di isolamento, ma di verità.

    🔸 E se sei una suocera, scegli di raccontarti.
    Non imporsi. Raccontarsi, è un atto di fiducia: può ispirare più di mille consigli.

    “Le storie familiari che ci raccontiamo in famiglia non servono solo a ricordare, ma a ritrovarsi.”

    La Memoria Familiare come alleata

    Scrivere questo articolo è stato un modo per fermarmi e riflettere su un ruolo che oggi sento mio: essere suocera.
    Un ruolo nuovo, delicato, spesso frainteso.
    E come ogni ruolo che riguarda la famiglia, merita ascolto, confronto, possibilità.

    Mi sono accorta che tante coppie — soprattutto nei primi anni da genitori — si trovano a fare i conti con dinamiche sottili, faticose, a volte invisibili
    che affondano le radici nelle storie familiari, nelle aspettative, nei silenzi mai nominati.

    In queste pieghe invisibili si gioca spesso la possibilità di costruire un’alleanza familiare più autentica, fatta di ascolto, riconoscimento reciproco e rispetto dei confini.

    Nelle Biografie Pedagogiche che raccolgo con esperienzanarrata, spesso mi capita di incontrare storie “sospese” tra generazioni.
    Storie di donne che non si sono mai dette nulla, ma che si sono portate dentro per anni.
    Dare voce a quei legami, trasformarli in narrazione, è già un atto di cura.
    Perché ogni storia che condividiamo può avvicinarci un po’ di più.

    💬 E tu? Hai vissuto una relazione familiare complessa, oppure un legame che ti ha insegnato qualcosa?
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    Ti ascolto volentieri. Anche solo per iniziare a parlarne.

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  • Sposarsi Oggi: Tra Scelte, Promesse e Nuovi Legami

    Sposarsi Oggi: Tra Scelte, Promesse e Nuovi Legami

    Cosa significa sposarsi oggi? Una riflessione personale e professionale sul significato del matrimonio oggi, tra cambiamenti culturali e nuove forme di legame.

    Cosa significa Sposarsi Oggi, nel ventunesimo secolo?

    C’è un momento nella vita in cui, anche se sei madre, pedagogista, o donna già passata attraverso un matrimonio, ti ritrovi a riflettere profondamente su cosa voglia dire sposarsi oggi.

    Sposarsi oggi non è più un gesto scontato, né un obbligo sociale.
    In un tempo dove tutto cambia velocemente, anche il significato del matrimonio si trasforma: le forme sono molteplici, le aspettative diverse, le promesse forse più consapevoli, ma anche più fragili.

    Da pedagogista, da madre, e da donna che ha attraversato il matrimonio e un divorzio, ho vissuto da vicino una recente esperienza familiare che mi ha portato a riflettere profondamente su questo tema.

    Ho deciso di scrivere questo articolo partendo da un sentire personale, da emozioni che mi hanno attraversata nell’ultimo anno, in seguito a una scelta importante vissuta in famiglia: un giovane adulto che, dopo aver costruito una relazione stabile e matura, ha deciso di sposarsi e consolidare quel legame davanti al mondo.

    Senza entrare nei dettagli privati — per rispetto delle vite altrui — vorrei accompagnarti in un percorso narrativo e riflessivo che unisce sguardo personale, osservazione professionale e ascolto del presente.

    Quel ‘per sempre’ che oggi ha nuove forme

    Quando parliamo di matrimonio, spesso pensiamo all’immagine che ne avevano i nostri genitori: una cerimonia in chiesa, una promessa per la vita, ruoli familiari ben distinti e un percorso quasi obbligato.
    Ma sposarsi oggi è qualcosa di molto più ampio, fluido e personale.

    Oggi ci si sposa più tardi, oppure si sceglie di non sposarsi affatto. Le motivazioni cambiano, così come le forme: c’è chi sceglie il rito religioso, chi quello civile, chi una cerimonia simbolica.
    Accanto alle coppie eterosessuali, troviamo unioni tra persone dello stesso sesso, famiglie ricostituite con figli di precedenti relazioni. Sono convivenze che si fondano su un progetto di vita comune, più che su convenzioni sociali.

    Secondo l’ISTAT, i matrimoni civili rappresentano oggi circa il 60% del totale in Italia, superando quelli religiosi.
    Crescono anche le unioni civili tra persone dello stesso sesso, con 3.019 casi nel 2023 (+7,3% rispetto all’anno precedente), mentre un numero crescente di coppie opta per la convivenza stabile, anche con figli, senza contrarre matrimonio.

    In questo scenario, il significato di Sposarsi Oggi cambia: non è più soltanto un contratto o una forma da rispettare, ma una promessa da vivere, quotidianamente, con consapevolezza.

    Sposarsi Oggi: Tra Scelte, Promesse e Nuovi Legami.Ecco l’infografica che rappresenta le principali tipologie di unione in Italia oggi, in linea con il paragrafo "Sposarsi oggi". I dati sono ispirati ai report ISTAT e adattati per chiarezza visiva:
60% matrimoni civili
30% matrimoni religiosi
8% convivenze dichiarate
2% unioni civili tra persone dello stesso sesso (fonte: ISTAT 2023)
    Sposarsi Oggi: Tra Scelte, Promesse e Nuovi Legami: Ecco l’infografica che rappresenta
    60% matrimoni civili
    30% matrimoni religiosi
    8% convivenze dichiarate
    2% unioni civili tra persone dello stesso sesso
    ⚠️ Le percentuali sono semplificate per chiarezza visiva e non sommano al 100% perché rappresentano le categorie principali più evidenti. I dati ufficiali completi sono disponibili nei link ISTAT sopra riportati.

    Una madre single che accompagna da lontano

    Ci sono passaggi della vita che, anche se non ci riguardano in prima persona, ci attraversano dentro.
    Quando mio figlio ha deciso di sposarsi, non ho provato nostalgia, ma qualcosa si è mosso nel profondo. Non era malinconia, ma una domanda che affiorava con dolcezza: “Cosa significa oggi promettersi a qualcuno?”

    Io, il matrimonio, l’ho vissuto in un tempo molto diverso. Ero giovane, piena di convinzioni e desideri, ma anche figlia di un’epoca in cui certe scelte erano quasi un passaggio obbligato.
    Si seguivano percorsi tracciati, spesso senza chiedersi troppo se ci assomigliassero davvero. Anche l’amore, allora, aveva un’altra narrazione: era fusione totale, sacrificio, dovere.
    A distanza di anni, guardando a quella parte della mia vita, riconosco il valore e anche i limiti di quel modello.

    La separazione è arrivata quando ho iniziato a sentire il bisogno di ascoltarmi di più. È stato il momento in cui ho smesso di aderire a un copione e ho cominciato a riscrivere il mio modo di essere donna, madre, persona.
    Da allora, ho camminato spesso da sola. Non per scelta radicale, ma per un misto di pudore, timore, dedizione. Ho messo tutto ciò che potevo nel crescere mio figlio, cercando di non fargli mai mancare presenza e sostegno.

    Ed è proprio per questo che, oggi, il suo matrimonio lo sento come un passaggio anche mio.
    L’ho accompagnato con discrezione, senza aspettative, con rispetto.
    Non per dare consigli, non per essere coinvolta in ogni dettaglio. Ma per esserci.
    In silenzio, ma profondamente presente.

    Sposarsi oggi: un atto di libertà condivisa

    Ai tempi del mio matrimonio, era spesso la famiglia d’origine a organizzare tutto: la cerimonia, il ricevimento, perfino la lista degli invitati. Un passaggio sociale, collettivo, approvato dagli adulti.

    Sposarsi oggi, invece, è un gesto che nasce e si costruisce sempre più spesso dentro la coppia stessa.

    I giovani adulti vivono già fuori casa, convivono, hanno figli. Quando decidono di sposarsi, non lo fanno per accontentare aspettative familiari, ma per dare forma pubblica a una scelta già interiorizzata. Se invece vivono ancora con i genitori, il matrimonio è spesso sostenuto da questi ultimi solo quando i figli sono molto giovani o non ancora indipendenti.

    Nelle coppie dello stesso sesso o nei secondi matrimoni, il significato si fa ancora più consapevole: scegliere il luogo, le persone, il momento diventa un atto simbolico, che rende omaggio a chi ha sostenuto quella relazione, l’ha riconosciuta, l’ha custodita.

    Sposarsi oggi è questo: una scelta che ha il sapore della libertà.
    Una promessa che non pretende perfezione, ma responsabilità.
    E’ una festa costruita con chi c’è davvero. Non più solo zii e cugini lontani, ma amici intimi, fratelli del cuore, compagni di viaggio.
    Quelli che ci sono stati. E che ci saranno ancora.

    Sposarsi oggi: parole nuove per una promessa che cambia

    Oggi le promesse nuziali non sono più solo parole poetiche e sacre o religiose da pronunciare sull’altare.
    Sono spesso frutto di un cammino già condiviso, fatto di quotidianità, di esperienze vissute, a volte anche di figli già nati.
    Ci si sposa già cambiati. E questo non toglie valore all’impegno, anzi. Lo rende più vero.

    Lì dove un tempo si prometteva “per sempre” con l’ingenuità di chi crede che basti l’amore a sostenere tutto, oggi si promette “ogni giorno”, con la consapevolezza che l’amore ha bisogno di manutenzione.
    Di parole giuste, silenzi rispettosi, cura e attenzione.

    Cosa resta, allora, del matrimonio?
    Resta la Volontà, la Determinazione.

    Resta il desiderio profondo di dire: “Io ci sono. Per te. Con te.”
    Resta la scelta quotidiana di non fuggire. Di non dare tutto per scontato.
    Di esserci, anche nei giorni stanchi. Anche quando è più facile rinunciare.

    E forse, proprio in un tempo incerto come quello in cui viviamo, sposarsi oggi è un atto di fiducia radicale.
    Un modo per dire, senza troppe parole, nonostante tutto, io credo ancora nell’amore.

    Sposarsi Oggi: Tra Scelte, Promesse e Nuovi Legami: bouquet
    Sposarsi oggi: parole nuove per una promessa che cambia

    Essere testimoni silenziosi: il ruolo dei genitori oggi

    Tornando alla motivazione che mi ha spinta a scrivere questo articolo, voglio concludere così:

    In quel giorno speciale ho scelto di non essere protagonista, ma testimone silenzioso.
    Li ho osservati con amore, rispetto e dedizione. Con il cuore aperto a ciò che stava accadendo.
    Non ho rivissuto il passato, pur trovandomi accanto al padre di mio figlio.
    Invece ho provato una gioia profonda nel vedere nostro figlio, il frutto di quella unione, lì accanto alla donna che ha scelto per la sua vita.
    Ho accolto il presente con consapevolezza.

    E nel vedere nascere una nuova famiglia, mi sono detta che ci sono storie che meritano di essere raccontate.

    Perché ogni passaggio importante della vita lascia un segno.
    E quando abbiamo il coraggio di fermarci, ascoltarlo e narrarlo, quel segno può diventare luce. Per noi. Per chi verrà dopo.


    👉 Raccontare ciò che ha valore per noi: una scelta di cura, di amore verso se stessi

    Ci sono passaggi della vita che lasciano un segno profondo: matrimoni, nascite, separazioni, riconciliazioni, decisioni che cambiano il corso delle cose.

    Fermarsi a raccontarli, raccoglierli, custodirli… è un atto d’amore verso di sé e verso chi verrà dopo di noi.

    Le Biografie Pedagogiche sono uno spazio intimo e rispettoso in cui dare voce ai ricordi, ai legami, ai significati che spesso restano silenziosi. Un’occasione per riconoscere valore alla propria storia e trasformarla in memoria viva.

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  • Il Valore delle Fiabe che educano all’Immagine Creativa

    Il Valore delle Fiabe che educano all’Immagine Creativa

    Rosa Rita Formica ci accompagna nel mondo delle fiabe, tra creatività, memoria e immagini che educano. Una voce autentica che arriva dritta al cuore.

    Ho conosciuto Rosa Rita Formica nel 2008, durante un incontro tra pedagogisti. Da allora è nata un’amicizia preziosa, che si è intrecciata nel tempo tra vita professionale e personale. In questi 17 anni abbiamo attraversato cambiamenti, evoluzioni, nuovi inizi. Ma, come dico spesso, siamo cresciute insieme: confrontandoci, sostenendoci, anche da punti di vista diversi. Abbiamo scelto di coltivare questa relazione con cura, rispetto e stima reciproca.

    Con le Biografie Pedagogiche desidero dare voce a storie autentiche, capaci di lasciare un segno: racconti di vite vissute con intensità, che ispirano e aprono nuove prospettive. Pensare a Rosa Rita è stato naturale. Ho sempre ammirato il suo lavoro, la sua visione narrativa, il modo in cui trasforma la fiaba in un linguaggio educativo. Sono felice e grata di aver raccolto un frammento della sua esperienza, e di poterlo condividere oggi con rispetto e riconoscenza.

    Il Valore delle Fiabe che curano Educazione all'Immagine. Le due Amiche
    Il Valore delle Fiabe che curano Educazione all’Immagine. Amicizia e Pedagogia

    Le Radici della Narrazione

    Rosa Rita Formica: Oggi sono una donna di 58 anni. Sento di avere alle spalle un vissuto ricco, personale e professionale, un bagaglio che mi ha forgiata. Ma, allo stesso tempo, percepisco che quell’esperienza è lì, dietro di me: non nel senso che non conti più, anzi, ma come se fosse la base che sostiene il mio presente, mentre io mi apro con curiosità a tutto ciò che è nuovo, con lo sguardo di una bambina.

    Sono un’adulta con delle consapevolezze, certo, ma anche con un desiderio – più che un tentativo – di tornare bambina. E quindi accolgo con entusiasmo questa tua proposta, che in parte abbiamo già condiviso in altri modi, ma che oggi vivo con una gioia diversa. Per me l’entusiasmo è davvero il motore: è ciò che mi muove.

    Recuperare la creatività, lo spirito bambino, il contatto con la natura, la condivisione… sono questi gli elementi che oggi mi definiscono. Cerco sempre più di vivere in autenticità, di entrare in relazione vera con gli altri. Ma non è sempre facile. Per molto tempo ho cercato di mostrare solo la mia parte “a posto”, quella che funziona. Ora sto imparando, passo dopo passo, a portare anche le mie fragilità. Non è immediato, ma ci provo… perché ci credo.

    L’Origine della Scrittura: Fiabe e Filastrocche come Voce Interiore

    Rosa Rita Formica: Scrivere fiabe mi accompagna da sempre. Già da bambina mi venne naturale creare un piccolo libretto illustrato con le mie prime storie e disegni: lo conservo ancora oggi nel mio studio, e spesso lo mostro ai clienti quando propongo letture fiabesche. È un ritorno alle origini, al mio mondo parallelo.

    Scrivere, da piccola, era il mio modo per evadere da un contesto familiare severo, com’era comune in quegli anni. Le fiabe erano lo spazio in cui potevo giocare, trasformare, respirare.

    La narrazione è sempre stata una compagna, anche nel mio lavoro in ambito psichiatrico, dove ascoltare le storie delle persone era centrale. Una svolta importante è arrivata con la fiaba La Vecchia Igea e gli Amici del Bosco , scritta dopo la diagnosi di celiachia di mia figlia: è stata un modo affettivo e simbolico per affrontare insieme quella difficoltà. Da lì, la fiaba è diventata uno strumento anche nella mia genitorialità e, in seguito, nella mia professione educativa.

    L’Ispirazione quotidiana: quando sono le Fiabe a trovare Te

    Rosa Rita Formica: Hai toccato un tasto importante. Le fiabe non le cerco io: sono loro che trovano me. Arrivano nei momenti più impensati — quando sono immersa nella natura o, spesso, nel cuore della notte. Mi sveglio, prendo un taccuino e inizio a scrivere. Ormai mio marito lo sa: accendo la luce e annoto parole mentre tutto intorno è silenzioso. È come una connessione profonda con ciò che sto vivendo, con immagini che mi hanno colpita durante il giorno, con emozioni che mi attraversano o frammenti della mia storia.

    Scrivo per intuizione: qualcosa si manifesta, e in pochissimo tempo la fiaba prende forma, quasi da sola. È un pensiero divergente che si accende all’improvviso, un messaggio che chiede di uscire.

    Una fiaba del cuore

    Una fiaba a cui sono particolarmente legata è L’Aquila del giorno e l’Aquila della notte. Racconta di due animali simbolici per me: l’aquila e la civetta, che vivono in due mondi diversi — la luce e il buio — e si incontrano nel momento del passaggio, quando la notte cede il passo al giorno. Questo incontro avviene all’alba, il momento più luminoso della giornata. Nella fiaba, l’aquila della notte lascia spazio all’aquila del giorno: è come un passaggio di consegne.

    Il Valore delle Fiabe che curano Educazione all'Immagine l'Aquila del giorno e della notte
    Aquila del giorno e della notte

    Questa storia rappresenta profondamente il mio cammino personale: è il modo in cui ho imparato a riconoscere le mie ombre e a portarle in luce, senza rinnegarle. Non siamo solo luce o solo buio — entrambe le parti hanno un valore, e solo integrandole possiamo sentirci interi. Quei due uccelli, per me, raccontano l’essere umano nella sua totalità e la mia continua ricerca di equilibrio.

    L’illustrazione di questa fiaba, realizzata da mia figlia quando partecipai a un concorso, è diventata il simbolo della mia pagina Facebook Fiabe e racconti. Educare alle immagini creative. La tengo nel mio studio, proprio davanti alla scrivania. È lì, ogni giorno, a ricordarmi chi sono.

    Il Valore Pedagogico della Fiaba: un Ponte tra Mondi

    Rosa Rita Formica: È una domanda complessa, ma provo a sintetizzare. Per me la fiaba è un ponte relazionale. Se un genitore riesce a leggerla — o addirittura a scriverla — e un bambino ad ascoltarla o idearla, si crea una connessione profonda tra generazioni, tra grande e piccolo, tra mondo interiore e realtà. È un movimento affettivo, un traghettamento con un grande valore educativo.

    Entrare in una fiaba è come varcare la soglia di un bosco immaginario: non sai esattamente cosa troverai, ma qualcosa si muove, si scioglie. Le fiabe agiscono sui nodi interiori, su ciò che è rimasto inespresso, su ricordi lontani. E lo fanno con delicatezza, attraverso immagini e parole che toccano senza invadere.

    Per questo, spesso nei miei percorsi con i genitori chiedo: qual è la vostra fiaba interiore? Quella che vi ha accompagnato da piccoli? E come la riscrivereste oggi? È un modo per riscoprire radici, appartenenza, fiducia. Ogni famiglia custodisce una narrazione preziosa.

    Oggi, con gli albi illustrati, la forza della fiaba si amplifica: parola e immagine si intrecciano, diventando ancora più educative. Anche i Silent Book, senza testo, riescono a raccontare moltissimo. L’immagine educa la parola e la parola dà senso all’immagine.

    Penso, ad esempio, alla fiaba La Vecchia Igea e gli Amici del Bosco realizzata da AIC Lombardia APS. Il suo valore non è solo nella scrittura, ma anche nelle illustrazioni di Linda Cudicio, psicologa e arte terapeuta. Insieme abbiamo dato vita a una storia che ha parlato al cuore di molte persone.

    Le Fiabe come trasmissione di Memoria

    Rosa Rita Formica: Uno dei valori che sento più forti nella fiaba — ma anche nella narrazione in generale — è la capacità di custodire e trasmettere memoria. Nei miei percorsi invito spesso i genitori a recuperare le fiabe della loro infanzia: racconti tramandati, storie familiari che hanno lasciato un’impronta profonda.

    Come fai tu con le Biografie Pedagogiche, credo che ogni famiglia possieda un patrimonio narrativo prezioso, anche semplice, magari orale, ma capace di costruire appartenenza.

    Rileggere, riscrivere o semplicemente ricordare quelle storie diventa un atto educativo e affettivo: unisce passato e presente, adulti e bambini, e ridà voce a ciò che ci ha formato. Le fiabe, in questo senso, parlano a ogni parte di noi, a ogni età.

    Progetti in corso: Fiabe, Natura e Nuove pubblicazioni

    Rosa Rita Formica: In questo momento sto dedicando molte energie a Casa Gemma, il mio progetto di accoglienza a Cividale del Friuli. Nei mesi estivi accompagno famiglie e bambini con letture, fiabe, e a volte li invito anche a inventarne una. Abbiamo una piccola biblioteca con testi per bambini e genitori, anche in più lingue. Qualcuno arriva con i propri libri da casa, e spesso bastano le immagini a raccontare.

    A Casa Gemma c’è anche un personaggio simbolico: il Vecchio Nano Saggio. I bambini gli parlano, gli lasciano storie, lo coinvolgono nei loro giochi. È un modo semplice ma potente per alimentare la fantasia e sentirsi accolti.

    Il Valore delle Fiabe che curano Educazione all'Immagine - gnomo del giardino
    Il Vecchio Nano Saggio

    Sto lavorando alla pubblicazione di Birba Bir, una fiaba molto personale. Racconta di una bambina con un fiocco in testa e una gonna a pieghe, che sogna però di “sporcarsi” nel fango delle pozzanghere. Ama profondamente la Natura, da cui impara ogni giorno. Birba è un personaggio libero, istintivo — ispirato in parte ai protagonisti dell’autrice svedese Astrid Lindgren, come Pippi Calzelunghe, Emil e Vacanze nell’isola dei gabbiani, che ho amato da bambina.

    Accanto a questa storia, sto scrivendo Piccoli sassolini nel bosco: una guida poetica e pedagogica per vivere la natura con consapevolezza. Ogni “sassolino” è uno spunto per fermarsi, osservare, ascoltare. Il testo accompagnerà l’uscita di Birba Bir.

    Non smetto mai di scrivere: alcune fiabe restano nel cassetto, ma so che prima o poi troveranno la loro strada.

    Nuovi Linguaggi: la Scrittura oltre la carta

    Rosa Rita Formica: Beh, sì… anche se mi definisco un po’ “boschiva”, un po’ ribelle. Chi mi conosce lo sa: amo i boschi e le storie raccontate a voce bassa, vicino al fuoco. Ma resto estremamente curiosa — ed è proprio la curiosità che continua a salvarmi.

    Tutto quello che ho imparato sul digitale l’ho fatto da autodidatta. Quindi la risposta è: sì, perché no? Se trovassi una guida che mi accompagni, mi piacerebbe trasformare alcune fiabe in letture ad alta voce, podcast, magari anche piccoli video. Ogni linguaggio ha il suo valore e può diventare un modo nuovo per far arrivare le storie, per condividerle con altri cuori e altre menti.

    E poi, come ti dicevo, ho 58 anni ma continuo a sentirmi bambina dentro. Finché c’è curiosità, non si invecchia mai.

    Presenza Online: Autenticità, Ascolto e Semi di Bellezza

    Rosa Rita Formica: Uso i social in modo spontaneo, soprattutto Instagram e un po’ LinkedIn. Mi hanno permesso di incontrare persone e storie che hanno arricchito il mio cammino. Ma non scrivo per insegnare: se pubblico un pensiero è perché in quel momento lo sto vivendo.

    A volte qualcuno mi scrive: “Quella frase mi ha parlato”. E io rispondo: “L’ho scritta per me. Se ti ha toccato, forse stiamo attraversando qualcosa di simile”. Credo che la condivisione più autentica nasca così: senza forzature, con il solo desiderio di vicinanza.

    Cerco di non pubblicare contenuti pesanti. Amo la natura, la luce, i piccoli dettagli che sanno custodire bellezza. Una foglia, un colore, un’ombra: sono questi i semi che lascio, giorno dopo giorno.

    Se potessi lasciare un messaggio a chi mi incontra online direi: in ognuno di noi ci sono gemme preziose, a volte invisibili. Nulla è mai completamente conosciuto. Serve ascolto, pensiero divergente, voglia di scoperta. Perché ogni incontro, se vissuto con apertura, è sempre un dono reciproco.

    Una frase e una Fiaba per chi legge

    Rosa Rita Formica: In questo momento mi accompagnano due frasi che sento profondamente

    Lascia andare ciò che vuole andare. Rimani con ciò che rimane.

    Oltre i torti e le ragioni, ritroviamoci al di là.

    Parlano di accoglienza, di presenza, di possibilità. Sono piccoli fari che mi guidano quando tutto sembra confuso.

    Per me, la scrittura è sempre uno scambio. Ogni fiaba che nasce porta con sé un seme. E se trova accoglienza, può germogliare nel cuore di chi legge.

    Scrivere fiabe resta, ancora oggi,

    il mio modo giocoso e profondo per abitare il mondo.

    Alcune Pubblicazioni Fiabe Rosa Rita Formica

    Il Valore delle Fiabe che curano Educazione all'Immagine La vecchia Igea
    La vecchia Igea e gli amici del Bosco

    Biografie Pedagogiche: ascoltarsi, rileggersi, ritrovarsi

    Al termine dell’intervista, Rosa Rita ha pronunciato una frase che racchiude il senso più profondo di questo scambio:

    “Sono interviste che permettono di focalizzare un po’ dove sei. Parli a ruota libera, ma qualcosa si chiarisce, qualcosa di vero emerge.”


    Ed è proprio questo l’obiettivo delle Biografie Pedagogiche: offrire uno spazio per fermarsi, raccontarsi, ascoltarsi mentre si parla… e poi rileggersi con occhi nuovi.

    Quando pubblicate, queste interviste possono ispirare altre persone. Ma possono anche diventare un percorso privato e riservato, in cui la pedagogista accoglie il tuo racconto, lo trascrive, e te lo restituisce sotto forma di un testo scritto. Una volta riletto insieme, quel testo apre la strada a nuove consapevolezze, intrecci di senso e direzioni possibili.

    📌 Se senti che è il momento giusto per raccontare un tuo passaggio di vita, puoi prenotare un incontro con me nell’area appuntamenti del sito oppure cliccando qui:

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  • Rinascita di Simone:  Unione tra Zen Shiatsu e Amore

    Rinascita di Simone: Unione tra Zen Shiatsu e Amore

    Lo Zen Shiatsu accompagna la rinascita di Simone dopo la perdita della vista: una storia di coraggio, amore e trasformazione.

    Questa intervista è stata realizzata seguendo il metodo delle Biografie Pedagogiche: un approccio narrativo e relazionale che dà voce alle persone, valorizzando i loro vissuti, le memorie, le trasformazioni.

    Ho voluto incontrare Simone dopo che mio cognato Fausto, il tassista mi aveva raccontato del suo entusiasmo nel leggere la sua storia e del desiderio di raccontare anche la propria.
    Mi ha colpito subito l’idea che un’altra vita, apparentemente molto diversa, potesse entrare in risonanza e generare connessione.

    È stato un sabato pomeriggio qualunque. Ci siamo sentiti, e poche ore dopo ero già a casa di Simone e Claudia, accolta da entrambi con gentilezza e ospitalità.

    Quella che ho ascoltato è una storia ricca di colpi di scena e coincidenze.
    Una storia di vita di quelle che non si dimenticano.
    Intrisa di pathos, resilienza, amore e forza di andare avanti.

    Un insegnamento per tutti noi.
    Forse sarà ancora più intensa per chi ha già conosciuto la sofferenza, per chi non si ferma alla superficie ma ha imparato ad andare in profondità, dentro di sé e nelle vite degli altri

    Auguro a tutti una buona lettura, in compagnia di Simone: un uomo che ha scelto di raccontarsi con autenticità e con sincero coraggio del cuore.

    Ci ritroveremo alla conclusione.

    L’Identità di oggi: Simone

    Simone: Molte persone, quando ascoltano la mia storia, mi dicono: “Se fossi stato al tuo posto, mi sarei arreso.”
    E invece no. Mi chiamano miracolato. E forse lo sono. Ma prima di tutto sono una persona con un carattere molto forte.

    Non lo sapevo, prima. Prima di perdere la vista non immaginavo nemmeno di avere dentro di me tanta forza.
    Sono rinato nel 2006. Avevo già spiccato il volo verso una vita benestante, poi il destino ha tracciato per me un’altra rotta. Mi ha tagliato le ali.
    Mi sono risvegliato in ospedale e ho dovuto ricominciare tutto da capo.

    E posso dirlo: oggi, forse, avrei quasi paura a riprendere a vedere. Perché nella condizione in cui sono adesso, io mi sento bene.

    Nel quotidiano? Ho avuto la fortuna di seminare bene. Ho sempre coltivato le amicizie con sincerità. Non ho scheletri nell’armadio, e quello che ho dato, in qualche modo, mi è tornato indietro.
    Ci sono tante persone che mi stanno vicino. E poi ho avuto la fortuna di incontrare mia moglie Claudia: dall’altra parte del mondo, con una lingua e una cultura diversa. È stato l’Amore, quello vero, a unirci e a guidarci. E insieme abbiamo creato una famiglia con una figlia fantastica, Susanna.

    Ogni giorno lo affronto con gratitudine e presenza. Perché la vita va vissuta pienamente, e ogni attimo può essere un dono… se ci metti Amore.

    La trasformazione: prima l’incidente

    Simone: Prima dell’incidente… oggi direbbero che ero un nerd. Mi appassionava tutto quello che veniva dal Giappone: noi degli anni ’70 siamo cresciuti con i loro cartoni, le loro tecnologie, i videogiochi.
    Amavo i computer, la grafica… avevo una macchina giapponese, ovviamente! Il mio sogno era andare in Giappone. Era il mio obiettivo di vita.

    Mi piaceva anche rendere felici gli amici con piccole attenzioni. Era la mia motivazione, non so come spiegarlo. Era il mio modo di esprimere affetto e amore, attraverso gesti semplici ma sinceri. Alcuni mi dicevano: “In certi contesti esageri,” ed io rispondevo: “Si vive una volta sola, e se non faccio male a nessuno, perché trattenermi?”

    Mi sono diplomato in ragioneria come analista contabile, ma ho poi studiato anche grafica e Photoshop all’Istituto Europeo del Design. Ho sempre avuto tanti interessi. Sono multitasking e ancora oggi: faccio impianti audio, gestisco il mio telefono in autonomia. Non mi sono mai fatto fermare dalle difficoltà.

    ….e dopo l’incidente

    Simone: L’incidente è avvenuto nel novembre 2005, proprio il giorno in cui avevo ritirato il “bollettone” per la licenza da tassista.
    Stavo andando a prendere dei biglietti per un viaggio a Zanzibar. Scelsi la moto, non la macchina. Poi… tutto cambiò in un istante.

    Una Citroën XM Station Wagon si mise di traverso sulla strada. Tentai di evitarla, frenai, ma l’impatto fu violentissimo.
    Sbattei la testa, il gomito, il ginocchio, le costole. Il manubrio mi lesionò la vena del mesentere.
    Mi hanno salvato per miracolo: un’automedica passava di lì per caso. Fui intubato e trasportato d’urgenza al Niguarda. Senza quell’intervento immediato, sarei morto dissanguato.

    Ho subito 14 operazioni all’intestino. Oggi ho un tratto intestinale di appena 70 cm, contro i 9 metri normali.
    Per mesi ho vissuto grazie alla nutrizione parenterale, con un ago nel petto da cambiare ogni cinque giorni.
    Una dottoressa straordinaria, credette in me. Provò a farmi tornare a nutrirmi per bocca — e ci riuscì.
    Diceva: “Non ho mai visto nessuno reagire così.”

    Mi ha persino chiesto il permesso di raccontare la mia storia in un libro. Ma non l’ho mai nè ritirato nè letto.
    Forse perché, in quel momento, volevo solo tornare a casa. Tornare a una parvenza di vita. Tornare dove ci fosse anche solo un riflesso d’amore.

    L’oscurità e la luce

    Simone: Era febbraio 2006. Mi svegliai dal coma farmacologico. Ero confuso, sotto morfina… pensavo di essere al mare. Mia madre cercava di spiegarmi piano piano la realtà.

    I medici dicevano: “Per ora sei non vedente, ma forse a ottobre potresti riprendere un po’ a vedere, anche solo sfocato.” Mi hanno un po’ illuso.

    Poi, nel tempo, ho girato vari centri, sperando in una risposta diversa. A Ginevra, invece, sono stati molto chiari: “C’è un’atrofia del nervo ottico. Potremmo trovare qualcosa tra dieci, quindici anni… forse.”

    E lì ho capito. Ma non mi sono buttato giù.

    Ho iniziato a cercare altro. Una nuova prospettiva. E con fatica, ho trasformato l’oscurità in un’occasione per guardarmi dentro. Per riconoscere ciò che davvero conta: la forza, le relazioni, l’amore per la vita stessa.

    Rinascita di Simone: unione tra Zen Shiatsu e Amore. Dopo un incidente in moto ha perso la vista, ma ha ritrovato il coraggio di vivere pienamente.
    Rinascita di Simone: unione tra Zen Shiatsu e Amore. Uno sguardo che ascolta. E rivela.

    Reinventarsi: riprogettare la vita

    Simone: Io sono una persona che non sa stare fermo.

    Prima dell’incidente lavoravo nel CED di un’azienda, la Verde Blu, a Rho. Non era un lavoro da scrivania: avevo una certa libertà, uscivo anche con gli operatori, facevo i controlli, mi tenevo attivo.

    Poi, nell’agosto 2006, mi ritrovai a casa, senza poter più fare quello che facevo prima. E lì capìì che dovevo trovare un modo per tenermi impegnato, per non lasciarmi andare.

    All’inizio ero spaesato. Avevo passato mesi in ospedale, e in seguito ebbi anche una crisi epilettica. Nel 2010 lasciai la mia ex compagna dopo una relazione lunga. Non era più la strada giusta, mancava l’amore.

    E così ho cominciato a guardarmi dentro e a pensare davvero a come reinventarmi.

    Ho investito con attenzione i soldi dell’assicurazione, ho comprato casa. E ho iniziato a chiedermi, con coraggio e voglia di riscatto:
    “Cosa posso fare ora? Cosa posso imparare di nuovo?

    Il cammino verso lo Zen Shiatsu

    Simone: Bellissimo questo… Lo Zen Shiatsu è arrivato proprio quando non sapevo più che direzione prendere. Un momento sospeso, in cui cercavo qualcosa che avesse senso.

    È stata una mia amica a parlarmene. Mi disse che stava frequentando una scuola di Zen Shiatsu a Milano e che aveva chiesto al suo maestro se avrei potuto partecipare, anche se non vedente. Lui rispose subito: “Ma certo! Deve venire”.
    Il maestro si chiama Carlo Tetsugen Serra – vuol dire “fonte di ferro” – e arrivava da un’esperienza monastica. In lui percepii subito quella calma profonda, quell’autenticità che mi serviva in quel momento.

    Iniziai il percorso senza sapere dove mi avrebbe portato, ma sentivo che lì c’era una possibilità di cura, e forse anche di amore verso me stesso.

    Uno spazio di percezione nuova

    Simone: La cosa straordinaria? I primi a praticare lo Shiatsu erano proprio i non vedenti. Nacque in Cina, con il nome di Anma, poi si diffuse in Giappone. Alcuni praticanti furono esclusi per mancanza di rispetto verso il corpo dell’altro, ma chi proseguì con disciplina e integrità ha mantenuto vivo un cammino fatto di ascolto profondo e attenzione per l’altro.

    Io ho studiato seguendo il metodo di Masunaga, uno dei grandi maestri. E devo essere sincero: ero e sono avvantaggiato. Non perché non vedo, ma perché sento di più. È un’altra forma di percezione, più sottile, più profonda.

    Simone: Esatto! È incredibile, no?
    Il Giappone era il mio sogno prima dell’incidente… e lo Zen Shiatsu me l’ha riportato nella mia vita, in un modo del tutto inaspettato.

    Non ci sono mai stato fisicamente, ma è come se ci fossi arrivato spiritualmente.
    E poi quella scuola era davvero speciale: il monastero dove si facevano le lezioni era tutto in legno, con pavimenti in tatami, pareti scorrevoli di carta di riso, e silenzio. Solo tè caldo, meditazione e voce bassa.
    Uscire da lì era come svegliarsi da un’altra dimensione.

    Zen Shiatsu

    Simone: Ho studiato per tre anni, presi il diploma di operatore Zen Shaitsu nel 2013. Per imparare, devi prima ricevere. Facevamo esercizi, ci scambiavamo i trattamenti…
    Io, lo ammetto, a metà del kata mi addormentavo. Lo Shiatsu ti rilassa così tanto che… anche quando lo pratico sugli altri, glielo dico sempre: “Beato te che lo ricevi!”

    È una pratica profonda, che non smetti mai di esplorare. Ha radici buddhiste. C’è un libro che amo, “Le 101 storie Zen”: Racconta la vita nella sua essenza più semplice, più vera.
    Lo Shiatsu mi ha insegnato a rallentare, ad ascoltare davvero, a rispettare i ritmi della persona. E soprattutto, mi ha insegnato un amore e rispetto profondo per il corpo umano, inteso come spazio di ascolto e di presenza.

    Quando uscivo dal monastero, non volevo rientrare subito nella confusione della città. Era come se lì dentro si respirasse un altro mondo, fatto di silenzio, cura, e presenza.

    Simone: Assolutamente sì.
    E sai perché? Perché io mi sento come se fossi dietro una parete: voi mi vedete, ma io non vi vedo. E questo cambia tutto.

    Non ho più vergogna. Non mi agito. Anche quando mi hanno intervistato in radio, ero tranquillo.
    Il mio modo di percepire gli altri passa attraverso il corpo, il contatto, l’energia. E nello Shiatsu questa sensibilità ha un valore enorme. È lì che l’amore per l’altro diventa gesto concreto, ascolto puro.

    La mia passione oggi

    Simone: Quando pratico lo Zen Shiatsu, cerco di creare uno spazio intimo, dove il tempo rallenta e tutto si fa più silenzioso. Chi si affida a me ha bisogno di ascolto, di rispetto. Ogni corpo parla una lingua unica, e io provo a comprenderla con le mani.

    Spesso, dopo il trattamento, le persone restano sul futon. Alcuni si aprono, raccontano. Altri si abbandonano a un sonno profondo. È un incontro di energie, di fiducia reciproca, di presenza autentica.

    Non è solo una sequenza tecnica: è un dialogo silenzioso. Uso le mani, i pollici, il corpo intero. Mi muovo in posizioni precise — seiza, arciere, mezzo arciere, birmana — che permettono di entrare in relazione profonda con la persona.
    Ogni gesto ha un’intenzione, ogni pressione una direzione. Mentre lavoro, ascolto. E ogni volta, imparo qualcosa.
    Perché nel corpo dell’altro si nasconde sempre una storia. E il mio compito è accoglierla, con rispetto e amore.

    Il mio modo di “vedere” passa tutto dal tocco. Anche senza parole, so riconoscere se c’è una tensione, una ferita, un trauma.
    Questo contatto crea un legame discreto ma forte, fatto di cura e autenticità.

    Certo, all’inizio mi sembrava impossibile memorizzare tutti i kata, le posizioni, le sequenze… Ma quando qualcosa ti appassiona davvero, ti insegna anche la costanza. E ti resta dentro.

    L’incontro con l’amore e la nascita di una famiglia

    Simone: È una storia assurda. In Colombia non volevo neanche andarci.
    Ma un amico, Alessandro, che viveva là da anni, continuava a dirmi: “Devi conoscere Patty, Ricordati Patty!”
    Alla fine, in estate 2015, sono partito davvero. Prima sono stato in Messico, poi da lui a Medellín. L’ho conosciuta lì, verso fine giugno.

    Ci siamo visti poco di persona, perché lei lavorava tantissimo. Ma in quei pochi incontri c’era qualcosa che mi colpiva: era riservata, non facile. Aveva dignità.
    Le ho fatto un trattamento di zen shiatsu, ed è stato il nostro primo vero contatto.

    A fine agosto sono rientrato in Italia. E da lì abbiamo iniziato a sentirci tutti i giorni su Skype. Tutti i giorni.
    Non ci capivamo perfettamente con le parole, ma ci capivamo lo stesso. È quello che chiamo “linguaggio dell’amore”.

    A dicembre le ho chiesto di sposarmi.

    Rinascita di Simone: Amore tra Simone e Claudia

    Amore, Simone e Claudia: una rinascita condivisa

    Simone: Susanna significa “fior di loto”. Ma la cosa incredibile è un’altra: mia madre aveva sempre sognato di avere una figlia e di chiamarla così. E un altro nome che le piaceva era Patrizia.

    Alla fine, ha avuto due figli maschi: io e mio fratello Stefano. La vita comunque le ha fatto un dono inatteso. Mia moglie si chiama Claudia Patrizia. E nostra figlia si chiama Susanna.

    Mia madre è stata al settimo cielo. In un colpo solo ha avuto le due figlie che aveva sempre desiderato: la nuora e la nipote, con i nomi che custodiva nel cuore da una vita.

    Simone: La paternità ti cambia. Quando tieni tra le braccia un essere vivente da proteggere, capisci che non è più solo la tua vita. Diventi responsabile. Oggi sento che devo durare il più possibile, per lei. Perché l’amore di un padre passa anche da questo: proteggere.

    Cosa voglio trasmetterle?
    Educazione, rispetto, umiltà. Che impari ad essere generosa e anche discreta, che non viva per apparire, ma per essere.

    Io e mia moglie cerchiamo ogni giorno di farle capire che il vero valore non è in ciò che si mostra, ma in ciò che si dona con amore.

    Lei è un po’ vanitosa, le piace sentirsi bella, e va bene così.

    “Puoi brillare, sì, ma non per quello che mostri. Brilla per quello che sei.”

    Rinascita di Simone: unione tra Zen Shiatsu e Amore. Dopo un incidente in moto ha perso la vista, ma ha ritrovato il coraggio di vivere pienamente. Unione di sguardi
    Amore e Complicità in uno sguardo

    Uno sguardo sul futuro

    Simone: Direi: Guarda me.
    Guarda la mia situazione. Ascoltala bene. Perché a volte ci lamentiamo per cose piccole, ma se ti fermi un attimo a vedere quello che altri vivono… cambia la prospettiva.

    Io lo dico anche agli amici, quelli che mi raccontano problemi con la mamma o con la moglie: “Guarda me.”
    Perché il primo problema siamo noi stessi. Se tu hai un conflitto, inizia da te.
    La soluzione non è scappare. È parlare. È dialogare, sempre.

    E poi bisogna aver voglia di vivere.
    Perché dal momento in cui nasci, sai che prima o poi morirai. Allora tanto vale vivere il più possibile, bene.
    Essere positivi, fare le cose, provarci.
    Se parti pensando “non ce la faccio”, non ce la farai mai.


    Ma se hai fame di Vivere, se dici
    “Voglio, posso, ci provo”,
    allora qualcosa succede. Sempre.

    La storia di Simone ci insegna che anche quando la luce viene meno, è possibile vedere più a fondo. Con il corpo, cuore, Amore.

    Ogni esistenza porta in sé una forza invisibile, che merita di essere raccontata e custodita.

    La rinascita di Simone è una delle tante storie che dimostrano quanto il racconto di una vita possa restituire significato, valore e memoria. È questo il cuore delle Biografie Pedagogiche: ascoltare le persone e custodire ciò che il tempo rischia di far dimenticare.

    Se senti che anche la tua storia, o quella di una persona cara, merita voce e ascolto, contattami per un percorso di Biografia Pedagogica.

    Perché ogni vita ha valore. Ogni memoria è un dono.

  • Custodire il Mondo con la Fede quando tutto sembra vacillare

    Custodire il Mondo con la Fede quando tutto sembra vacillare

    “Custodire il mondo con la Fede quando tutto sembra vacillare” è una testimonianza personale di fede, rinascita e scelte di vita. Una riflessione sull’eredità spirituale di Papa Francesco e sui valori di umanità, inclusione, empatia, educazione e spiritualità vissuta. Questo articolo è anche il primo di una serie che racconteranno la mia esperienza missionaria e si andrà a inserire nella tematica “esperienze nel mondo”

    Ci sono giorni in cui il mondo trema senza fare rumore. Non c’è un terremoto. Non c’è una sirena. Ma dentro le coscienze qualcosa si incrina. Umanità, inclusione, condivisione, empatia: non sono più la trama visibile. Diventano desiderio, memoria, bisogno.

    La morte di Papa Francesco è uno di quei giorni. Un vuoto simbolico, affettivo, educativo si è aperto. E la domanda che mi porto dentro, con forza e timore, è: cosa sarà il mondo da oggi in poi? Chi guiderà, chi ascolterà, chi curerà?

    Dopo questo forte evento sento il bisogno di testimoniare pubblicamente una parte di me che finora ho custodito in modo intimo: la mia fede. Senza la fede, nulla avrebbe più senso nella mia vita. Non lo studio, non la famiglia, non le relazioni. La fede per me è cammino, sguardo sull’umano, ascolto interiore.

    Chiarezza e Fedeltà Interiore

    È una posizione profondamente rispettosa e coerente con la mia identità: non ho mai parlato pubblicamente di religione o politica in senso diretto. Ho preferito restare fedele ai valori, ai gesti e ai concetti che mi appartengono e che sono parte viva del mio cammino pedagogico e umano.

    Ma oggi, con la scomparsa di una figura come Papa Francesco, si apre uno spazio di instabilità globale che può far paura. Era una delle pochissime voci capaci di parlare al mondo intero con autorevolezza, empatia e coraggio. Una voce che univa più che dividere, che spostava l’attenzione dalla logica del potere alla logica del servizio.

    Il timore che provo – quello di una possibile catastrofe mondiale – non è solo immaginazione. Stiamo vivendo un momento delicatissimo: crisi ambientale, conflitti internazionali sempre più feroci, disuguaglianze economiche e culturali, una disumanizzazione crescente nei linguaggi e nei comportamenti sociali. La sua assenza potrebbe accelerare lo smarrimento.

    Ma proprio per questo, ora più che mai, credo serva una pedagogia della cura, della parola, della memoria e del discernimento. Il mondo ha bisogno di persone che tengano accesa la fiammella della narrazione profonda, della relazione autentica, della fiducia nell’umano.

    Forse non potremo impedire il caos, ma possiamo seminare senso. E oggi – in silenzio, con rispetto – scelgo di fare un piccolo atto simbolico nel mio lavoro: un gesto, un incontro, un pensiero che custodisca il messaggio di Francesco. Prendersi cura del più piccolo, dare ascolto a chi non ha voce, ricordare chi siamo davvero.

    Una Fede che evolve, come Me

    Ho vissuto tutte le fasi che molti attraversano: entusiasmo iniziale, disillusione, rifiuto di regole che sentivo lontane dalla mia libertà di spirito. La mia frequentazione della Chiesa si è trasformata con il tempo. Ricordo bene il 1992: avevo 28 anni, una giovane donna che decideva di separarsi. Scandalo. Condanna. Domande offensive. Ma io non stavo impazzendo: stavo scegliendo la verità, e rinunciando alla menzogna.

    La solitudine, la depressione, e poi – grazie ai miei genitori – la rinascita. Ho ricominciato a studiare. Ho scelto pedagogia. All’inizio per logica, poi come chiave per comprendere me stessa e accompagnare gli altri. L’educazione è diventata la mia forma di fede attiva: educare è un atto politico e spirituale. Educare è credere.

    Un Sogno africano, una Scelta d’Amore

    A un certo punto ho lasciato il mondo aziendale per un sogno: andare in Africa (tre volte in Tanzania) in missione. Ho fatto tre viaggi, tre mesi alla volta. Non era facile, ma mi sembrava la strada giusta. E poi ho capito che no, non era il tempo. Mio figlio stava costruendo la sua famiglia. Mia madre era anziana. Ho scelto di restare. Una rinuncia? Forse. Ma anche questa è stata una forma di amore.

    Ho vissuto un po’ di Africa anche in Italia, nei volti delle persone che ho incontrato. Sto ricostruendo, ancora una volta, una reputazione. E oggi, nel rileggere questi passaggi della mia vita, mi rendo conto che ogni caduta è stata un punto di svolta. Ogni “fallimento” ha dato nuova profondità alla mia fede.

    Parole che mi Guidano

    In questi giorni mi risuonano dentro parole potenti: seme gettato, noi siamo il nostro tempo, intelligenza è intelletto e cuore, relazioni autentiche, comunicazione interpersonale. Sono parole intrecciate alla fede. Senza Dio, tutto si svuota. Ma con Dio, ogni cosa assume significato. Anche ciò che non capisco subito.

    La morte di Papa Francesco è stata una scossa. Ha incarnato il Vangelo del quotidiano, la prossimità, la giustizia, la fratellanza. Oggi non c’è più. E mi chiedo: chi raccoglierà il suo testimone? Io non ho risposte. Ma so che posso custodire quei valori. Posso continuare a credere.

    Custodire il Mondo con la Fede. Il sorriso di Papa Francesco - Foto di Gunther Simmermacher su Pixabay
    Custodire il Mondo con la Fede. Il sorriso di Papa Francesco – Foto di Gunther Simmermacher su Pixabay

    La mia Fede, oggi

    Oggi scelgo di uscire allo scoperto. Non per dare ricette. Non per indicare strade. Ma per dire con sincerità: Ci credo. Credo nei miei valori: famiglia, conoscenza, libertà di parola, aiuto per l’altro/a. Credo che anche se il mondo vacilla, possiamo essere custodi silenziosi di ciò che conta davvero.

    La mia fede non ha bisogno di essere perfetta per esistere. Ha solo bisogno di essere vissuta. Ogni giorno. Con Umiltà, Passione, Fiducia.

    Se anche tu senti che la fede – o un valore profondo – ti ha accompagnato nei momenti difficili, scrivilo, custodiscilo, raccontalo. Perché insieme possiamo continuare a seminare senso.

    Prevenire con cura, Supportare con passione.

  • Vecchiaia e autonomia in Italia: tra solitudine e dignità

    Vecchiaia e autonomia in Italia: tra solitudine e dignità

    Una domenica in RSA: quando ascoltare diventa una lezione di vita

    In Italia la vecchiaia si affronta spesso da soli o in strutture per anziani che spogliano della propria identità: è possibile scegliere un’alternativa più dignitosa, autonoma e condivisa?

    Una domenica mattina, in RSA dove vive mia madre, ho vissuto un momento che mi ha scosso.
    Non per dramma. Ma per intensità.
    Ero seduta accanto a lei e a un’altra ospite, entrambe tra gli 89 e 90 anni. Hanno iniziato a parlare del loro arrivo in struttura: una era entrata da quasi 9 anni, l’altra da sette.

    “Eh… il tempo è volato”, hanno detto insieme. “Quando sono arrivata ero ancora in piedi, reattiva… ora guarda come sono ridotta,” ha sentenziato l’altra.

    Le ho ascoltate raccontare delle loro vite: da madri, da mogli. Ricordavano con una devozione profonda i loro mariti, i sacrifici fatti, l’ammirazione e la reverenza con cui li guardavano.

    Io, in quel momento, sprofondavo in silenzio.
    A 28 anni decidevo di separarmi, dopo sette anni di matrimonio e un figlio piccolo. Quella forma d’amore che le loro parole richiamavano, in me si era spenta in poco tempo.

    E mentre loro ricordavano il passato con fedeltà, io pensavo al futuro.
    A come voglio arrivarci, alla mia vecchiaia.

    Vecchiaia in Italia: i numeri e le strutture per anziani

    Secondo i dati ISTAT 2024, oltre il 24% della popolazione italiana ha più di 65 anni. La nostra è una delle società più anziane d’Europa.
    Ma siamo davvero pronti ad affrontare questa trasformazione?

    Attualmente in Italia ci sono oltre 12.500 strutture residenziali per anziani (RSA, case famiglia, comunità alloggio), con circa 414.000 posti letto disponibili.

    Le RSA accolgono soprattutto persone non autosufficienti, ma mancano ancora soluzioni pensate per chi vuole vivere gli ultimi anni in modo attivo e dignitoso.
    E c’è un dato che parla forte: più del 49% delle donne over 75 vive da sola.

    E chi si prende cura di queste persone?
    Molto spesso sono figli, figlie, parenti o vicini che si trovano a gestire scelte complesse, logistiche ed emotive.
    Chi oggi si prende cura di un genitore o di un parente anziano sa bene quanto sia difficile trovare un equilibrio tra rispetto, amore e necessità organizzative. Anche per loro, forse, è importante fermarsi e ripensare insieme cosa voglia dire accompagnare una persona nella sua ultima fase di vita.

    Allora mi domando: ci stiamo preparando per tempo? O lasciamo che altri decidano per noi?

    Noi, generazioni di mezzo: quale vecchiaia stiamo immaginando?

    Io faccio parte di quella generazione che ha vissuto il passaggio.
    Abbiamo visto i nostri nonni invecchiare in casa, con la famiglia vicina… ma viviamo in un mondo che oggi corre, in cui i figli sono lontani, le reti fragili, i legami sfilacciati.

    Cosa faremo noi, nati tra gli anni ’50 e ’70?
    Chi non ha un compagno o compagna, chi ha figli ma vive da solo, chi non vuole essere un peso… dove andrà?
    Io non voglio trovarmi a dover “subire” una scelta. Voglio pensarci adesso.

    Qualche anno fa con un’amica parlai di un’idea che ci sembrava semplice, ma rivoluzionaria: un Cohousing tra amici o persone affini, in un luogo bello, magari nel verde o vicino al mare.
    Ognuno con la sua stanza o il suo mini-alloggio con bagno e angolo cucina. La possibilità di tenere con sé un animale. Zone comuni per i pasti, la socialità, le cure. E attorno, una rete di supporto professionale, discreta e rispettosa.
    Un luogo dove non sentirsi ospiti, ma padroni del proprio tempo.

    Questi modelli esistono già, come il Cohousing del Moro a Lucca o i progetti pilota nelle Marche e in Emilia-Romagna. Ma sono ancora pochi, poco noti, e spesso costosi.

    Vecchiaia e autonomia in Italia tra solitudine e dignità: cohousing

    Non autosufficienza non significa perdita di identità

    C’è un aspetto che sento profondamente e che voglio aggiungere a questa riflessione: la condizione di non autosufficienza fisica non dovrebbe mai significare la perdita della propria identità.

    Oggi sempre più anziani hanno alle spalle una vita ricca, intensa, a volte persino straordinaria. Hanno studiato, viaggiato, lavorato in ruoli di responsabilità, costruito famiglie, progetti, comunità. Eppure, troppo spesso, quando il corpo rallenta, quando serve una carrozzina o un aiuto per vestirsi, queste persone vengono trattate come bambini.
    Come se fossero “meno” solo perché non sono più autosufficienti.

    Ma prima di vedere un Anziano, dobbiamo vedere la Persona. Chi è stata, cosa ha vissuto, quali passioni l’hanno animata. È qui che la pedagogia può offrire un supporto profondo, restituendo senso e stimoli adeguati alla storia di ciascuno, anche in condizioni di fragilità fisica.

    Lavorare sull’identità, sulla memoria, sulla dignità adulta significa non lasciar andare chi invecchia, ma accompagnarlo con rispetto. E magari anche farlo sentire ancora capace di Trasmettere qualcosa, di Ispirare, di Esser-ci.

    Una scelta da fare insieme, finché possiamo

    Io non voglio decidere tutto da sola. Ma nemmeno lasciare che tutto succeda.
    E tu?

    Forse è tempo di parlarne, anche se fa paura.
    Di mettere insieme le nostre idee. Di costruire visioni, prima che siano solo rimpianti.

    Hai mai pensato a dove e come vorresti vivere la tua vecchiaia?
    Con chi? In che modo? Che tipo di supporto desideri avere intorno?

    📚 Vuoi raccontare la tua visione della vecchiaia?

    In fondo, è questo che provo a fare ogni giorno con esperienzanarrata:
    dare valore alle vite, raccogliere le storie, generare consapevolezza, anche nei momenti in cui il futuro sembra più incerto.
    Raccontarsi non è solo memoria: è possibilità, dignità, continuità.

    🎬 La memoria non ha età

    Concludendo questa riflessione sulla vecchiaia e sull’autonomia, desidero lasciarti con un pensiero che accompagna il mio lavoro quotidiano:
    non bisogna essere anziani per raccontare la propria storia.

    La memoria è un ponte che collega generazioni, un gesto d’amore che dà voce a ciò che rischia di perdersi. Per questo ho ideato le Biografie Pedagogiche, un percorso in cui ascolto, curo, valorizzo le esperienze di vita di chi desidera lasciare traccia.

    📽 Guarda questo breve video per scoprire di più:

    Come pedagogista narrativa, ti propongo due possibilità:

    🖋 Scrivere insieme la tua Biografia Pedagogica: un percorso per rileggere la tua vita e fare il punto, anche su come immagini il futuro.
    📩 Oppure condividere un’idea o una testimonianza su come vorresti invecchiare, dove, con chi. Sto raccogliendo spunti per costruire nuove possibilità.

    👉 Prenota un appuntamento oppure scrivimi tramite il sito: ogni storia può generare un cambiamento.

    Se anche tu senti che è arrivato il momento di dare Valore alla tua Storia – o a quella di una persona cara – puoi leggere di più qui:
    🌐 https://esperienzanarrata.com/memorie-familiari-di-valore-biografie-pedagogiche/

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  • Il Valore di una Scelta: Amerigo, ex-poliziotto

    Il Valore di una Scelta: Amerigo, ex-poliziotto

    Il Valore di una Scelta: alla Ricerca del proprio Sè

    Il Valore di una Scelta: alla Ricerca del proprio Sè. Ci sono scelte che facciamo con piena consapevolezza, altre che sembrano casuali ma che, col tempo, si rivelano determinanti per il nostro percorso di vita.

    La storia di Amerigo è proprio una di queste. Non ha scelto di diventare poliziotto per vocazione, ma perché desiderava lasciare il suo paesello in Sardegna, Riola Sardo, ed esplorare il mondo. Quella che sembrava solo un’occasione per partire è diventata la sua strada, una carriera che ha abbracciato con determinazione, adattandosi e crescendo, ma senza mai restarne intrappolato.

    La sua identità non si è mai fusa completamente con la divisa: ha vissuto il mestiere con impegno, ma senza permettergli di definirlo completamente, se non nei Valori che gli ha lasciato – il Rispetto e il Dialogo.

    Con le Biografie Pedagogiche raccogliamo storie di vita che, in superficie, possono apparire semplici, quotidiane, ma che, se ascoltate con attenzione, rivelano temi profondi e universali.

    La scelta del proprio destino è uno di questi: a volte segue un’intuizione che si rivela esatta, altre volte richiede deviazioni, inciampi e risalite prima di condurci dove dobbiamo davvero essere. Amerigo ci racconta come il suo cammino sia stato guidato da una volontà di scoperta, che lo ha portato a trovare un senso nel servizio agli altri e nella crescita personale, senza perdere mai la propria essenza.

    Il Valore di una Scelta: L’inizio di un percorso

    Se pensi al momento in cui hai deciso di entrare in polizia, cosa ti viene in mente? C’era qualcuno che ti ha ispirato o un episodio che ha rafforzato questa scelta?

    Amerigo: La scelta di entrare in polizia non è stata una decisione mirata, non pensavo di fare il poliziotto come vocazione. Avevo diciassette anni e mezzo, quasi diciotto, e il mio paesello, Riola Sardo, in provincia di Oristano, mi stava stretto. Sentivo il bisogno di vedere il mondo, di uscire da quella realtà. Quando mi si è presentata l’occasione di arruolarmi, ho fatto domanda senza pensarci troppo, convinto che non mi avrebbero preso: ero magrolino, gracile, ma sano. E quello bastava.

    Sono partito per Roma per le ultime visite, pensando solo alla settimana fuori casa, senza crederci davvero. Ma quando lessero i nomi di quelli destinati alla Scuola di Polizia di Stato di Peschiera del Garda, in mezzo c’ero anch’io. Da lì è cominciata la mia avventura.

    Il Valore di una Scelta: Amerigo, ex-poliziotto in divisa 1973
    Il Valore di una Scelta: Amerigo, ex-poliziotto in Divisa (1973)
    Il Valore di una Scelta: Amerigo, ex-poliziotto, Scuola di Polizia 1975
    Il Valore di una Scelta: Amerigo, ex-poliziotto, (1975)

    Amerigo, ex-poliziotto, Scuola di Polizia 1973

    Come ti immaginavi la vita da poliziotto prima di iniziare? E com’è stato poi confrontarsi con la realtà?

    Amerigo: Arrivare al Lago di Garda fu un impatto forte: montagne, paesaggi mai visti. Il corso durò nove mesi, immerso nella disciplina militare che caratterizzava ancora la polizia dell’epoca. All’inizio fu entusiasmante, soprattutto in estate, quando Peschiera era viva di turisti. Poi arrivò l’autunno, e con esso la realtà dura: Milano. Le manifestazioni, le tensioni, il pericolo.

    Da allievi ci mandavano a supporto, e l’impatto con la città fu difficile. Non mi piaceva Milano. Quando ci fecero scegliere la sede, indicai Roma, ma finii di nuovo nel capoluogo lombardo, al reparto celere, in prima linea nei disordini degli anni ’70. Era una città in fiamme, piena di scontri, e io non riuscivo ad ambientarmi.

    Fu solo dopo dieci mesi, con l’opportunità di trasferirmi a Linate, che iniziai a trovare il mio posto. Non ero fatto per gli scontri di piazza, volevo lavorare in un contesto diverso, e all’aeroporto mi sentii finalmente nel ruolo giusto.

    Il Valore di una Scelta: Gli anni a Linate, un nuovo percorso

    Come è stato il tuo lavoro all’Aeroporto di Linate?

    Amerigo: A Linate rimasi vent’anni. Il primo anno feci servizi generici: controlli passeggeri, bagagli, passaporti. Poi mi proposero un ruolo amministrativo all’ufficio del personale. Non era ciò che avevo immaginato per me, ma mi avrebbe permesso di avere orari più regolari e imparare qualcosa di nuovo. Accettai. Iniziai come impiegato, ma col tempo arrivai a gestire l’ufficio, con quattro colleghi.

    Uno degli incontri più importanti della mia carriera fu con il mio capo ufficio di allora, un maresciallo più grande di me di dieci anni. Non solo mi insegnò il mestiere, ma mi aiutò a crescere come persona. Io venivo da un paesino con la terza media, senza una preparazione culturale, e lui con pazienza mi guidò, mi fece appassionare alla conoscenza, all’organizzazione. Ancora oggi ci ritroviamo, segno che alcuni legami professionali diventano amicizie vere.

    Dopo vent’anni sentii di nuovo il bisogno di cambiare. Volevo finalmente fare il poliziotto di strada. Chiesi il trasferimento alla Questura di Milano e fui assegnato al Commissariato di Quarto Oggiaro, uno dei più difficili della città. Ma ero determinato: volevo imparare.

    La Polizia di Strada e il Valore del Dialogo

    Come hai vissuto il passaggio alla polizia di strada?

    Amerigo: Arrivai a Quarto Oggiaro a quasi quarant’anni, con più esperienza di molti colleghi, ma con la voglia di chi doveva ancora imparare tutto. Nonostante il rango, mi affiancai agli agenti più esperti, osservando e assimilando. In pochi mesi sapevo già muovermi con sicurezza.

    La mia idea di poliziotto non era quella di chi impugna subito la pistola. Credevo, e credo ancora oggi, nel potere del dialogo. Ho affrontato situazioni difficili, ma ho sempre cercato di risolverle con la parola.

    Ricordo un caso di sfratto: una giovane madre con un bambino piccolo che doveva lasciare casa. Vedere dieci persone, tra ufficiali giudiziari, avvocati e assistenti sociali, che le intimavano di uscire mi colpì profondamente. Mi presi un momento per parlare con tutti, e riuscii a convincerli a concederle tre mesi di tempo.

    Lei in quel periodo trovò una sistemazione. Fu uno di quei momenti in cui mi sentii davvero utile.

    Al Commissariato affrontai anche situazioni più pericolose: scontri tra bande, traffici illeciti, operazioni della Digos. Ma sempre con il mio stile, cercando il confronto prima dello scontro.

    Il Valore di una Scelta: Amerigo, ex-poliziotto, in servizio.
    Il Valore di una Scelta: Amerigo, ex-poliziotto, in servizio.

    Il Valore di una Scelta: Un Incontro con il Campo Nomadi

    Ti è mai capitata una situazione difficile in cui hai dovuto gestire un gruppo di persone senza usare la forza?

    Amerigo: Sì, una volta mi hanno mandato a controllare un campo nomadi abusivo vicino al cimitero di Musocco, a Milano. Mi avevano segnalato che c’erano una cinquantina di roulotte parcheggiate illegalmente e che i residenti della zona si stavano lamentando. Arriviamo sul posto con la pattuglia, e in un attimo ci troviamo circondati. Ce n’erano tantissimi e ci guardavano male, parlavano fra loro in una lingua che non capivamo. Io però sapevo che se reagivamo con aggressività, la situazione poteva degenerare.

    Sono rimasto calmo e ho chiesto di parlare con il capo. All’inizio nessuno voleva dire chi fosse, poi da una roulotte esce un uomo anziano, piccolo di statura, ma con un’aria importante. Gli dico: “Capo, buongiorno. Come mai siete qui?”. Lui mi guarda e risponde che stavano solo di passaggio, che si sarebbero fermati un paio di giorni per poi ripartire. Io gli faccio presente che il cimitero è un luogo pubblico, che lì non potevano stare e che rischiavano di essere sgomberati con la forza se non trovavano una soluzione.

    Ha chiesto un po’ di tempo per parlarne con gli altri. Io non avevo fretta, gli ho detto: “Va bene, decidete, ma io devo avvisare i superiori”. Dopo una ventina di minuti, torna e mi dice: “Ok, capo, ce ne andiamo oggi pomeriggio”. E così hanno fatto. Nessuna tensione, nessun problema. Credo che se fossimo entrati subito con aggressività, avremmo solo creato caos. Invece, parlando, le cose si sono risolte pacificamente.

    Questo episodio mi ha confermato che con il rispetto e il dialogo si può ottenere molto più che con la forza. Era una situazione che poteva degenerare, ma alla fine si è chiusa nel miglior modo possibile.

    Il Valore di una Scelta: La pensione e la nuova vita

    Come sei arrivato alla decisione di andare in pensione?

    Amerigo: Nel 1995, con la prima riforma pensionistica, scoprii di avere già i contributi necessari per andare in pensione. Non ci avevo mai pensato, ma avevo due figli piccoli e una moglie che lavorava. Uno dei due stipendi finiva sempre tra baby-sitter e spese varie.

    Decisi che era il momento di esserci per la mia famiglia. Non rimpiango quella scelta.
    Dopo la pensione, mi sono dedicato ai miei figli, ai miei hobby, a piccole collaborazioni. Ho persino lavorato brevemente con un’agenzia investigativa. Ma soprattutto, non mi sono mai annoiato.

    Il Valore di una Scelta: L’eredità di un poliziotto

    Quali valori ti porti dietro da questa esperienza?

    Amerigo: Se dovessi dare un consiglio ai giovani che entrano in polizia, direi loro di imparare ad ascoltare. Non si fa il poliziotto con la mano sulla pistola, ma con il rispetto e la capacità di mediare. Ho parlato con criminali, con persone disperate, con chi aveva paura e con chi voleva prevaricare. E ho sempre cercato di farlo con umanità.

    Mi porto dentro i Valori di Rispetto e di Dialogo. Ho imparato a osservare prima di giudicare, a capire che dietro ogni situazione c’è una storia. Ed è questo che vorrei trasmettere: il senso di responsabilità, ma anche la consapevolezza che dietro ogni scelta, ogni intervento, ogni parola, c’è sempre una persona.

    La mia vita in polizia mi ha cambiato, mi ha dato tanto. Ma soprattutto mi ha insegnato che essere un poliziotto non è solo un lavoro: è un modo di essere.

    La Dignità delle Storie silenziose: Il Volto Umano di un Servizio Pubblico

    Si pensa a chi lavora per garantire la nostra sicurezza? A chi ogni giorno affronta pericoli, prende decisioni difficili e porta sulle spalle il peso di situazioni complesse? Storie come quella di Amerigo non sempre possono essere raccontate nei dettagli, ma bastano pochi episodi per comprendere i Sacrifici e il Valore di una vita spesa al Servizio della Comunità.

    Le Biografie Pedagogiche servono proprio a questo: far emergere il significato più profondo delle esperienze di vita, rendendo giustizia a chi, con il proprio percorso, ha lasciato un segno.

    Amerigo ci insegna che una divisa non definisce una persona, ma i valori con cui sceglie di portarla: Rispetto, Umanità e Capacità di Ascolto. E questa, più di ogni altra, è la vera eredità di una vita dedicata agli altri.

  • Tassisti a Milano: Ogni Corsa, una Nuova Storia

    Tassisti a Milano: Ogni Corsa, una Nuova Storia

    Tassisti a Milano: Ogni corsa, Una Nuova Storia è la seconda parte dell’intervista a Fausto, tassista a Milano da 38 anni. Dopo aver attraversato il passato e il presente dei tassisti a Milano nel primo articolo – in cui Fausto ci ha raccontato la sua storia familiare e le trasformazioni della professione – in questa seconda parte ci immergiamo ancora di più nel cuore del mestiere. Se non hai ancora letto la prima parte dell’intervista, ti consiglio di partire da qui: 👉 Tassisti a Milano: Due Generazioni al Volante si Raccontano

    In questo articolo mi sono concentrata su ciò che non si vede da fuori, ma che è essenziale per chi ogni giorno lavora su quattro ruote: la formazione del tassista, i valori trasmessi, il rapporto con i clienti abituali e il modo in cui la tecnologia ha trasformato il lavoro. Fausto ci accompagna in un racconto sincero, dove nostalgia e realtà si intrecciano. Scopriremo cosa significa imparare questo mestiere, la sfida di mantenere il sangue freddo nel traffico caotico di Milano, la soddisfazione di creare legami con i clienti e la differenza tra l’essere tassista ieri e oggi.

    Fausto non è solo un uomo che guida un’auto per mestiere. È un testimone di un’epoca, di un cambiamento sociale e professionale, di una città che si trasforma giorno dopo giorno. E le sue parole ci ricordano che ogni corsa racchiude una storia, ogni cliente lascia un segno, e che dietro ogni volante c’è un mondo fatto di esperienza, intuito e umanità.

    Vi auguro una buona lettura!

    Tassisti a Milano: A Scuola del Mestiere

    Tuo padre ti ha trasmesso qualcosa che va oltre la tecnica del lavoro.
    Quali valori o principi ti porti dentro ogni giorno, grazie a lui?

    Fausto: Mio papà mi ha insegnato la cosa più importante di tutte: mantenere la calma. Mi ripeteva sempre: “Nel traffico si perde facilmente la pazienza, ma un tassista deve sapere mantenere il controllo. Lascia perdere, anche se hai ragione“. Una lezione che mi ha salvato molte volte.

    Un giorno ho caricato un cliente che lavorava nella selezione del personale. Chiacchierando, mi ha rivelato che una delle prove più importanti per valutare i candidati era osservare come si comportavano al volante. “Sai,” mi ha spiegato, “è nel traffico che viene fuori il vero carattere di una persona.” Questa frase mi ha fatto riflettere.

    Ho sempre pensato che il modo in cui guidi racconta molto di te: pazienza, autocontrollo, capacità di adattarti. E forse è proprio vero. In tanti anni sulle strade di Milano, ho imparato che, essere tassisti a Milano, non è solo portare qualcuno da un punto A a un punto B, ma è anche una questione di equilibrio, di intuizione, di saper leggere le situazioni. E questo lo devo a mio padre.

    Tassisti a Milano: Legami con i Clienti abituali

    Hai mai stretto amicizia, legami particolari con i clienti abituali?

    Fausto: Sì, qualche volta è successo. Alcuni clienti chiedono il numero privato per organizzare corse regolari, ma io non amo avere una clientela fissa. A parte che, teoricamente, non si potrebbe fare perché diventa noleggio con conducente. Però capita di rivedere spesso le stesse persone, magari perché abitano vicino o viaggiano sempre negli stessi orari.

    Ad esempio, c’è una DJ di Radio Deejay che prendo spesso. Quando mi vede, si sente tranquilla perché sa che faccio la strada giusta, quella che preferisce lei. All’inizio mi ha dato fiducia, e ora ogni volta che capita con me si sente serena.

    L’altro giorno, invece, mi è successa una cosa simpatica. Ero a Linate e chi ti trovo? Una comica milanese che avevo accompagnato un paio d’anni fa. Non l’avevo nemmeno riconosciuta subito, ma appena ho sentito la sua voce mi è tornata in mente. “Abitate ancora in via Sardegna?” le ho chiesto. E lei: “Ma che memoria!” Abbiamo chiacchierato per tutto il tragitto, ed era evidente che le aveva fatto piacere essere riconosciuta.

    Essere tassisti a Milano significa anche questo: incontri casuali che, a volte, diventano piccole connessioni umane che restano nel tempo.

    Tassisti a Milano: I Turni di Ieri e di Oggi

    Mi hai raccontato dei turni con le banderuole colorate. Oggi come sono cambiati i turni? E cosa pensi di queste nuove regole?

    Fausto: Guarda, una volta i turni erano chiari e funzionavano. C’erano sei turni principali, due al giorno, e più o meno riuscivi a soddisfare la richiesta dell’utenza, anche nei momenti critici. Certo, i problemi c’erano lo stesso, tipo quando arrivava un treno con 600 persone. Non puoi avere 600 taxi pronti lì, ma il sistema era più logico.

    Adesso invece ci sono 2400 possibilità di combinazioni di turni, una giungla. Dicono che così migliora il servizio, ma per me l’hanno solo complicato. Prima c’era il “marziano”: una soluzione che permetteva ai fuori turno di lavorare solo in certe aree di alta richiesta, come Linate o la Stazione Centrale. Funzionava. Andavi, facevi il tuo lavoro e basta. Ora, con il turno libero, è un disastro. Puoi lavorare ovunque, ma senza un criterio preciso. Si perde tempo e non si riesce a organizzare bene il servizio.

    Ecco perché tanti Tassisti a Milano rimpiangono il vecchio sistema: torniamo ai sei turni chiari. Era semplice e funzionava meglio, per noi e per i clienti. Ma chi prende queste decisioni non vive il mestiere, non sa cosa significa stare al volante tutto il giorno. Dovrebbero fidarsi di chi fa questo lavoro da anni, perché certe cose le capisci solo vivendole sulla tua pelle.

    Tassisti a Milano Ogni Corsa una Nuova Storia -Fausto e il suo taxi 1998
    Tassisti a Milano: Fausto (1998)

    Il Ruolo delle Speakers: tra Professionalità e Tecnologia

    Torniamo a quelle signorine, le speakers che gestivano le chiamate. Quando è cambiato tutto?

    Fausto: L’arrivo della localizzazione satellitare ha trasformato il lavoro dei Tassisti a Milano, cancellando il ruolo delle speakers che per anni avevano gestito le chiamate. La loro professionalità faceva la differenza: ricordo che, chiamavano le vie una per una: “Via Manzoni, via Manzoni!”. Ogni chiamata aveva un tempo assegnato. Alla prima chiamata rispondevi solo se potevi arrivare in 1-2 minuti, alla seconda in 3-4 minuti e così via. Se rispondevi senza essere effettivamente nei tempi, rischiavi la commissione disciplinare. Dovevi essere concentrato, conoscere le vie a memoria e calcolare in una frazione di secondo quanto tempo ti serviva per arrivare. Era quasi una gara, e solo chi aveva esperienza e velocità di reazione riusciva a prendersi le corse migliori.

    Ora tutto è automatizzato. Il satellite assegna le corse in base alla posizione, senza margine di abilità o strategia. Per il cliente è sicuramente un sistema più regolare e giusto, ma per noi tassisti ha tolto quella dimensione di competenza che rendeva il lavoro più gratificante.

    Ma i tempi cambiano, e bisogna adattarsi. I Tassisti a Milano oggi lavorano in un contesto completamente diverso, dove la tecnologia ha reso tutto più veloce, ma ha tolto quella dimensione umana e di abilità che un tempo contava davvero.

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    Servizio Libero

    La Formazione del Tassista: tra Studio ed Esperienza

    Per diventare tassista esiste una vera e propria formazione?

    Fausto: Non puoi improvvisarti tassista, devi studiare e superare un esame. Anch’io ho frequentato una scuola di sei mesi organizzata dalle associazioni di categoria. Oggi è un po’ più difficile rispetto a quando ho iniziato io a 23 anni, ma se studi, ce la fai.

    Bisognava conoscere a memoria il regolamento e avere una base sulla storia di Milano. Non diventavi una guida turistica, ma dovevi sapere dire almeno due cose sui monumenti, giusto per fare bella figura con i clienti.

    La parte più tosta era la toponomastica. Ti mettevano alla prova con domande tipo: “Un cliente sale in via Mac Mahon e si sente male, dove lo porti?” Dovevi sapere subito qual era l’ospedale più vicino. Oppure ti chiedevano un tragitto dettagliato, passo dopo passo, per esempio da Piazza Duomo alla Stazione Centrale. Non bastava una risposta generica, volevano tutte le strade in ordine preciso. All’esame mi fecero una domanda a trabocchetto: “Quante vie confluiscono su Piazza Bande Nere?” Per fortuna avevo studiato bene e risposi subito: “9, contando anche quelle chiuse.” Insomma, dovevi essere preparato.

    Il rapporto con i clienti, invece, si impara sulla strada. Devi saper osservare e adattarti a ogni situazione. Una volta ho caricato un tipo strano, vestito di nero, occhiali da sole, senza dire una parola. Mi ha solo detto: “Corvetto.” Nessun numero, nessuna indicazione. Ho capito subito il tipo. Arrivati, ho fermato la macchina e ho detto: “Hai detto Corvetto, siamo qui. Scendi.”

    Essere Tassisti a Milano è un mix di preparazione e intuito. La scuola ti dà le basi, ma è la strada che ti insegna davvero il mestiere. Ogni cliente è diverso, ogni corsa è una storia a sé.

    Tassisti a Milano: Valore, Esperienze e Storie da Raccontare

    Come ti sei sentito durante questa intervista?

    Fausto: Un po’ nostalgico, lo ammetto. Parlare di questi ricordi mi ha fatto tornare in mente i primi anni di lavoro, le dinamiche con i colleghi, il rapporto con le speaker della radio. C’era un contatto umano diverso: ti chiamavano per nome, ti riconoscevano, facevano battute. Prima di iniziare il turno magari ci si trovava al bar per un caffè, e una volta alla settimana si usciva per una pizza tutti insieme. Ora è tutto più freddo, automatico. La tecnologia ha reso il lavoro più efficiente, ma ha tolto qualcosa di importante: quel senso di comunità che rendeva speciale questo mestiere.

    Essere intervistato non è come fare una chiacchierata normale. Ti senti sotto pressione, cerchi di dire le cose giuste. Poi magari, quando rileggerò tutto, mi verranno in mente altri dettagli, altre storie che non ho raccontato. Ma questo è solo un punto di partenza.

    Le Biografie Pedagogiche: Un Viaggio tra Memoria e Consapevolezza

    Ogni esperienza di Biografia Pedagogica è unica. Accade spesso che, all’inizio, chi racconta si senta quasi sotto esame, perché non è abituato a riflettere così apertamente sul proprio vissuto. A volte c’è persino il timore di non trovare le parole giuste o di dire troppo. Ma è attraverso questo processo di racconto e di ascolto attivo che avviene qualcosa di speciale: emergono nuove consapevolezze, il passato assume un nuovo significato e si comprende meglio il proprio presente.

    La grande potenzialità di questo lavoro sta nella trascrizione fedele del parlato del protagonista. E nel rileggersi, molte persone si riconoscono, si ritrovano e – cosa più importante – si piacciono nel proprio racconto. Perché vedere la propria storia scritta nero su bianco dà una nuova dignità ai ricordi, valorizza il vissuto e permette di dargli un senso più profondo.

    Questa intervista con Fausto, tassista a Milano, è la prova di quanto un lavoro possa racchiudere storie, valori e cambiamenti profondi. Un racconto che non è solo personale, ma che diventa testimonianza sociale di un mestiere che, negli anni, ha vissuto trasformazioni, evoluzioni e sfide continue.

    Se anche tu hai una Storia da raccontare, una Professione che merita di essere valorizzata,
    Contattami.
    Perché ogni Esperienza di Vita ha un Valore, e merita di essere Ascoltata.

    esperienzanarrata di Maria Adelaide Macario
#esperienzanarrata
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