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  • Antonio/Yashal: la vita in musica

    Antonio/Yashal: la vita in musica

    Antonio/Yashal racconta la sua vita in musica: canzoni, cadute e nuovi inizi in un percorso autobiografico tra emozioni, rinascite e desideri.

    La musica accompagna da molti anni la vita di Antonio/Yashal. Per lui non è soltanto una passione, ma uno dei linguaggi attraverso i quali trasforma esperienze, emozioni e momenti difficili in parole e melodie.

    Nei primi tre articoli abbiamo incontrato le diverse parti della sua storia.

    In “Antonio/Yashal: tra cura, cambiamento e musica” abbiamo seguito il filo che unisce infermieristica, nutrizione, insegnamento e identità artistica.

    In “Antonio/Yashal: chi sono alla soglia dei quarant’anni?” il racconto è diventato più introspettivo, soffermandosi sulle relazioni, sul giudizio degli altri, sugli ostacoli e sull’ambizione.

    Con “Antonio/Yashal: insegnamento e nuovi inizi” siamo entrati nel mondo della scuola e nel coraggio necessario per lasciare una strada conosciuta e ricominciare.

    Anche questo articolo nasce dalle mie Interviste Biografiche, realizzate secondo il metodo delle Biografie Pedagogiche. Le risposte sono state rese più leggibili senza modificarne il significato, mantenendo il linguaggio, il ritmo e l’autenticità emotiva dell’intervistato.

    In questo quarto e ultimo articolo sarà soprattutto Yashal a prendere voce.

    Entreremo nelle canzoni nate dalle sue esperienze, nel lungo lavoro necessario per pubblicarle e nella difficoltà di trovare ascolto nel mondo musicale. Parleremo anche del ritorno alla scrittura e del desiderio di creare una musica capace di offrire leggerezza, movimento e quello che lui definisce uno “spritz emotivo”.

    Questa volta, però, sarà la musica a guidarci dentro la storia di Antonio/Yashal.

    Antonio/Yashal: la musica come autobiografia

    Nelle tue canzoni, quanto c’è della tua storia personale? Quando un’esperienza diventa musica?

    Per scrivere bisogna vivere

    Nella mia musica c’è tutto.

    Sono convinto che, se non vivi, non sai che cosa scrivere. Puoi anche provare a costruire un testo, ma se dietro non c’è un’esperienza, un’emozione o qualcosa che hai realmente attraversato, rischia di non avere né capo né coda.

    Le mie canzoni nascono quasi sempre da ciò che mi succede.

    Nella vita avrò scritto circa millecinquecento brani. Molti sono rimasti dentro un cassetto, altri hanno fatto parte di album mai pubblicati. Scrivere, per me, è sempre stato un modo per trasformare quello che provavo.

    Quando un’esperienza diventa musica riesco a raccontarla, ma anche a guardarla da una prospettiva diversa.

    Fool Like Me: raccontare una distruzione

    Il mio primo singolo, Fool Like Me, è nato dopo la fine della mia prima convivenza a Roma, successiva all’esperienza vissuta in Germania.

    In quel periodo avevo scritto un intero album. Erano una decina di canzoni molto malinconiche, perché arrivavano da una fase difficile della mia vita.

    Fool Like Me è stata l’ultima.

    Era quasi la canzone che non volevo scrivere. Continuavo a domandarmi: «La scrivo o non la scrivo? Un’altra canzone triste? Che noia».

    Alla fine l’ho scritta e, quando l’ho riletta, ho pensato: «Questa è bella. Deve uscire».

    Nel testo parlo di quanto una relazione possa prenderti e distruggerti. Sono riuscito a raccontare quella sensazione, ma attraverso una canzone costruita quasi come un ossimoro.

    Se ascolti soltanto la melodia, infatti, non penseresti mai che si tratti di un brano triste. Musicalmente è allegra, mentre le parole raccontano qualcosa di completamente diverso.

    È proprio questo contrasto a rappresentare ciò che provavo.

    A volte la sofferenza non si mostra immediatamente. Può nascondersi dietro un ritmo leggero, un sorriso o qualcosa che, apparentemente, sembra felice.

    Antonio/Yashal: quando una canzone incontra il pubblico

    Fool Like Me è stata scritta nel 2018, ma la sua lavorazione è iniziata alcuni anni dopo. Tra il lavoro, la pandemia e gli altri impegni, il percorso è stato lungo.

    Il brano è uscito l’8 aprile 2023.

    Una canzone può nascere in pochi minuti, ma farla arrivare alle persone richiede molto più tempo. Dopo la scrittura comincia la lavorazione musicale. Bisogna occuparsi della melodia, dell’arrangiamento, della registrazione e di tutto ciò che serve per pubblicarla.

    Poi arriva il momento della promozione.

    Fool Like Me è stata trasmessa da numerose radio locali italiane e mi ha permesso di partecipare a diverse interviste e di comparire in alcuni magazine.

    Non posso dire che sia diventata una canzone di grande successo, perché il successo musicale è un’altra cosa. Però è arrivata a una piccola parte di pubblico in tutta Italia ed è stata ascoltata anche all’estero.

    Per me è stato importante.

    Quel brano ha rappresentato il momento nel quale Yashal è uscito dalla dimensione privata ed è arrivato, almeno in parte, agli altri.

    La canzone si può ascoltare su Spotify, YouTube, Amazon Music, Apple Music e sulle principali piattaforme digitali.

    Una coincidenza legata al nome Yashal

    La data di pubblicazione ha portato con sé anche una coincidenza particolare.

    Tempo dopo, Facebook mi ha mostrato un vecchio ricordo. Proprio l’8 aprile di alcuni anni prima avevo condiviso la schermata di Spotify mentre ascoltavo Yashal di Elisa, la canzone dalla quale sarebbe nato il mio nome artistico.

    Anni dopo, nello stesso giorno, è uscito il mio primo singolo come Yashal.

    Quando ho visto quelle due date coincidere, ho pensato: «Allora forse doveva accadere proprio così».

    Quanto è difficile farsi ascoltare

    Quanto è difficile oggi trovare spazio nel mondo musicale?

    È molto difficile, perché ci sono tantissime persone che scrivono, cantano e cercano di farsi conoscere.

    Io, però, continuo a pensare che ci sia spazio per tutti.

    Vivo con un’idea di abbondanza che non riguarda soltanto il denaro. Parlo soprattutto di abbondanza personale.

    Mi sento ricco interiormente perché penso di avere molto da dare, ma anche moltissimo da ricevere. Cerco di mantenere aperto questo scambio: do qualcosa agli altri e, nello stesso tempo, permetto alle persone e alle esperienze di restituirmi qualcosa.

    A volte ho persino la sensazione di ricevere più di quanto riesca a dare.

    Naturalmente non basta scrivere una bella canzone per essere ascoltati. Servono tempo, occasioni, promozione e incontri con le persone giuste. Inoltre, non tutto dipende direttamente dall’artista.

    Questo è uno degli aspetti che rendono la musica più complessa rispetto ad altri obiettivi della mia vita.

    Nonostante ciò, non penso che la presenza di tanti musicisti debba diventare un motivo per smettere. Il fatto che esistano molte voci non significa che non possa esserci spazio anche per la tua voce.

    feel: una melodia malinconica per raccontare la gratitudine

    Il secondo singolo, feel, è quasi il contrario di Fool Like Me.

    In questo caso la base musicale sembra malinconica, mentre il testo è luminoso e pieno di gratitudine.

    La canzone è nata durante la quarantena per il Covid-19.

    In quel periodo lavoravo da casa. Un giorno, mentre in televisione si parlava di persone che avevano perso il lavoro e di imprenditori che non erano riusciti a sopportare il peso della crisi, mi sono fermato a pensare alla mia situazione.

    Mi sono detto: «Io sono fortunato».

    Durante una breve pausa sono nati sia il testo sia la melodia di feel. È successo quasi immediatamente.

    In quel momento ho capito che, se avessi pubblicato un secondo singolo, sarebbe stato proprio quello.

    Fool Like Me era ancora in preparazione e, nel frattempo, è iniziata anche la lavorazione di feel. Il secondo brano è poi uscito nel 2024, un anno dopo il primo.

    Dopo quella pubblicazione mi sono fermato.

    Avevo iniziato l’università e dovevo tenere insieme lo studio, il lavoro e la vita quotidiana. A un certo punto è stato necessario togliere spazio a qualcosa, e la musica è rimasta momentaneamente in attesa.

    Antonio/Yashal e il ritorno alla scrittura

    C’è una canzone che, in questo momento, senti particolarmente vicina alla tua storia?

    Dopo circa due anni senza scrivere, durante la convalescenza per il piede rotto è nata una nuova canzone.

    Si intitola One Foot Wrong, che possiamo tradurre come “un piede messo male”.

    Il titolo parte da quello che mi è accaduto, ma il brano non racconta semplicemente una frattura.

    Parla di ciò che succede quando, nella vita, metti un piede nel posto sbagliato e rischi di perdere l’equilibrio.

    Non siamo mai completamente preparati a cadere. Anche quando qualcosa va storto, però, cerchiamo di non precipitare nel vuoto e di rimanere in piedi.

    Questa canzone racconta proprio la mia capacità di rialzarmi dopo le difficoltà personali e familiari che ho attraversato.

    Nello stesso tempo esprime la voglia che sento oggi di ricominciare a ballare.

    Per questo vorrei dirigermi verso una musica più dance. In questo periodo non desidero pubblicare brani soltanto tristi o deprimenti.

    Sento che le persone hanno bisogno di leggerezza, calma e gentilezza emotiva. Hanno bisogno di quello che io chiamo, scherzando, uno “spritz emotivo”: qualcosa che faccia respirare, muovere e stare bene.

    One Foot Wrong nasce da una caduta, ma non rimane nella sofferenza.

    Racconta il desiderio di tornare in piedi e riprendere a ballare.

    Il messaggio di Antonio/Yashal a chi si sente in ritardo

    Se una persona della tua età, o anche più giovane, si sentisse in ritardo rispetto ai propri sogni, che cosa le diresti?

    Direi che non si è mai in ritardo per fare qualcosa.

    Io mi sono rimesso in gioco a trentasei anni per diventare nutrizionista e a trentotto per entrare nel mondo dell’insegnamento.

    A volte penso di avere quasi “sprecato” i vent’anni precedenti. Poi, però, mi accorgo che non è davvero così.

    Ho investito quel tempo in altre esperienze, nel lavoro, nelle relazioni e nelle convivenze. Alcune storie sono finite e non sono diventate ciò che avrei voluto, ma mi hanno aiutato a capire che cosa desideravo davvero.

    Anche l’esperienza in Germania mi ha insegnato qualcosa. Ho compreso che, almeno in quel momento della mia vita, quel luogo non era adatto a me. Forse avevo bisogno di rimanere in Italia oppure di scegliere un Paese nel quale potessi comprendere gli altri e farmi comprendere più facilmente.

    Persino una scelta che oggi non rifarei ha contribuito a mostrarmi una direzione.

    Per questo non credo che esista un’età giusta per realizzarsi.

    Esiste il momento nel quale cominci a riconoscere ciò che vuoi e trovi il coraggio di provarci.

    «Non credo che esista un’età giusta per realizzarsi.»

    Più talenti, più possibilità

    Che cosa diresti a chi possiede più talenti, ma fatica a scegliere una sola strada?

    Fare molte cose contemporaneamente può significare non riuscire a dedicarsi completamente a nessuna.

    Questo è vero.

    Se, però, non esiste ancora una passione che prevale nettamente sulle altre, credo sia giusto sperimentare.

    I risultati raggiunti nei diversi ambiti possono permetterti di continuare a coltivare più interessi. Almeno fino a quando il tempo, le energie e il corpo te lo consentono.

    A un certo punto, forse, emergerà qualcosa di più forte. Oppure sarà la vita stessa a chiederti di concentrare le tue forze in una sola direzione.

    Per arrivare a quel momento, però, devi prima provare.

    Altrimenti rischi di guardarti indietro e domandarti: «Che cosa sarebbe accaduto se lo avessi fatto?».

    Io preferisco poter dire: «Ci ho provato».

    Forse avrei potuto impegnarmi di più in una strada, ma questo avrebbe significato togliere tempo a un’altra parte di me che amavo altrettanto.

    Non voglio vivere con il rimpianto di non avere tentato.

    L’immagine che rappresenta Antonio/Yashal oggi

    C’è una frase, una parola o un’immagine con cui vorresti chiudere questa intervista? Qualcosa che oggi ti rappresenta?

    La frase potrebbe essere: «Viva la vita».

    È un’espressione semplice, ma racchiude il modo in cui cerco di vivere e di affrontare ciò che accade.

    Se dovessi scegliere un’immagine, invece, direi una sfera stroboscopica.

    Può sembrare una risposta insolita, ma rappresenta bene ciò che sento in questo momento: luce, movimento, musica e voglia di ballare.

    La sfera sarà presente anche nel progetto legato al nuovo singolo che sto preparando con il titolo Dancefloor.

    Inizialmente avevo pensato di chiamarlo Miracle, perché credo nei miracoli e continuo a scrivere partendo dall’ottimismo e dalla positività.

    Poi ho scelto Dancefloor: la pista da ballo.

    Forse oggi mi rappresenta meglio.

    Dopo le cadute, gli ostacoli e i periodi più difficili, sento il desiderio di tornare al centro della pista e continuare a muovermi.

    «Viva la vita.»

    Dopo l’intervista

    Al termine della conversazione ho chiesto ad Antonio/Yashal come si sentisse dopo avere ripercorso una parte così ampia della propria storia.

    «Mi sento eccitato, perché non vorrei che l’intervista finisse. Sono carico, ma nello stesso tempo mi sento anche un po’ svuotato.»

    Raccontarsi può produrre entrambe le sensazioni: da una parte riporta alla luce ricordi ed emozioni, dall’altra permette di lasciare andare qualcosa che, fino a quel momento, era rimasto dentro.

    Poco dopo ha aggiunto:

    «Mi sono aperto. Non mi sono sentito in imbarazzo e non ho avuto bisogno di mettere filtri. Mi sono sentito tranquillo.»

    Le sue parole restituiscono il senso di questo incontro: dare voce alla propria storia può aiutare a riconoscere ciò che si è attraversato e a guardarlo da una prospettiva nuova.

    Antonio/Yashal: la vita in musica. Sfera stroboscopica colorata, simbolo del movimento, della musica e dell’energia creativa di Antonio/Yashal.

    Chiudo questa Intervista Biografica con una sfera attraversata da molti colori: l’immagine scelta da Antonio/Yashal per raccontare la parte di sé che continua a trasformare la vita in musica, luce e movimento.

    Prevenire con Cura, Supportare con Passione

  • Antonio/Yashal: insegnamento e nuovi inizi

    Antonio/Yashal: insegnamento e nuovi inizi

    Antonio/Yashal racconta l’ingresso nella scuola, il coraggio di cambiare strada e i nuovi inizi, con un messaggio per chi teme di essere in ritardo.

    Ho scelto di intervistare Antonio Pennestri perché, conoscendolo nel mondo della scuola, ho intuito che dietro il collega si trovava una storia ricca di scelte, cambiamenti e passioni.

    Antonio ha accettato di raccontarsi pubblicamente attraverso le mie Interviste Biografiche , realizzate secondo il metodo delle Biografie Pedagogiche. Lo ha fatto con coraggio, apertura e autenticità, mettendo in gioco non soltanto i traguardi raggiunti, ma anche i dubbi, gli ostacoli e i nuovi inizi che continuano ad attraversare la sua vita.

    Nella prima parte, “Antonio/Yashal: tra cura, cambiamento e musica”, abbiamo seguito il filo che unisce l’esperienza infermieristica, il percorso di studi nella nutrizione, l’ingresso nell’insegnamento e la passione per la musica. Abbiamo conosciuto anche il suo modo di guardare la vita e la storia da cui nasce il nome artistico Yashal.

    Nel secondo articolo, “Antonio/Yashal: chi sono alla soglia dei quarant’anni?”, il racconto è diventato più introspettivo. Antonio ha riflettuto su ciò che sente di avere costruito, sul giudizio degli altri, sugli ostacoli, sull’ambizione e sul significato della cura.

    In questa terza parte entreremo nell’esperienza di Antonio/Yashal nella scuola e in ciò che l’insegnamento gli ha restituito.

    Infine, Antonio/Yashal rivolgerà un messaggio a chi si sente in ritardo rispetto ai propri sogni o fatica a scegliere una sola strada.

    Anche questo articolo segue il metodo delle mie Biografie Pedagogiche. Le risposte sono state rese più leggibili, mantenendo il linguaggio, il ritmo e l’autenticità emotiva dell’intervistato.

    L’insegnamento come nuova possibilità per Antonio/Yashal

    Quest’anno hai vissuto un’esperienza nel mondo della scuola. Senza fare nomi di istituti o persone, c’è stato un momento in cui hai sentito che la scuola poteva essere un luogo anche tuo?

    Sentirsi parte della scuola

    Se posso dirlo, io mi sono sentito parte della scuola quasi da subito.

    Il primo giorno, naturalmente, ho avuto bisogno di qualche momento per orientarmi. Non entravo in una scuola primaria da più di vent’anni e, quando sono arrivato, ho pensato: «Wow, che bello. Sembra quasi un sogno».

    Probabilmente sono stato fortunato, ma ho avvertito immediatamente una sensazione di appartenenza. Anche con i colleghi mi sono trovato molto bene e questo mi ha aiutato a entrare nel nuovo ambiente con maggiore serenità.

    Non so dire con precisione che cosa io abbia portato nella scuola. Sicuramente l’empatia, perché è uno degli aspetti fondamentali che ho imparato lavorando in ambito sanitario.

    Nello stesso tempo, però, la scuola ha restituito qualcosa anche a me.

    Ritrovare una parte più leggera

    Che cosa hai scoperto di te stando con gli studenti?

    Ho ritrovato un’ingenuità e una leggerezza che forse avevo un po’ messo da parte.

    Ho ricominciato a ridere per cose semplici, alle quali prima magari non avrei dato importanza. Io sono già una persona scherzosa, ma stando con i bambini questa parte del mio carattere è diventata ancora più presente.

    Adesso, per esempio, guardo i Minions e mi fanno ridere a crepapelle. A volte penso di assomigliare proprio a uno di loro.

    I bambini scherzano, ridono e riescono a vivere pienamente alcuni momenti. Osservarli mi ha ricordato che anche da adulti possiamo conservare quella capacità di divertirci e di non prendere tutto sempre troppo sul serio.

    Per me è stata anche una sfida personale.

    Lavorando in ambito sanitario mi era capitato di incontrare bambini malati. Per proteggermi dalla sofferenza, avevo quasi insegnato a me stesso che i bambini non mi piacessero.

    Era una forma di difesa. Se non ti affezioni, pensi di soffrire meno.

    Quando ripeti molte volte qualcosa alla tua mente, però, alla fine rischi di considerarla vera. L’esperienza nella scuola mi ha fatto capire che non era affatto così.

    I bambini mi piacciono molto e con loro mi sono trovato davvero bene.

    Una relazione fatta di reciprocità

    Mi auguro di avere insegnato qualcosa agli studenti, non soltanto attraverso le materie.

    Avrei voluto trasmettere l’empatia e mostrare loro che si può diventare adulti senza perdere la sensibilità, l’affetto e la capacità di creare uno spazio nel quale tutti possano sentirsi accolti.

    I bambini vedono gli adulti in maniera molto netta: o sentono che possono fidarsi di te oppure prendono le distanze.

    Il fatto che venissero a cercarmi, che mi abbracciassero e che mostrassero il loro affetto mi ha fatto capire che tra noi si era creata una relazione importante.

    In alcune classi abbiamo lavorato insieme e l’amore che gli studenti ci hanno restituito ci ha aiutato ad arrivare alla fine dell’anno con energia.

    Oltre alla passione per l’insegnamento, sono stati proprio loro a darci la forza di pensare: «Abbiamo fatto una bella scelta».

    Non siamo soltanto noi adulti a insegnare ai bambini. Anche loro ci mostrano qualcosa di noi e del modo in cui stiamo nel mondo.

    Che cosa può portare Antonio/Yashal nella scuola

    Che cosa può portare nella scuola una persona che arriva anche dal mondo sanitario, nutrizionale e artistico?

    Penso di poter portare soprattutto uno sguardo capace di tenere insieme aspetti differenti.

    L’esperienza sanitaria mi ha insegnato ad ascoltare, a osservare le persone e a riconoscere i loro bisogni.

    La nutrizione mi ha aiutato a comprendere quanto siano importanti il corpo, le abitudini quotidiane e la prevenzione.

    La musica, invece, mi permette di esprimere emozioni, creatività e parti di me che non sempre riesco a comunicare attraverso le parole.

    Sono esperienze molto diverse, ma nella scuola possono incontrarsi.

    Un insegnante non porta in classe soltanto ciò che ha studiato sui libri. Porta la propria storia, il modo in cui affronta le difficoltà e tutto quello che ha imparato nelle esperienze precedenti.

    Contenuti, ascolto e credibilità

    Secondo te oggi i ragazzi hanno più bisogno di contenuti, di ascolto o di adulti credibili?

    Credo che abbiano bisogno di tutte queste cose, ma soprattutto di adulti che siano autentici.

    I contenuti sono importanti, perché la scuola deve insegnare. Senza ascolto, però, è difficile comprendere davvero chi hai davanti.

    E la credibilità nasce anche dalla coerenza.

    Non puoi chiedere agli studenti di essere curiosi, rispettosi o appassionati se tu per primo non mostri curiosità, rispetto e passione.

    I ragazzi si accorgono subito quando un adulto parla di qualcosa in cui non crede davvero. Per questo penso che sia importante presentarsi per ciò che si è, mantenendo naturalmente il proprio ruolo.

    Antonio/Yashal: insegnamento e i suoi nuovi inizi. Mani di bambini che colorano un disegno per il progetto Il Muro delle voci libere.
    Il Muro delle voci libere: nella scuola primaria, espressione, ascolto e creatività aiutano ogni bambino a trovare la propria voce.

    Oltre la materia

    Che cosa ti piacerebbe insegnare davvero, oltre alla materia?

    Vorrei mostrare che anche da grandi si può continuare a crescere e a imparare dagli altri.

    Non sono soltanto gli studenti a imparare da me. Sono anch’io a ricevere qualcosa da loro.

    Vorrei insegnare la reciprocità, il rispetto e la possibilità di mantenere vive le proprie passioni anche nell’età adulta.

    Mi piacerebbe trasmettere l’idea che non si è mai troppo grandi per provare qualcosa di nuovo.

    Gli ostacoli, qualche volta, sono necessari. La felicità può trovarsi proprio dall’altra parte di un cancello che abbiamo paura di attraversare.

    Io, per esempio, temevo di lasciare un lavoro a tempo indeterminato per entrare nella scuola con un incarico che non copriva neppure un intero anno.

    Mi domandavo: «Andrà bene? Sto facendo la scelta giusta?».

    Alla fine ho deciso di provarci.

    Credo che, quando scegli una strada, sia necessario impegnarti e metterci tutto te stesso. Non hai la certezza che ogni cosa andrà come immagini, ma puoi decidere quanto di te portare in quell’esperienza.

    Il coraggio di cambiare strada

    Quanto tempo hai impiegato per decidere di compiere questo salto?

    La laurea magistrale in nutrizione è nata anche dal desiderio di lasciare il lavoro infermieristico.

    Era una professione che mi era piaciuta molto, ma ero arrivato a un punto nel quale sentivo di avere bisogno di cambiare.

    Mi interessava la nutrizione e, allo stesso tempo, mi attirava l’insegnamento. Quando ho scoperto che il percorso poteva offrirmi anche la possibilità di insegnare matematica e scienze, ho pensato di avere davanti due strade.

    Avrei potuto continuare a lavorare in ambulatorio occupandomi di nutrizione oppure provare a entrare nella scuola.

    Mi sono laureato l’8 luglio 2025. Dopo l’estate ho iniziato a osservare la situazione e, a un certo punto, mi sono detto: «Basta, devo provarci».

    Ho cominciato a rispondere agli interpelli e, nel giro di circa un mese, sono arrivate le prime chiamate. All’inizio erano incarichi molto brevi, fino a quando mi è stata proposta una supplenza annuale sul sostegno.

    Ci ho pensato, perché vivevo a Milano, avevo un affitto da pagare e non potevo permettermi di rimanere senza lavoro.

    Ho parlato con alcune persone vicine a me. Mi hanno detto: «Se non lo fai adesso, quando lo farai?».

    Era esattamente quello che continuavo a ripetere anche a me stesso.

    Così ho lasciato il contratto a tempo indeterminato e ho accettato.

    Ho cercato di concludere bene il rapporto con l’azienda precedente, senza chiudere ogni porta. Dentro di me, però, sapevo che quel lavoro non rappresentava più la strada che desideravo percorrere.

    Entrare nella scuola è stato un rischio, ma anche una possibilità.

    Oggi posso dire che quel salto mi ha permesso di scoprire un luogo nel quale sento di poter portare le mie esperienze e, nello stesso tempo, continuare a imparare.

    Antonio/Yashal e lo spazio da dare ai propri talenti

    Le parole di Antonio/Yashal ricordano che non esiste un unico momento nel quale sia possibile cambiare, ricominciare o realizzare una parte di sé.

    A trentasei anni ha intrapreso il percorso nella nutrizione. A trentotto ha lasciato un lavoro stabile per entrare nel mondo della scuola. Ogni nuova scelta ha richiesto coraggio, impegno e la disponibilità ad attraversare l’incertezza.

    Forse non tutte le strade possono essere percorse contemporaneamente con la stessa intensità. Questo, però, non significa che una passione debba essere abbandonata soltanto perché la vita, per un periodo, ci conduce altrove.

    Ed è proprio qui che desidero lasciare un messaggio ad Antonio/Yashal.

    Durante questa Intervista Biografica ho incontrato le molte dimensioni di Antonio/Yashal: il collega, l’infermiere, il nutrizionista, l’insegnante e l’artista.

    Ma ho incontrato soprattutto Yashal, la parte creativa che trasforma esperienze, cadute, relazioni ed emozioni in parole e musica.

    Il mio augurio è che continui a dare spazio anche a questo talento.

    Non so dove lo condurrà la strada musicale e forse, oggi, non è necessario saperlo. È importante, però, che quella parte non venga messa nuovamente da parte.

    Perché la musica, nella storia di Antonio, non appare come un interesse aggiunto agli altri. È uno dei linguaggi attraverso i quali riesce a raccontarsi, a comprendere ciò che ha vissuto e a raggiungere le persone.

    Ed è proprio da questa parte della sua identità che riprenderà il quarto e ultimo articolo:

    Antonio/Yashal: la vita in musica

    Entreremo nelle sue canzoni e nelle esperienze da cui sono nate. Scopriremo come una sofferenza possa incontrare una melodia leggera, come la gratitudine possa emergere in un momento difficile e come, dopo una lunga pausa, possa tornare il desiderio di scrivere, creare e ballare.

    Perché, qualche volta, continuare a credere in un sogno significa semplicemente concedergli ancora la possibilità di esistere.

    Prevenire con Cura, Supportare con Passione

  • Antonio/Yashal: chi sono alla soglia dei quarant’anni?

    Antonio/Yashal: chi sono alla soglia dei quarant’anni?

    Antonio/Yashal riflette su ciò che ha costruito, sul giudizio degli altri, sugli ostacoli e sul desiderio di continuare a realizzarsi.

    Nella prima parte dell’intervista, “Antonio/Yashal: tra cura, cambiamento e musica”, abbiamo incontrato Antonio Pennestri ed esplorato il filo che unisce la sua esperienza infermieristica, il percorso di studi nella nutrizione, l’ingresso nel mondo dell’insegnamento e la passione per la musica.

    Abbiamo conosciuto anche il suo modo di guardare la vita e la storia da cui nasce il nome artistico Yashal.

    In questa seconda parte il racconto diventa più introspettivo.

    In questa seconda parte, Antonio/Yashal si ferma a osservare la strada già percorsa. Si interroga su ciò che ha costruito e sul momento della vita che sta attraversando. Parla del giudizio degli altri, degli ostacoli, dell’ambizione e del desiderio di continuare a realizzarsi.

    Emergono inoltre alcune esperienze legate all’infermieristica e alla nutrizione. Esperienze che gli hanno insegnato il valore dell’ascolto, ma anche la necessità di trovare una giusta distanza nella relazione con l’altro.

    Come sempre, questa Intervista Biografica segue il metodo delle mie Biografie Pedagogiche. Le risposte sono state rese più chiare nella forma, mantenendo il linguaggio, il ritmo e l’autenticità emotiva dell’intervistato.

    Sarà ancora Antonio/Yashal a raccontarsi, attraverso le proprie parole e il proprio modo di dare significato alle esperienze vissute.

    Antonio/Yashal alla soglia dei quarant’anni

    Intorno ai quarant’anni si è ancora giovani, ma si comincia anche a vedere una parte di strada già percorsa. Quando ti fermi a guardarti, che cosa senti di avere costruito davvero?

    «Ho costruito me»

    Sono sincero: a volte mi giro indietro e penso di non avere costruito niente.

    Poi, proprio nel momento in cui dico «niente», mi fermo e penso: ho costruito me.

    Io non sono di Milano, sono di Roma, e ovviamente metà del mio cuore è ancora là. A livello umano penso di lasciare qualcosa nelle persone, anche se qualche volta mi sembra di avere costruito meno relazioni profonde di quanto immaginassi.

    Un mese e mezzo fa mi sono rotto un piede. Il giorno dopo ho scritto a un ex collega al quale voglio un bene dell’anima. Alle otto e venti del mattino mi ha risposto: «Sto arrivando a prenderti e ti porto al pronto soccorso».

    In quel momento ho pensato: ma dove li ho, i santi in paradiso? Non me lo aspettavo.

    Durante i venti giorni trascorsi a casa, però, mi sono anche accorto che le persone realmente presenti si contano sulle dita di una mano.

    Un’amica mi ha portato le stampelle. Una collega è venuta a prendermi due volte per accompagnarmi alle cene della scuola. I colleghi mi dicevano: «Dai, vieni, ci fa piacere averti con noi».

    Questo mi ha fatto molto piacere.

    Altre persone mi hanno scritto o mi hanno detto che sarebbero venute a trovarmi. Poi magari non sono riuscite a farlo, ma capisco che tutti abbiano i propri impegni e non ne faccio una colpa.

    Anche attraverso i messaggi ho ricevuto molta vicinanza.

    Forse le relazioni più vere non sono numerose, però ci sono. E alcune volte arrivano anche da persone dalle quali non te lo aspetti.

    Ciò che metto nel lavoro e nelle relazioni

    In ogni posto in cui vado, generalmente, riesco a stare bene.

    So essere giocherellone quando è il momento di scherzare e serio quando bisogna lavorare. Credo che questo equilibrio mi abbia aperto diverse porte.

    Lavoro da quasi vent’anni e ho fatto molte esperienze. Oltre all’infermiere, ho lavorato in pizzeria, nei negozi di abbigliamento e per quattro anni da Zara.

    Raramente non ho superato un colloquio o un periodo di prova.

    Non penso di essere speciale. Forse mi aiuta la parlantina, perché quella non mi manca. Forse riesco a gestirmi bene nelle situazioni e a comunicare ciò che posso dare.

    Di una cosa, però, sono sicuro: mi impegno tantissimo.

    Lo dico senza arroganza. Quando inizio un lavoro cerco di dare il mille per mille. Certo, capita a tutti la giornata nella quale non si ha voglia di fare niente, però io provo sempre a mettere molto di me in ciò che faccio.

    Questo vale nel lavoro, nelle relazioni e nello studio.

    Ho concluso la laurea magistrale in un anno e mezzo. Durante il periodo nel quale sono rimasto a casa con il piede rotto, ho portato avanti quasi tutto il master in un mese.

    Con la musica, invece, vado un po’ più lentamente, perché lì non dipende tutto soltanto da me.

    Su questo forse non sono stato abbastanza lungimirante. Se potessi tornare indietro, mi direi di studiare prima la produzione e l’arrangiamento musicale, per riuscire a essere più autonomo.

    Ma non è detto che non possa farlo adesso. Sto iniziando a guardare applicazioni e programmi che possano aiutarmi a imparare.

    Antonio/Yashal: una fase di partenza

    Ti senti in una fase di arrivo, di ripartenza o di trasformazione?

    In questo momento mi sento totalmente in una fase di partenza.

    Ho deciso di buttarmi nell’insegnamento e ho appena concluso il mio primo anno nella scuola. Da questo punto di vista, quindi, sono proprio all’inizio.

    «Quando guardo il mio percorso professionale, mi accorgo di aver raggiunto molti degli obiettivi che mi ero posto. Ho lavorato come infermiere, sono diventato nutrizionista, sono entrato nella scuola e continuo a coltivare la musica e la crescita personale. Per questo sento di aver costruito molto, anche se dentro di me rimane sempre la sensazione di essere all’inizio di qualcosa di nuovo.»

    Io vivo ogni giornata come se fosse il primo giorno, non come se fosse l’ultimo.

    Si dice spesso: «Vivi come se fosse l’ultimo giorno». A me questa frase non piace molto. Preferisco pensare che oggi sia il giorno in cui nasco di nuovo.

    In questo modo tutto può essere ancora nuovo.

    Posso imparare da chiunque, anche da un bambino.

    Quest’anno ho insegnato nella scuola primaria. Se io ho dato qualcosa ai bambini, loro mi hanno restituito dieci volte tanto.

    Ho imparato anche dai colleghi. Senza il sostegno di alcune persone, all’inizio non avrei saputo bene come muovermi.

    Probabilmente avrei trovato comunque una strategia, perché cerco sempre una soluzione. Ma incontrare persone capaci di accompagnarti rende una nuova partenza molto più ricca.

    Per questo oggi non mi sento fermo e nemmeno arrivato definitivamente.

    Mi sento in partenza, con una parte di strada già costruita alle spalle e molte possibilità ancora davanti.

    Antonio/Yashal davanti al giudizio e agli ostacoli

    Tu dai l’idea di una persona che continua a progettare anche quando incontra ostacoli, rallentamenti o giudizi. Come hai imparato a non lasciarti definire dallo sguardo degli altri?

    Il giudizio non decide chi sono

    Detto in modo molto diretto, il giudizio degli altri non mi interessa.

    Non so dirti quando io abbia imparato a viverlo così. Forse non c’è stato un momento preciso.

    Ho trentotto anni e, nel corso della vita, ho attraversato anche situazioni difficili. Quando affronti esperienze davvero importanti, alcuni giudizi perdono peso. Ti accorgi che ci sono cose molto più grandi alle quali dedicare le tue energie.

    A volte preferisco rimanere in silenzio. Non lo faccio perché mi sento inferiore o perché il giudizio mi abbia ferito.

    Scelgo di non rispondere per evitare di creare disagio, aggressività o discussioni inutili. Quando le persone si sentono messe in difficoltà, infatti, possono diventare più aggressive. Io cerco di stare lontano dai litigi.

    Questo non significa che non abbia una mia opinione. Semplicemente decido a che cosa dare spazio.

    Penso anche che, quando una persona giudica continuamente gli altri, finisca spesso per raccontare qualcosa di sé. Per questo non sento sempre il bisogno di voltarmi e rispondere.

    Credo che ciò che diciamo e l’energia che alimentiamo, prima o poi, tornino indietro.

    Quando sento che una situazione mi sta facendo arrabbiare, provo quindi a spostare l’attenzione. Se continuo a pensarci e a darle forza, rischio di rovinare soprattutto la mia giornata.

    Non sempre ci riesco, perché sono umano. Qualche volta ho bisogno anch’io di sfogarmi.

    Cerco però di non rimanere bloccato nella rabbia e di non parlare male delle persone o delle esperienze passate. Anche un lavoro che non ci appartiene più ha fatto parte del nostro percorso e può averci insegnato qualcosa.

    L’ambizione come desiderio di realizzarmi

    Oggi che rapporto hai con l’ambizione? La vivi come una spinta, come un peso oppure come un desiderio profondo di realizzarti?

    La vivo come un desiderio profondo di realizzarmi.

    Ho la fortuna di essere ambizioso in più campi. Questo mi permette di trovare soddisfazione in strade differenti e di non affidare tutta la mia realizzazione a un solo obiettivo.

    Come ho già detto, dove cado cerco di cadere in piedi.

    Naturalmente c’è qualcosa che sento più vicino rispetto al resto, ed è la musica.

    Non sono una persona che pensa che, raggiunta una certa età, i sogni debbano essere messi da parte. Non credo che ci sia un momento nel quale bisogna smettere di provarci.

    Allo stesso tempo, però, penso che sia importante mantenere un rapporto concreto con la realtà. A volte occorre scegliere una strada più semplice o più sicura, almeno per un periodo.

    Questo non significa rinunciare al sogno. Significa trovare il modo di continuare a coltivarlo senza perdere l’equilibrio necessario per vivere.

    Quando qualcosa si blocca

    Che cosa fai quando senti che qualcosa si blocca? Ti fermi, cambi strada, aspetti oppure insisti?

    Mi fermo, valuto e cambio strada.

    Non continuo a insistere soltanto perché avevo deciso di andare in una determinata direzione.

    Cerco di capire che cosa non sta funzionando, quali possibilità ho davanti e dove posso investire meglio le mie energie.

    Cambiare strada, per me, non significa necessariamente arrendersi.

    A volte è il modo più concreto per continuare ad andare avanti.

    Antonio/Yashal: chi sono alla soglia dei quarant’anni? Antonio/Yashal con il camice bianco durante la sua esperienza professionale come infermiere.
    Antonio durante gli anni di lavoro come infermiere: un’esperienza che ha segnato il suo modo di ascoltare e prendersi cura delle persone.

    La cura secondo Antonio/Yashal

    Hai scelto percorsi legati alla cura del corpo e della persona: infermieristica e nutrizione. Che cosa ti hanno insegnato queste esperienze sul rapporto con l’altro? Secondo te, curare significa soltanto intervenire su un bisogno oppure anche ascoltare una persona nella sua interezza?

    Ascoltare senza farsi travolgere

    Per me bisogna ascoltare entrambi: il bisogno e la persona nella sua interezza.

    Negli anni, però, ho capito che non posso prendere su di me tutto quello che l’altro porta. Una persona può raccontarti le proprie difficoltà, le frustrazioni e ciò che non riesce a realizzare nella vita. Io posso ascoltarla, ma non posso risolvere ogni aspetto della sua esistenza.

    Questo è un confine che ho dovuto imparare a mettere, soprattutto perché sono molto empatico.

    Quando oltrepassi il limite, l’empatia rischia di trasformarsi in un’immedesimazione totale. A quel punto non stai più soltanto accogliendo il problema dell’altro: inizi a portarlo dentro di te.

    E così non aiuti più davvero la persona. Finisce che la sua sofferenza fa stare male anche te.

    Con il tempo impari quella che possiamo chiamare la giusta distanza.

    Non significa essere freddi o non provare nulla. Significa rimanere presenti, ascoltare e fare ciò che compete al proprio ruolo, senza lasciarsi travolgere.

    Quando lavori nella cura incontri tante persone e tante forme di sofferenza. Impari a non stabilire chi meriti più attenzione, perché ogni persona porta il proprio problema e, per lei, quel problema è reale.

    Devi però anche tutelarti. Ognuno ha i propri mostri e deve imparare ad affrontarli. Possiamo accompagnare qualcuno per un tratto di strada, ma non possiamo combattere al suo posto.

    Il corpo come spazio da custodire

    Quanto conta, per te, il corpo nel racconto di una vita?

    Il corpo conta tantissimo.

    Per me è un involucro, ma dentro quell’involucro c’è tutto: le esperienze, le emozioni, il carattere, l’energia e la materia di cui siamo fatti.

    È il luogo nel quale viviamo e attraverso il quale attraversiamo la nostra storia. Proprio per questo dobbiamo prendercene cura.

    La cura riguarda l’igiene, l’alimentazione, il movimento e il modo in cui ci presentiamo agli altri. Ma riguarda anche il rispetto che abbiamo per noi stessi.

    Avere cura del proprio corpo non significa inseguire un modello estetico perfetto. Significa non trascurarsi, imparare ad ascoltarsi e provare a stare bene dentro lo spazio che abitiamo ogni giorno.

    Io dico sempre, in modo molto semplice: «Mangia con misura, cammina il doppio, ridi il triplo e ama senza confini».

    Non è una formula scientifica. È una frase che utilizzo per ricordare quanto, secondo me, il benessere dipenda da più elementi: ciò che mangiamo, il movimento, la leggerezza e le relazioni.

    La nutrizione come educazione e prevenzione

    La nutrizione, per come la vivi tu, è più disciplina, educazione, prevenzione o relazione?

    Per me racchiude tutti questi aspetti.

    «Per me la nutrizione unisce disciplina, educazione e prevenzione: richiede costanza, aiuta a conoscere meglio il corpo e invita a costruire abitudini quotidiane più consapevoli.»

    E poi è relazione, perché non esistono soltanto alimenti, numeri o schemi. Davanti a te c’è sempre una persona, con il proprio corpo, le proprie abitudini e la propria storia.

    Mi interessa molto approfondire il rapporto tra alimentazione, intestino, microbiota e salute. Sono temi complessi, che richiedono studio e aggiornamento continuo.

    Per me la nutrizione non consiste semplicemente nel consegnare una dieta. Significa aiutare una persona a comprendere meglio il proprio corpo e a costruire abitudini più consapevoli, rispettando sempre i confini e le competenze professionali.

    L’esperienza infermieristica mi ha insegnato ad ascoltare il bisogno. La nutrizione mi ha aiutato a osservare la persona anche attraverso il suo stile di vita.

    Entrambe mi hanno insegnato che la cura richiede presenza, competenza e relazione. Ma anche una distanza capace di proteggere sia chi riceve aiuto sia chi si prende cura.

    La storia di Antonio/Yashal continua

    In questa seconda parte, Antonio/Yashal si è fermato a osservare la strada già percorsa.

    Ha raccontato ciò che sente di avere costruito, il rapporto con il giudizio degli altri e il modo in cui affronta gli ostacoli. Ha parlato dell’ambizione, della cura e della necessità di trovare una giusta distanza nella relazione con le persone.

    La storia di Antonio/Yashal, però, non si conclude qui.

    Nel prossimo articolo entreremo nella sua esperienza più recente nel mondo della scuola. Scopriremo che cosa l’insegnamento e l’incontro con i bambini gli hanno restituito.

    Antonio/Yashal: insegnamento e nuovi inizi

    Un dialogo sulla scuola, sul coraggio di lasciare una strada conosciuta e sulla possibilità di sentirsi ancora in tempo per ricominciare.

    Il quarto e ultimo articolo sarà invece dedicato alla sua identità artistica:

    Antonio/Yashal: la vita in musica

    Le esperienze personali diventano parole, melodie e canzoni. Yashal racconterà i brani già pubblicati, il ritorno alla scrittura e il desiderio di continuare a creare e a ballare.

    Con esperienzanarrata e le Interviste Biografiche, desidero riportare al centro la persona, valorizzandone il vissuto e il modo unico di raccontarsi.

    Il percorso di Antonio/Yashal prosegue proprio da qui: dalle parti di sé già realizzate e da quelle che stanno ancora cercando uno spazio nel quale esprimersi.

    Prevenire con Cura, Supportare con Passione

  • Antonio/Yashal: tra cura, cambiamento e musica

    Antonio/Yashal: tra cura, cambiamento e musica

    Antonio/Yashal: tra cura, cambiamento e musica. Antonio Pennestri, intervistato, racconta con autenticità e curiosità le sue scelte di vita e i nuovi inizi.

    Durante quest’anno scolastico ho conosciuto Antonio Pennestri, in arte Yashal.

    Abbiamo lavorato insieme e condiviso classi, progetti e momenti della quotidianità scolastica. Fin dall’inizio mi ha colpito il suo modo di vivere il presente.

    Conoscendo meglio Antonio/Yashal, ho scoperto una storia personale e professionale ricca di esperienze.

    Antonio è un giovane uomo passionale, creativo e molto concentrato su ciò che fa. Quando sceglie un progetto, lo vive con intensità e partecipazione.

    È stato infermiere, ha studiato nutrizione ed è approdato all’insegnamento. Come Yashal, scrive e interpreta anche le proprie canzoni.

    La sua storia è fatta di scelte, cambiamenti, sogni e nuovi inizi.

    Una storia giovane che merita di essere raccontata

    Le mie Biografie Pedagogiche sono nate per raccogliere le memorie familiari e valorizzare le storie delle persone anziane. L’incontro con Antonio/Yashal mi ha fatto riflettere anche su un’altra possibilità.

    Una persona può essere ancora giovane e avere già molto da raccontare?

    La mia risposta è ovviamente affermativa.

    Antonio ha attraversato esperienze diverse e ha costruito numerosi progetti. Continua a cercare una direzione, senza chiudersi alle opportunità che incontra.

    Ascoltandolo, ho riconosciuto un filo che unisce le sue scelte: la cura.

    La cura della persona, del corpo, delle relazioni e dei percorsi educativi. Anche la musica diventa uno spazio in cui trasformare le esperienze vissute.

    Questo articolo segue il metodo delle mie Interviste Biografiche. Saranno le domande ad accompagnare il racconto e sarà soprattutto Antonio/Yashal a parlare.

    Le risposte sono state rese più chiare, senza modificarne il significato. Ho mantenuto il suo linguaggio, il suo ritmo e la sua autenticità.

    Ringrazio Antonio/Yashal per aver scelto di mettersi in gioco e di condividere la propria storia.

    Vi invito ora a conoscere Antonio Pennestri, in arte Yashal, e i molti inizi che continuano ad abitare la sua vita.

    Il filo del percorso di Antonio/Yashal

    Guardando oggi il tuo percorso — infermieristica, nutrizione, musica e insegnamento — qual è il filo che secondo te tiene insieme tutte queste strade?

    Antonio/Yashal: la stessa persona

    Dietro tutte queste sfaccettature c’è sempre la stessa persona: Antonio Pennestri, che nella dimensione artistica diventa Yashal.

    Nel settore della medicina o dell’insegnamento preferisco essere chiamato Antonio. Quando invece entro nel mondo artistico preferisco Yashal, perché è come se Antonio si trasformasse e diventasse un animale da palcoscenico.

    Sono una persona molto estroversa. Quando entro nella dimensione artistica, però, divento un’altra cosa: mi scateno.

    Succede anche quando vado a ballare. Oggi lo faccio molto meno rispetto al passato, magari una volta ogni due o tre mesi. Quando ci vado, però, mi diverto davvero.

    Per un periodo ho fatto anche il PR nelle discoteche di Roma. Potevo andare a ballare la sera e, il giorno dopo, nonostante la stanchezza della nottata, tornare a lavorare.

    Magari dovevo fare una semplice iniezione o una medicazione, ma ero sempre io.

    Poi tornavo a casa e c’era anche un’altra mia passione: la cucina. Magari mi mettevo a preparare un dolce.

    Era tutto insieme.

    Dall’ambulatorio alla nutrizione

    Anche la nutrizione è entrata nella mia vita in questo modo.

    Prima di arrivare nella scuola ho lavorato per cinque anni in ambulatorio. La mattina facevo i prelievi e il tempo per parlare con i pazienti era poco. Arrivavano, facevano il prelievo e andavano via.

    Nel pomeriggio, invece, durante un elettrocardiogramma avevo qualche possibilità in più di parlare con loro.

    La prima cosa che chiedevo era: «Perché deve fare l’elettrocardiogramma?».

    Se la persona mi raccontava di aver avuto dolori al torace o palpitazioni, chiedevo se soffrisse anche di reflusso. Cercavo di capire se quei sintomi comparissero dopo pranzo, dopo cena oppure durante la notte.

    Molto spesso mi veniva da pensare che potesse esserci anche una componente gastrica. Precisavo comunque sempre che era importante controllare prima l’aspetto cardiologico.

    Solo dopo averlo escluso si potevano approfondire altre possibili cause, magari rivolgendosi a un gastroenterologo o a un nutrizionista.

    Durante quegli anni ho cominciato a domandarmi: «Perché non occuparmene io direttamente?».

    Più di dieci anni fa ho sofferto a causa di un parassita intestinale, che mi ha provocato diversi problemi. Avevo stanchezza cronica, dimagrivo e avevo sviluppato difficoltà con il glutine e il lattosio.

    L’intestino era molto compromesso e avevo anche dolori fisici. Inizialmente si era persino pensato alla fibromialgia.

    È stata un’esperienza complessa, che mi ha portato ad avvicinarmi ancora di più alla medicina e alla nutrizione.

    Ho sempre cercato di unire medicina, nutrizione e musica, perché alcune di queste esperienze entravano anche nelle canzoni che scrivevo.

    Dalla nutrizione all’insegnamento

    Il maestro che era già dentro di me

    Attraverso la nutrizione si è aperto un altro mondo: quello dell’insegnamento.

    Se mi chiedi quale lavoro volessi fare da bambino, posso raccontarti uno dei primi temi che ho scritto a scuola.

    Avevo otto o nove anni e la domanda era: «Che cosa vuoi fare da grande?».

    Io risposi: «Il maestro».

    Poi quel desiderio è stato messo un po’ da parte, però è sempre rimasto dentro di me.

    A un certo punto ti chiedi: «Che cosa voglio fare nella vita? Voglio fare questo, voglio fare quello, voglio fare anche quell’altro».

    In realtà, tutte queste esperienze mi danno soddisfazione.

    Molti dicono che bisogna scegliere: o fai una cosa oppure ne fai un’altra. Se fai tutto insieme, rischi di non fare bene né l’una né l’altra.

    Ed effettivamente può essere vero.

    Io, però, come si dice a Roma, “do cojo cojo, cojo bene” (ovunque vado a parare, va bene).

    Prendo anche quello che arriva, perché viviamo tutti sotto lo stesso cielo. Mi impegno in ciò che faccio e so che uno stipendio serve.

    Cerco quindi di mantenere anche un rapporto concreto con la realtà.

    Uno spazio per tutte le mie passioni

    In questo momento mi piace fare l’insegnante e mi sto impegnando molto per continuare su questa strada.

    Dopo la laurea magistrale sto frequentando un master nelle discipline scientifiche, tecnologiche e matematiche. In seguito vorrei conseguire anche l’abilitazione.

    L’insegnamento, almeno sulla carta, può lasciarmi uno spazio diverso rispetto alle quaranta ore settimanali che facevo in ambulatorio.

    Questo non significa che l’insegnante lavori meno. Tra riunioni, preparazione delle lezioni e altri impegni si possono superare facilmente le quaranta ore.

    Può però capitare una giornata nella quale lavori tre ore e non hai riunioni. In quel caso posso incontrare il produttore e dedicarmi alla musica.

    Se il produttore non c’è, posso andare in palestra. Oppure posso approfondire un argomento di nutrizione, studiare la parassitologia, la celiachia o le interazioni tra principi attivi e nutrienti.

    E magari, un altro giorno, posso preparare un bel ciambellone o qualcosa di più elaborato.

    Oggi siamo nell’era digitale e possiamo fare quasi tutto.

    Almeno, quasi tutto.

    Una parola che oggi mi rappresenta

    C’è una parola che oggi senti molto tua: cura, voce, corpo, scuola, sogno, libertà, rinascita o un’altra?

    Ho’oponopono.

    L’ho conosciuto come una pratica hawaiana legata alla riconciliazione e al perdono. Nella forma contemporanea che seguo, viene proposta attraverso quattro frasi: «Mi dispiace, perdonami, ti amo, grazie».

    Per come lo vivo io, non è una formula magica e non mi piace definirlo semplicemente un mantra. È soprattutto un modo per fermarmi, tornare a me stesso e guardare ciò che accade da una prospettiva diversa.

    Le parole che sento più vicine sono «ti amo» e «grazie».

    Ripeterle mi aiuta a calmarmi, a non reagire subito e a osservare alcune situazioni con maggiore distanza. È come se riuscissi a guardarle con occhi diversi.

    Non lo utilizzo soltanto nei momenti difficili. Può accompagnare anche la quotidianità. Per me è uno strumento personale che, in alcuni momenti, mi aiuta a ritrovare equilibrio.

    Dove hai conosciuto Ho’oponopono?

    L’ho incontrato più di dieci anni fa, in un periodo in cui mi interessavo alla legge dell’attrazione e ai percorsi di crescita personale.

    Il primo contatto è avvenuto attraverso il film The Secret. Quel film, però, per me è stato soltanto un punto di partenza. In seguito ho cercato di approfondire attraverso altre letture.

    Ho letto, per esempio, Conversazioni con Dio di Neale Donald Walsch e alcuni libri composti da brevi racconti capaci di scaldare il cuore, come quelli della raccolta Chicken Soup for the Soul.

    Non considero questi testi come verità assolute o come promesse capaci di cambiare la vita senza impegno. Li ho vissuti soprattutto come occasioni per riflettere, osservare meglio me stesso e provare ad affrontare ciò che accade con un atteggiamento più consapevole e positivo.

    Antonio/Yashal: tra cura, cambiamento e musica. Antonio in una fotografia personale degli anni in cui prendeva forma l’identità artistica di Yashal.
    Antonio/Yashal: tra Cura, Cambiamento e Musica

    La nascita del nome Yashal

    Sul tuo percorso artistico compare il nome Yashal. Ti va di raccontarmi da dove nasce questo nome? È un nome scelto, ricevuto, costruito? E quale parte di te custodisce?

    In realtà, questa storia fa anche un po’ ridere.

    Fino ai diciannove anni usavo un primo nome artistico molto ironico: «Fa ridere o fa piangere», legato anche all’espressione «Ridi per non piangere».

    A un certo punto, però, ho iniziato a cercare un nome nuovo con cui presentarmi come cantante.

    Ero a un concerto di Elisa. In quel periodo era la mia artista preferita.

    Durante il concerto cantò Yashal, accompagnata da un coro gospel.

    Non si comprende con certezza di chi parli la canzone. Potrebbe essere un bambino mai nato, un bambino interiore oppure una parte profonda di sé.

    Mi colpì soprattutto l’immagine di qualcuno «forte come le montagne e soffice come la neve».

    Senza arroganza, mi riconobbi molto in quelle parole. Sentivo che quell’unione tra forza e delicatezza mi rappresentava.

    Durante l’esibizione mi emozionai in una maniera pazzesca. Piansi.

    La persona che era con me mi guardò e mi disse: «Hai bisogno di un nuovo nome, perché quello che usi fa veramente ridere».

    Aveva ragione.

    Ci siamo guardati e, quasi nello stesso momento, abbiamo detto: «Yashal».

    Quel nome è nato lì, dentro un’emozione molto forte.

    Yashal: un nome che ho reso mio

    L’ho poi un po’ “antonizzato”: ho spostato l’accento dalla seconda A alla prima, modificandone la pronuncia e rendendo il nome più personale.

    Ho anche scoperto in seguito, che, in lingua navajo, Yashal viene associato al significato di «evviva la vita». È un’espressione nella quale mi riconosco completamente, perché rappresenta il mio modo di essere e di affrontare l’esistenza.

    Da quel momento il nome è rimasto con me. Tra circa un anno festeggerò il ventesimo anniversario della nascita di Yashal.

    Per un periodo ho iniziato anche a presentarmi direttamente così. Dicevo: «Piacere, Yashal».

    A volte le persone mi chiedevano di ripetere il nome, perché non lo avevano mai sentito. Per me, però, era ormai diventato naturale.

    Non c’è stato un momento successivo in cui ho cominciato a sentirmi Yashal. Nel momento stesso in cui ho scelto quel nome, ho sentito che mi apparteneva.

    Antonio/Yashal convivono, perché sono un insieme.

    Antonio è la parte legata alla vita quotidiana, al lavoro, alla medicina e all’insegnamento. Yashal è la parte artistica, quella che attraverso la musica e il palcoscenico può esprimersi con maggiore libertà.

    Non sono due persone separate.

    Antonio dice: «Evviva la vita». Anche Yashal dice: «Evviva la vita».

    Il nome d’arte non nasconde Antonio. Dà forma e voce a una parte di me che esiste da sempre.

    Antonio/Yashal: una riflessione ancora aperta

    La nascita del nome Yashal ci ha portati dentro una parte importante dell’identità di Antonio: il rapporto tra la persona, il professionista e l’artista.

    Due nomi che non dividono, ma raccontano sfumature differenti della stessa vita.

    La nostra conversazione, però, non si è fermata qui.

    Dopo aver attraversato le sue scelte professionali, il significato del nome artistico e il suo modo di guardare l’esistenza, ho chiesto ad Antonio di fermarsi per un momento e osservare la strada già percorsa.

    Che cosa sente di avere costruito?

    Chi riconosce oggi, guardandosi alla soglia dei quarant’anni?

    È da queste domande che proseguirà la seconda parte della nostra intervista biografica. Un dialogo sul giudizio degli altri, sugli ostacoli incontrati, sull’ambizione e sulla capacità di ricominciare.

    Perché raccontarsi non significa soltanto ricordare ciò che è accaduto.

    Significa anche provare a riconoscere la persona che, attraverso quelle esperienze, siamo diventati.

    La storia di Antonio/Yashal continua

    La nascita del nome Yashal ci ha condotti dentro una parte importante dell’identità di Antonio. Due nomi che non dividono, ma raccontano sfumature differenti della stessa persona.

    Questo primo capitolo si chiude con una domanda ancora aperta: chi riconosce oggi Antonio, guardandosi alla soglia dei quarant’anni?

    Sarà il punto di partenza del secondo articolo:

    Antonio/Yashal: chi sono alla soglia dei quarant’anni?

    Antonio riflette sul giudizio degli altri, sull’ambizione, sugli ostacoli incontrati e sul significato della cura.

    Il percorso proseguirà poi con:

    Antonio/Yashal: insegnamento e nuovi inizi

    Entreremo nel mondo della scuola, nel coraggio di cambiare strada e nella possibilità di sentirsi ancora in tempo per ricominciare.

    L’ultima parte sarà dedicata alla sua identità artistica:

    Antonio/Yashal: la vita in musica

    Le esperienze personali diventano parole, melodie e canzoni. Yashal racconta i brani già pubblicati e il desiderio di tornare a creare e a ballare.

    Con esperienzanarrata e le Interviste Biografiche, desidero riportare al centro la persona, valorizzandone il vissuto e il modo unico di raccontarsi.

    Chiudo questa prima parte con l’immagine di Antonio/Yashal, in cui la cura, la concretezza e la musica convivono come modi diversi di attraversare la vita. Da questa identità ancora in movimento, potrai scegliere quale tappa e quale passione esplorare nei prossimi capitoli della sua storia.

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  • Perdere un genitore: cosa accade a chi rimane

    Perdere un genitore: cosa accade a chi rimane

    Perdere un genitore: cosa accade a chi rimane. Chi resta deve ritrovare senso nella propria vita, nei legami e nella memoria.

    Non potevo scrivere subito.

    Per quattro mesi ho sospeso il lavoro su questo sito, perché la vita mi ha chiesto di stare accanto a mia madre. La sua salute si è aggravata lentamente e, come famiglia, siamo entrati in quel tempo particolare che conosce bene chi accompagna una persona amata verso la fine.

    Un tempo fatto di presenze quotidiane, telefonate, decisioni, stanchezza, silenzi, piccoli gesti e domande che non sempre trovano una risposta.

    Scrivo questo articolo non per raccontare tutto ciò che è accaduto.
    Alcune esperienze restano intime e hanno bisogno di pudore.

    Lo scrivo perché sento il bisogno di dare forma a ciò che ho vissuto. E forse, mentre provo a farlo, posso offrire una riflessione anche a chi sta attraversando qualcosa di simile.

    Perdere un genitore non significa soltanto vivere il momento della morte.

    Spesso significa accompagnare un cambiamento lento.
    Vedere il corpo trasformarsi.
    Riconoscere la fragilità.
    Accettare che non sempre possiamo guarire chi amiamo, ma possiamo ancora prendercene cura, custodirne la dignità e accompagnarlo fino alla fine.

    E significa anche domandarsi che cosa resta:

    • le fotografie
    • gli oggetti
    • certe frasi dette mille volte
    • gli scritti, quando ci sono
    • i racconti ascoltati e quelli che avremmo voluto raccogliere meglio.

    Restano le memorie.

    Ed è forse da qui che possiamo iniziare a parlare della morte senza restare solo dentro il dolore: da ciò che continua a vivere nelle relazioni, nei bambini, nelle famiglie e nelle parole che scegliamo di non perdere.

    Perdere un genitore: il tempo sospeso della famiglia

    Quando una persona amata si ammala gravemente, la famiglia entra in un tempo diverso.

    Non è più il tempo ordinario delle giornate che scorrono. È un tempo fatto di attese, visite, messaggi, decisioni da prendere e presenze da organizzare.

    Chi accompagna una madre, un padre, un nonno o una persona cara verso la fine della vita sa che non esiste solo il dolore.

    Esiste anche la fatica di esserci, di capire cosa sia giusto fare, di rispettare i tempi dell’altro, di restare lucidi quando dentro ci si sente fragili.

    In questi momenti si comprende che non sempre possiamo guarire chi amiamo. Possiamo però prendercene cura, custodirne la dignità e accompagnarlo/a fino alla fine.

    Questa è una delle esperienze più difficili e più profonde che una famiglia possa attraversare.

    Perché ci mette davanti al limite.
    Ma anche davanti all’amore.

    Perdere un genitore e restare figli adulti

    Quando muore un genitore, soprattutto se è il secondo genitore, qualcosa cambia in modo silenzioso ma profondo.

    Si diventa adulti in un altro modo.

    Magari lo eravamo già da tempo.
    Magari siamo madri, padri, nonni, professionisti, persone che hanno attraversato prove, responsabilità, scelte difficili.

    Eppure, quando perdiamo un genitore, una parte di noi torna figlia/o.

    Torna figlia/o nelle domande rimaste aperte.
    Nei ricordi dell’infanzia.
    Nelle frasi che non abbiamo detto.
    Nei gesti che ci hanno formato.
    Nelle somiglianze che improvvisamente riconosciamo.

    Perdere un genitore significa anche accorgersi che non possiamo più chiedere alcune cose:

    Le telefonate per domandare “Ti ricordi?” non ci saranno più.
    Alcuni dettagli della storia familiare resteranno senza conferma.
    La voce di chi c’era prima di noi potrà vivere solo nei ricordi raccolti.

    Da quel momento, molti ricordi passano nelle nostre mani.

    Diventiamo custodi: di fotografie, di oggetti, di racconti.
    Custodi anche di ciò che non abbiamo compreso del tutto.

    E questa custodia non è solo affettiva. È anche educativa.

    Perché ogni famiglia trasmette qualcosa. Anche quando non se ne accorge. Trasmette parole, gesti, silenzi, paure, valori, modi di affrontare la vita e la morte.

    La domanda allora diventa: che cosa faremo di ciò che abbiamo ricevuto?

    Perdere un genitore: accompagnare non significa trattenere

    Arriva un momento, nel percorso della malattia, in cui l’amore è chiamato a cambiare forma.

    All’inizio ci si muove per fare, capire, decidere, proteggere. Poi, lentamente, si comprende che non tutto può essere controllato. La presenza resta necessaria, ma non serve più a trattenere. Serve ad accompagnare.

    È uno dei passaggi più difficili: accettare che amare una persona significhi anche rispettare il suo andare, senza forzare la vita oltre ciò che può ancora sostenere.

    Questo non toglie dolore.
    Non rende il distacco più semplice.
    Però può dare una direzione ai gesti.

    Stare accanto, in quel tempo, significa offrire rispetto, silenzio, cura, vicinanza. Significa permettere alla persona amata di non sentirsi sola, anche quando le parole diventano poche.

    La morte resta un mistero. Per alcuni è un passaggio, per altri è la fine di tutto, per altri ancora è una domanda aperta.

    Davanti a questo mistero, credo serva soprattutto rispetto: per chi crede, per chi non crede, per chi prega, per chi resta in silenzio.

    Forse il punto comune è un altro: nessuno se ne va completamente finché qualcuno custodisce una storia.

    Come parlare della morte ai bambini

    C’è un altro aspetto delicato, di cui si parla poco: come raccontare la morte ai bambini.

    Quando in una famiglia muore una persona cara, anche i bambini sentono che qualcosa è cambiato. Lo percepiscono nei volti degli adulti, nei silenzi, nei movimenti della casa, nelle assenze improvvise.

    A volte pensiamo di proteggerli evitando l’argomento.
    Ma i bambini hanno bisogno di verità semplici, non di bugie confuse.

    Non servono discorsi lunghi, spiegazioni troppo astratte.
    Non serve spaventarli, ma nemmeno fingere che nulla sia accaduto.

    Si può dire che una persona è morta, che il suo corpo ha smesso di vivere.
    Si può dire che non tornerà come prima, ma che possiamo continuare a ricordarla.

    Le parole devono essere adatte all’età, ma sincere.

    Un bambino può essere aiutato attraverso una fotografia, un racconto breve, un oggetto, un gesto ripetuto con dolcezza. Può ricordare una bisnonna che ha visto in carrozzina, una mano accarezzata, una visita, un sorriso, un momento vissuto insieme.

    La memoria, per un bambino, ha bisogno di concretezza.

    Una foto.
    Una candela.
    Un disegno.
    Una frase.
    Un piccolo racconto familiare.

    Perdere un genitore: cosa accade a chi rimane. Spiegare la morte ai bambini attraverso gesti, memoria e presenza
    I bambini comprendono anche attraverso i gesti: accompagnare, ricordare, restare vicini.

    Così la morte non viene negata, ma nemmeno trasformata in un buio senza parole. Diventa un passaggio difficile dentro una storia che continua.

    Dire a un bambino che una persona amata non c’è più non significa spegnere la vita. Significa aiutarlo a comprendere che l’amore può cambiare forma e che ricordare è un modo per continuare a tenere un legame.

    Dopo la morte di un genitore: cosa accade a chi rimane

    Dopo la morte, la famiglia non torna subito alla vita di prima.

    Anche quando il funerale è passato, le pratiche sono state sistemate.
    Anche quando tutti dicono: “Adesso devi pensare a te”.

    Chi rimane entra in un altro tempo.

    C’è il tempo dello svuotamento: Il tempo degli oggetti da guardare, delle stanze da attraversare, delle fotografie che improvvisamente sembrano parlare, delle frasi che tornano alla mente quando meno te lo aspetti.

    E poi c’è una domanda silenziosa: adesso cosa faccio con tutto questo?

    Il dopo non è solo assenza.
    È anche riorganizzazione interiore.

    Si riorganizzano i ruoli familiari, i ricordi, il modo di sentirsi figli.
    Si riorganizza perfino il modo di guardare al futuro.

    A volte emerge il bisogno di mettere ordine, il desiderio di raccontare.
    A volte, invece, serve solo tempo.

    Non esiste un modo giusto e uguale per tutti di vivere il lutto. Ognuno attraversa il dolore con la propria storia, la propria fede, le proprie domande, le proprie ferite e le proprie risorse.

    Però credo che una cosa possa aiutare: non lasciare che tutto rimanga confuso.

    Dare un nome, una forma, un posto ai ricordi.

    Non per cancellare il dolore, ma per non esserne travolti.

    Perdere un genitore e custodire la memoria familiare

    Quando una persona muore, restano molte cose.

    Restano gli oggetti, che a volte sembrano muti e poi, all’improvviso, parlano.
    Un vestito.
    Una fotografia.
    Un quaderno.
    Una lettera.
    Un libro.
    Una frase scritta a mano.

    Nel caso di mio padre, la malattia oncologica non ha lasciato solo dolore. Ha lasciato anche parole. Scritti. Tracce. Lui aveva iniziato a raccontare la sua storia, ma noi non l’abbiamo trascritta come forse avremmo potuto fare.

    Oggi questo pensiero mi torna con una forza diversa.

    Perché quando una persona può raccontarsi, lascia qualcosa che va oltre il ricordo degli altri. Lascia la propria voce, il proprio modo di avere vissuto. Lascia la sua percezione degli eventi, non solo la nostra interpretazione.

    Noi ricordiamo sempre a partire da noi stessi. È inevitabile.
    Ma quando raccogliamo le parole di chi amiamo, permettiamo alla sua storia di restare più vicina alla sua verità.

    Non perfetta.
    Non definitiva.
    Ma più autentica.

    La memoria familiare non è fatta solo di grandi eventi. È fatta di dettagli, di gesti quotidiani, di scelte, di rinunce, di fatiche. Di momenti in cui una persona ha cercato di fare il meglio che poteva con gli strumenti che aveva.

    Raccogliere una storia significa dare valore a tutto questo.

    Dalla morte in famiglia alle Biografie Pedagogiche

    Le Biografie Pedagogiche nascono proprio da questa consapevolezza: ogni vita contiene un valore che merita di essere ascoltato, raccolto e custodito.

    Non si tratta di trasformare una persona in un personaggio perfetto o di cancellarne le difficoltà.
    Non si tratta nemmeno di scrivere un racconto celebrativo.

    Si tratta di restituire dignità a una storia.

    Una Biografia Pedagogica può aiutare una persona anziana a sentirsi ancora vista. Può aiutare una famiglia a conservare ricordi che altrimenti rischierebbero di perdersi. Può aiutare figli e nipoti a comprendere meglio da dove vengono.

    E può aiutare anche chi racconta.

    Perché raccontare la propria vita significa rileggerla.
    Significa riconoscere passaggi, scelte, ferite, risorse.
    Significa lasciare qualcosa a chi verrà dopo.

    Forse non possiamo impedire alla vita di finire.
    Ma possiamo scegliere di non lasciare che una storia finisca nel silenzio.

    Perdere un genitore: cosa accade a chi rimane. Biografia pedagogica e memoria familiare dopo la perdita di un genitore
    Quando una storia viene scritta, una voce continua a restare accanto.

    Perdere un genitore: una conclusione che non chiude

    Non so se siamo mai davvero pronti a perdere un genitore.

    Possiamo essere adulti, preparati, consapevoli. Sapere che quel momento arriverà. Possiamo persino riconoscere che, dopo una lunga vita, la morte può essere anche compimento.

    Ma quando accade, qualcosa dentro di noi si sposta.

    Resta un vuoto, una domanda, una nuova posizione nel mondo.

    Eppure, insieme al dolore, può restare anche un compito.

    Custodire.
    Raccontare.
    Trasmettere.
    Continuare a vivere portando con sé ciò che si è ricevuto.

    Perdere un genitore significa attraversare una soglia. Ma non significa perdere tutto. Finché una storia viene raccontata, qualcosa continua a generare vita.


    Se leggendo queste parole hai pensato a un genitore, a un nonno, a una persona cara di cui vorresti custodire la voce, le Biografie Pedagogiche possono trasformare una storia di vita in una memoria scritta, intima e preziosa.

    A volte basta un ricordo, una fotografia, una frase rimasta aperta.

    Per iniziare, puoi scrivermi dal form che trovi qui sotto.

    Prevenire con Cura, Supportare con Passione.

  • Significato dei Sogni: un San Valentino di trasformazione

    Significato dei Sogni: un San Valentino di trasformazione

    Scoprire il significato dei sogni nei momenti di cambiamento e comprendere come la scrittura possa accompagnare una trasformazione interiore.

    San Valentino.
    La giornata degli innamorati.

    Da un po’ di anni non ho una cena prenotata.
    Ho invece domande che mi frullano nella testa.

    Così quest’anno non l’ho vissuto come una mancanza.
    L’ho sentito come un passaggio.

    Nei giorni precedenti ho fatto due sogni intensi.
    Due notti diverse, ma con un filo comune.

    Non romantici.
    Piuttosto, profondamente trasformativi.

    Mi hanno lasciata un po’ sovrappensiero.
    Ho iniziato a cercare.
    A leggere.
    A chiedermi se il cervello stesse solo giocando con immagini casuali o se ci fosse qualcosa di più.

    E allora mi sono posta una domanda semplice, ma necessaria:

    quale significato possono avere i sogni quando stiamo cambiando?

    Il significato dei sogni non è magia: è elaborazione emotiva

    Oggi la ricerca neuroscientifica ha dato nuova dignità al tema del significato dei sogni.

    Durante la fase REM il cervello rielabora emozioni, alleggerisce traumi, integra esperienze.
    Il neuroscienziato Matthew Walker, nel libro Why We Sleep, spiega come il sogno aiuti a ridurre la carica emotiva degli eventi difficili.

    Allo stesso modo, Harvard Medical School – Division of Sleep Medicine conferma che il sogno svolge una funzione di regolazione emotiva e consolidamento della memoria.

    Inoltre, studi pubblicati sulla National Library of Medicine (PubMed Central) collegano l’attività onirica alla rielaborazione delle esperienze e alla gestione dello stress emotivo.

    Non è esoterismo.
    È neurobiologia.

    In altre parole, quando sogniamo, il nostro cervello sta lavorando per noi.

    Il significato dei sogni nei momenti di cambiamento

    Nei miei sogni comparivano tre immagini:

    • persone nude su un’autostrada
    • un viaggio e un cambio di casa
    • una vicinanza intensa, vestiti, con uno sconosciuto

    La nudità non parlava di corpo.
    Parlava di autenticità.
    Di verità senza difese.

    L’autostrada, invece, era il tempo che scorre veloce.
    Le scelte già avviate.
    La vita adulta che non aspetta.

    Il viaggio e il cambio casa parlavano di transizione identitaria.
    In psicologia simbolica la casa rappresenta spesso il Sé.
    Per questo, cambiare casa significa riorganizzare chi siamo.

    E quella vicinanza?
    Non era fusione.
    Era intimità emotiva senza perdita di identità.

    Il significato dei sogni, in questo caso, non era romantico.
    Era esistenziale.

    In realtà, non stavo sognando una persona.
    Stavo sognando uno spostamento interiore.

    Scrivere i sogni: un gesto semplice che genera consapevolezza

    La mattina, al risveglio, ho provato a dare forma a quelle immagini.
    Sono uscite tre parole:
    “nudità – viaggio – vicinanza”.

    Solo questo.

    E rileggendole ho capito che non parlavano di un uomo.
    Parlavano di una trasformazione.

    Ricordare un sogno è già un dono.
    Scriverlo è un atto di cura.

    La psicologia narrativa ci insegna che trasformare un’esperienza in racconto permette di integrarla nella nostra identità.
    Quando scriviamo, passiamo dall’immagine confusa al significato.

    Allo stesso tempo, la ricerca neuroscientifica attribuisce ai sogni una funzione precisa.
    In particolare, li collega alla regolazione emotiva e all’integrazione delle esperienze vissute.

    Il significato dei sogni non si trova nei dizionari simbolici.
    Si trova nel dialogo con sé stessi.

    A volte basta mettere su carta poche parole per accorgersi che ciò che sembrava pesante, in realtà, era cambiamento.

    È come ricevere una pacca sulla spalla dal nostro inconscio, che ci sussurra:

    “Quello che senti non è confusione.
    È trasformazione.”

    Dal significato dei sogni alle Interviste Pedagogiche

    Ho scritto questo articolo per un motivo semplice.

    Ci sono momenti in cui non ti racconti agli altri.
    Ti racconti a te stessa.

    Non per spiegarti.
    Per capirti.

    Questo spazio lo trovo qui, nel blog di esperienzanarrata.
    È il luogo in cui lascio traccia del mio vissuto.
    Dove ciò che attraversa la mia vita diventa parola, e la parola diventa consapevolezza.

    A volte scrivere un sogno è un gesto intimo.
    Un modo per fermare qualcosa che sta cambiando dentro.

    E mi accorgo che ciò che accade a me è molto simile a ciò che accade nelle Interviste delle Biografie Pedagogiche.

    Anche lì si parte da un frammento.
    Da un ricordo.
    Da un passaggio.

    Non si tratta di analisi clinica.
    Non si tratta di interpretare.

    Si tratta di dare forma e valore a ciò che abbiamo vissuto.

    👉 Puoi approfondire qui:
    https://esperienzanarrata.com/prodotto/biografie-pedagogiche-le-interviste/

    Raccontare la propria storia — o persino un sogno — significa riappropriarsi del proprio percorso.
    Rimettere ordine.
    Ritrovare direzione.

    E se quello che scrivo risuona in qualcun altro, allora il senso si amplia.
    Non perché io abbia una risposta.
    Ma perché la narrazione crea riconoscimento.

    Finestra aperta su un paesaggio tra luce e pioggia, simbolo del significato dei sogni nei momenti di cambiamento
    Guardare fuori, quando qualcosa dentro si sta spostando.
    Il cambiamento spesso inizia così: in silenzio. (Manda, (TZ) Gennaio 2021)

    Un San Valentino verso una nuova identità

    Essere single non è un vuoto.
    È uno spazio.

    Uno spazio in cui le domande fanno più rumore.
    In cui non puoi distrarti troppo.
    In cui ti ascolti, anche quando non vorresti.

    Forse è proprio lì che i sogni trovano più voce.
    Quando qualcosa dentro si sta spostando e non ha ancora un nome.

    Il significato dei sogni, a volte, non annuncia una persona.
    Annuncia un passaggio.
    Una ridefinizione silenziosa.
    Un modo diverso di stare nella vita.

    E allora questo San Valentino non parla di coppie.
    Parla di identità.

    Non di ciò che manca.
    Ma di ciò che sta cambiando.

    Forse non serve trovare subito una risposta.
    Forse basta restare nella trasformazione.

    Quale significato possono avere i sogni quando stiamo cambiando?
    E quale parte della tua storia sta cercando di prendere forma?

    Prevenire con Cura, Supportare con Passione.

  • Empatia nella cura? Quando sostiene e quando consuma

    Empatia nella cura? Quando sostiene e quando consuma

    Empatia nella cura? Quando sostiene e quando consuma. Una storia vera per riconoscere empatia, senso di colpa e iper-responsabilità.

    Quando la cura cambia forma e tu cambi con lei

    Ventidue anni fa morì mio padre.
    Da quel momento, senza accorgermene, presi in mano un compito che non aveva un contratto, né un orario, né una fine: stare accanto a mia madre.

    All’inizio la chiamavo presenza, amore, dovere, forza. O forse era solo l’istinto di non farla cadere. Col tempo, però, mi sono investita del carico emotivo di “sopperire” a quella perdita. Non solo con la vicinanza pratica, ma con una vicinanza più sottile: quella che ti fa diventare antenna, guardiana, argine.

    I primi tempi provai a portarla nel futuro con un gesto concreto: cambiare casa. La sua era enorme, dispendiosa, poco adatta alla vita di una donna sola.

    Lei, invece, restava ferma lì: per fedeltà. Ai ricordi, ai sogni che forse erano anche di mio padre, a una paura di cambiare ancora. E così rimase in una casa che teneva dentro una vita intera, ma chiedeva energia ogni giorno. E io intanto le restavo accanto.

    A quel punto, dieci anni fa, dopo un episodio importante di salute, decise drasticamente di entrare in RSA.
    E qui la cura ha cambiato pelle: esserci senza esserci. Tempi regolati, visite settimanali, una comunità, una stanza che non è più casa, ma che diventa comunque casa-rifugio.

    Ed è da questo percorso che mi nasce una domanda un po’ scomoda:

    Quello che ho vissuto e sto vivendo è empatia… o è senso di colpa travestito da empatia?

    Quando non è empatia, ma “troppo altro”

    Ho chiamato empatia ciò che, in realtà, era anche altro: lutto, lealtà, paura di lasciarla sola, bisogno di riparare.

    Poi, in seguito, ho capito una cosa semplice e difficile: l’empatia vera non mi chiede di sparire.
    E così ho provato a restare presente e intera.

    In questi ultimi giorni mi sto domandando:

    Domande che valgono più di una soluzione

    • Dopo essere stata con l’altra persona, mi sento più vicina… o svuotata?
    • Quello che faccio nasce dalla cura… o dall’ansia?
    • Sto accompagnando… o mi sto sostituendo?
    • Se mi fermo un attimo, respiro… o mi sento in colpa?

    Perché quando la risposta è spesso “in colpa”, di solito non è empatia: è un legame senza confini.

    E la domanda iniziale, per me, oggi suona così:

    L’empatia non è vivere al posto dell’altro/a.
    È stare accanto senza sostituirsi. E senza perdersi.

    Empatia nella cura: tre scene (per capirla davvero)

    Non credo che la parola empatia sia di facile comprensione. La si capisce davvero solo quando la provi sulla tua pelle, quando ne fai esperienza.

    Secondo l’American Psychological Association, empatia è comprendere una persona dal suo punto di vista e, a volte, vivere in parte le sue emozioni.
    Ma nella vita reale quella parola — “parte” — è decisiva.

    È per questo che, in questi anni accanto a mia madre, ho visto tornare tre scene:

    l’empatia che sostiene, quella che consuma, e il confine sottile tra le due.

    Prima scena: l’empatia che ti sostiene

    Ci sono giorni in cui entro in RSA e sento subito com’è l’aria. Un’espressione, un tono, un silenzio più lungo del solito.
    Eppure, in quei giorni, succede una cosa buona: sento senza confondermi.

    “Questa emozione è sua. Io posso starle accanto.”

    Questa non è freddezza. È un tipo di empatia che tiene in vita la relazione.
    Perché l’empatia, quando funziona, non confonde: distingue.

    Ed è qui che capisco una cosa: essere empatici non significa diventare una spugna. Significa avere la capacità di restare presenti senza perdere i contorni.

    Seconda scena: l’empatia che ti consuma

    Poi, però, ci sono giorni in cui l’empatia non è una finestra: è come un’inondazione.

    Entro e capisco subito che l’aria non è “neutra”.
    Un gesto di mamma, un’espressione più spenta, una frase detta a metà… e io mi riempio di qualcosa che non è mio.

    E allora porto a casa quella tristezza e finisco per viverla come se fosse mia.

    In quel momento succede il passaggio invisibile: non sto più ascoltando il suo dolore. Lo sto portando io.
    Ed è in quel momento che la “parte” diventa “tutto”.

    Terza scena: l’empatia che diventa cura sostenibile

    E infine c’è la scena più rara, ma anche la più vera: quella in cui l’empatia non è solo “sentire” o “capire”. È un gesto possibile.

    Un gesto piccolo. Realistico. Che non ti distrugge.

    Tania Singer insieme a Olga Klimecki mi hanno aiutata a chiarire un punto: quando l’empatia resta “solo dolore che assorbo”, può trasformarsi in distress empatico — una fatica che ti irrigidisce, ti spegne, ti porta a ritirarti.
    Al contrario, la compassione è un’altra strada: non nega la sofferenza dell’altro, ma ti permette di restare presente senza affondare.

    Ecco come la riconosco: quando riesco a fare un gesto concreto e gentile — senza annullarmi — allora la cura diventa sostenibile.
    E paradossalmente la relazione respira di più.

    Empatia nella cura? Quando sostiene e quando consuma. Volto di una donna anziana che sorride dietro un ventaglio di legno, lo sguardo visibile. Immagine di relazione, dignità e presenza nella cura.
    Restare accanto non significa guardare tutto.
    A volte significa lasciare spazio allo sguardo.

    Il nodo che confonde tutto: senso di colpa e iper-responsabilità

    Qui entra in scena un altro personaggio, spesso invisibile: il senso di colpa.

    Il senso di colpa non dice: “ti voglio bene”.
    Dice: “se non faccio abbastanza, succede qualcosa e sarà colpa mia”.

    E da lì nasce l’iper-responsabilità. Per esempio:

    • non delego
    • anticipo
    • prevedo
    • controllo
    • mi tengo addosso tutto

    È qui che io come molte altre persone (figli, genitori, caregiver) scambiano empatia con “dovere di riparare”.
    E la cura, invece di essere relazione, diventa prova di valore.

    Come lo stare accanto può portare all’allontanamento

    Sembra assurdo, ma è uno dei paradossi più veri.

    Quando la cura è senza confini, l’altro può sentirsi:

    • dipendente (e quindi in colpa)
    • controllato (anche se non lo fai apposta)
    • schiacciato dal tuo sacrificio

    E tu puoi sentirti:

    • sola dentro la funzione
    • arrabbiata senza “diritto” di esserlo
    • distante proprio mentre fai il massimo

    Lo stesso meccanismo lo vedo spesso anche con i figli: genitori che, per colpa o paura, “danno troppo” (attenzioni, concessioni, riparazioni continue). Non per vizio, ma per dolore. E quel dolore non elaborato diventa un clima.

    Il risultato a volte è amaro: il figlio, crescendo, cerca aria.
    Non perché non ami, ma perché non vuole portarsi addosso il peso di un adulto che si annulla.

    Ecco l’allontanamento: non nasce dall’assenza di cura, ma dall’eccesso di cura che non lascia spazio.

    Queste domande nascono da anni di cura. Te le affido.

    Domande che valgono più di una soluzione

    • In quale relazione ti capita di pensare: “tutto è in funzione di…”?
    • Quando fai qualcosa per l’altro/a, senti cura o senti ansia?
    • Se ti fermi, senti pace o senti colpa?
    • Qual è il confine più piccolo che potresti mettere senza smettere di amare?

    A volte la cura non chiede più energia. Chiede un respiro reciproco.

    Empatia nella cura? Restare accanto senza perdersi

    Stare accanto a un genitore anziano è un’esperienza che cambia forma nel tempo: prima la casa, poi le scelte, poi la comunità, poi la presenza “a intermittenza” dell’RSA.
    E ogni passaggio ti obbliga a rinegoziare l’empatia.

    Io sto imparando questo: esserci senza perdermi è un atto educativo.
    Per me. E, in modo silenzioso, anche per lei.

    Non ho scritto questo articolo per dare ricette, né per spiegarti “come si fa”.
    L’ho scritto perché certe parole — empatia, cura, confine — diventano chiare solo quando le attraversi.

    Infatti, a volte, mettere ordine non significa controllare la vita… significa ridarsi spazio per respirare.

    Se questa riflessione ti ha toccato e ti ha fatto venire qualche domanda sulla tua storia, mi fermo qui.

    Dietro questa storia, però, c’è una riflessione più grande: come restare Persone, anche quando la vita si fa più fragile.
    Se vuoi approfondire, qui trovi un articolo collegato a questo argomento, sulla vecchiaia, la solitudine e la dignità.

    Prevenire con Cura, Supportare con Passione.

  • 2025: Radici e Realtà – 2026: Dare Forma alla Memoria

    2025: Radici e Realtà – 2026: Dare Forma alla Memoria

    2025: Radici e Realtà – 2026: dare forma alla Memoria. Bilancio tra scuola ed esperienzanarrata: propositi concreti per dare valore alle persone.

    Un anno fa avevo chiuso il 2024 con un articolo che, per me, è stato una dichiarazione d’intenti: “2024: Narrazioni e Innovazione – 2025: Valori e Mission” .
    Lì raccontavo la direzione di esperienzanarrata: dare valore alle Persone in ogni fase della vita, attraverso Biografie Pedagogiche, Pedagogista in Casa e Pedagogista Digitale.

    Da qui nasce il titolo di quest’anno: Radici e Realtà. Per me significa scegliere basi solide senza spegnere il cuore del progetto.

    Nel 2025 alcune cose le ho portate avanti davvero:

    • ho continuato a studiare e a scrivere, cercando una comunicazione più chiara e più concreta;
    • ho consolidato la mia identità professionale “a intreccio”, tra scuola e progettazione;
    • soprattutto ho tenuto vivo il cuore di esperienzanarrata, anche quando il tempo era poco.

    Poi però è arrivata l’estate.
    E l’estate, per me, è stata uno specchio: mi ha mostrato che i sogni, da soli, non bastano. Servono Radici e Realtà.
    E se voglio dare forma alla Memoria, prima devo reggere io.

    Bilancio 2025: quando ho capito che servivano Radici e Realtà

    La mia scena simbolo del 2025 è l’estate.
    Un’estate in cui non ho trovato lavoro nei mesi di luglio e agosto. Due mesi senza entrate, con la vita che continua a chiedere presenza e responsabilità. E quando succede, non hai più spazio per raccontartela: la realtà diventa una domanda secca.

    In quei giorni ho capito che non potevo continuare a credere solo nel sogno della libera professione, senza costruire una base economica stabile.

    I Sogni hanno bisogno di Radici.
    E le Radici si piantano nella Realtà.

    Eppure, anche senza retribuzione, non sono rimasta ferma. Ho investito energie e ore nella formazione: ho studiato CopyMastery, ho lavorato sulla comunicazione digitale, sul sito e sui social. Un lavoro vero, intenso, ma invisibile agli occhi di chi misura tutto solo in fatture.

    Il problema è che la vita non aspetta i nostri tempi: mentre io costruivo competenze, la realtà non si metteva in pausa. E quella frizione — dispendio di energia senza entrata — è stata la mia sveglia.

    A settembre mi sono rimessa in gioco nella scuola. Ho accettato una supplenza breve, mentre continuavo a rispondere a bandi e chiamate. Poi, quasi subito, è arrivata una proposta che non mi aspettavo: un contratto fino al 30 giugno 2026, come maestra in una quinta primaria. Ho fatto una scelta rapida, netta: un giorno ero in una scuola, il giorno dopo entravo in un’altra.

    Quella decisione mi ha portato più sicurezza, sì. Ma soprattutto mi ha fatto capire che non stavo “abbandonando” esperienzanarrata: stavo cercando il modo più realistico per farlo vivere davvero, senza consumarmi.

    Radici e Realtà: settembre 2025, una porta che si apre (e io entro)

    Quando è arrivata la proposta fino al 30 giugno 2026, non ho avuto il tempo di “abituarmi all’idea”. Ho dovuto scegliere.
    E ho scelto in fretta, come si fa quando senti che la vita ti sta offrendo una possibilità concreta: non perfetta, ma reale.

    Entrare in una quinta primaria è stato come salire su un treno già in corsa.
    C’erano programmi da portare avanti, obiettivi da raggiungere, e soprattutto bambini che stavano per affrontare il salto verso le medie. Ho sentito subito il peso della responsabilità… ma anche un’energia nuova. Perché io non ero lì “per caso”: ero lì con la mia storia, con la mia età, con il mio sguardo da pedagogista.

    E in quel momento ho capito una cosa:

    “Le Radici non sono il contrario della libertà.
    Sono ciò che ti permette di reggere la Realtà senza perdere la tua direzione.”

    Una quinta multiculturale: costruire alleanze, non solo lezioni

    Mi sono trovata in una quinta dove quasi tutti i bambini hanno un’origine straniera. Storie diverse, lingue diverse, famiglie diverse. E un tratto comune: in questi anni hanno visto passare più figure educative. Quando arrivi, questo si sente subito.

    Dal canto mio, non avevo mai fatto “la maestra di classe” in questo modo.
    All’inizio è stato un impatto forte: dovevo imparare a tenere insieme i programmi, i tempi, le fragilità, e quel salto verso le medie che per loro si avvicina. Però ho capito presto una cosa: non bastano solo le lezioni fatte bene. Serve un’alleanza.

    Per me l’autorevolezza è coerenza, presenza. È la capacità di dare confini che proteggono e, nello stesso tempo, ascoltare davvero. Perché molti di questi bambini non cercano un adulto perfetto: cercano un adulto affidabile, che li accompagni senza perderli e senza farsi perdere.

    E poi c’è l’alleanza con i colleghi, che diventa ossigeno.
    Con la collega di matematica e scienze mi sono trovata bene: sentirsi in squadra, quando la classe è complessa, cambia tutto. Ti aiuta a reggere la realtà, a non sentirti sola, a restare lucida anche quando sei stanca.

    In una quinta multiculturale l’obiettivo non è solo “arrivare al programma”.
    È costruire un ponte: tra lingue e mondi diversi, tra ciò che un bambino porta da casa e ciò che la scuola gli chiede. È un lavoro lento, ma è proprio lì che capisco perché oggi, più che mai, servono Radici e Realtà.

    La cosa più bella: un abbraccio che ti rimette nel posto giusto

    Poi arrivano quei momenti che non si programmano.
    Tu fai fatica, richiami, insisti, ripeti. E loro, a volte, ti fanno disperare.

    Ma poi rientri dopo qualche giorno di assenza e qualcuno ti corre incontro. Ti abbraccia.
    Oppure ti guarda e ti dice, con una sincerità disarmante: “Maestra, ci piaci.”

    E non lo dicono perché fai sconti.
    Lo dicono perché, anche quando protestano, sentono che ci sei. Che li tieni. Che non molli la rotta.

    Un giorno mi hanno lasciato un dono semplice, ma pensato: un’agenda, un biglietto, parole scelte con cura.
    Quando l’ho letto con calma, mi è venuto un nodo alla gola. Perché in quelle righe c’era una cosa chiarissima: l’educazione non è solo spiegare. È presenza, pazienza, cuore.

    Quando succedono queste cose capisci che un seme lo hai già piantato, anche se vi conoscete da poco.


    “E, in quel momento, ho sentito che la scelta di settembre non mi aveva dato solo sicurezza: mi aveva rimesso nel posto giusto.”

    2025 Radici e Realtà – 2026 Dare Forma alla Memoria Agenda regalo con la scritta “Grazie” e una dedica dei bambini per la pazienza e le storie raccontate con il cuore.
    2025 Radici e Realtà – 2026 Dare Forma alla Memoria. Un dono semplice, ma pieno di significato: quando un bambino ti riconosce, capisci di essere nel posto giusto.

    Se hai poco tempo: 3 cose che mi ha insegnato il 2025 (Radici e Realtà)

    • I sogni hanno bisogno di Radici e Realtà: senza una base stabile, rischi di consumarti proprio mentre costruisci.
    • La scuola mi ha rimesso nel reale: alleanze, confini, cura quotidiana. È lì che l’educazione diventa presenza.
    • esperienzanarrata non si è fermata: ha rallentato per diventare più solido. Meno corsa, più fondamenta.

    Radici e Realtà per esperienzanarrata: passo lento, cuore acceso

    Nel 2025 esperienzanarrata non è andato veloce. E lo dico senza vergogna, perché la velocità non è sempre un indice di valore.
    In un altro articolo, Sogni che cambiano rotta: Limiti evolutivi, ho già raccontato cosa significa quando i progetti non si fermano per mancanza di passione, ma perché la vita chiede un cambio di ritmo, o una forma diversa di realizzarsi.

    Quest’anno ho vissuto una realtà piena: la scuola, la preparazione quotidiana, le responsabilità, le energie che servono per reggere una classe e per essere presente davvero. In parallelo, però, non ho smesso di costruire: ho continuato a lavorare dietro le quinte. Un lavoro spesso invisibile, che prepara il terreno.

    E qui torna il senso di questo articolo: Radici e Realtà.
    Ho capito che non posso pretendere che un progetto cresca se io, per prima, non ho una base stabile. Non perché il sogno non valga, ma perché la vita non si regge solo sull’entusiasmo.

    Per questo esperienzanarrata, nel 2025, è stato un fuoco acceso con più lentezza: meno corsa, più fondamenta. Un passo alla volta. Ma con una direzione chiara.

    2026: dare forma alla Memoria (senza perdere la concretezza)

    Se il 2025 mi ha insegnato a piantare radici, il 2026 per me sarà l’anno in cui provare a dare forma alla Memoria.

    La Memoria non è nostalgia ma identità, dignità. È il filo che tiene insieme generazioni e comunità.
    È ciò che spesso rischiamo di perdere quando la vita diventa solo prestazione, urgenza, velocità.

    Con le Biografie Pedagogiche ho imparato quanto una storia, quando viene ascoltata davvero, possa restituire Valore ad una persona.

    Nel 2026 vorrei fare un passo in più: immaginare la memoria non solo come un dono individuale, ma come un patrimonio che può diventare anche culturale, educativo, condiviso.

    Sto lavorando a un’idea progettuale più ampia, pensata per contesti territoriali e comunitari. Non entro qui nei dettagli operativi, perché le idee — per diventare progetti seri — hanno bisogno di luoghi giusti e confronti veri.

    Ma la direzione è questa: costruire percorsi che custodiscano storie e le trasformino in tracce di valore per il presente.

    La Qualità del Tempo: quando la Vita ti chiede di Cambiare Ritmo

    Quest’anno ho imparato anche un’altra cosa: non sempre puoi dare tanto tempo. Ma puoi dare tempo buono.

    Ci sono stati cambiamenti nei ritmi affettivi e familiari che mi hanno costretta a riorganizzare il modo in cui “ci sono” per le persone che amo. All’inizio fa male, perché ti sembra di perdere pezzi. Poi, piano piano, impari che la qualità può diventare una forma di fedeltà: incontri più rari, forse, ma più intenzionali, più presenti, più veri.

    E anche questo, in fondo, è un esercizio di Radici e Realtà: accettare ciò che cambia, senza smettere di amare. Solo in modo diverso.

    Radici e Realtà nel 2026: intenti e direzione

    Anche nei propositi 2026 voglio restare fedele a Radici e Realtà: meno dispersione, più direzione.

    1) Estate 2026: creare un progetto vero (Memoria o Sociale)

    Nel 2026 voglio arrivare all’estate con una strada già tracciata: un progetto di due mesi che mi assorba in modo pieno e significativo.
    Le vie sono due, entrambe coerenti con me:

    • far partire e portare avanti un percorso sulla Memoria (storie, biografie, identità di comunità);
    • oppure rientrare nel sociale, lavorando concretamente con famiglie fragili o persone fragili, dove la presenza educativa diventa cura quotidiana.
    • Non è un “piano B”: è la mia doppia vocazione. E nel 2026 voglio trasformarla in un’opportunità reale.

    2) Scuola: trasformare l’esperienza in continuità

    Voglio provare a dare continuità a questa scuola e a questo contesto, perché qui sto costruendo alleanze vere. E nel frattempo porterò avanti il progetto di orientamento con i ragazzi di terza media, con l’idea che non resti un episodio ma un seme.

    3) Scrivere ogni mese: la mia disciplina gentile

    Mi prendo un impegno semplice e potente: un articolo al mese sul sito. Storie concrete, incontri reali, riflessioni utili. Scrivere per fare ordine, per lasciare traccia, per dare valore.

    4) Digitale: esserci con intenzione, non per inseguire algoritmi

    Continuerò a comunicare, ma in modo più essenziale: pochi contenuti, fatti bene, con una direzione chiara. Il sito resta la casa, i social sono la strada.

    5) Rete: scegliere relazioni che costruiscono

    Nel 2026 voglio coltivare relazioni professionali che fanno rete davvero: contatti che diventano scambio, idee che diventano collaborazioni, progetti che diventano realtà.

    Radici e Realtà: il passo che porto nel 2026

    Il 2025 mi ha insegnato che le stagioni non si giudicano solo da quanto “produci”.
    Si giudicano da quanto riesci a restare fedele a te stessa mentre la vita cambia, stringe, ti chiede di scegliere.

    Per me Radici e Realtà non sono parole belle: sono una postura.
    È il modo in cui sto imparando a non consumarmi, a non correre per dimostrare, a costruire basi più solide per poter dare forma a ciò che amo davvero: la cura educativa, le storie, la Memoria.

    Una domanda per te (e un invito semplice)

    Se mentre leggi ti sei riconosciuto/a in una di queste situazioni…

    • senti che la tua storia merita un posto, ma non sai da dove cominciare;
    • hai un familiare anziano e vuoi custodire la memoria prima che si perda;
    • sei un genitore e ti serve uno sguardo educativo “di casa”, concreto e rispettoso;
    • hai un ragazzo/a che ha bisogno di metodo, orientamento, fiducia…

    …puoi scrivermi nel modo che ti è più comodo:

    📩 Contattami via email

    📝 Compila il modulo di contatto qui sotto

    Ti rispondo personalmente, anche solo per capire se c’è un percorso adatto a te, senza impegno e senza fretta.

    E per chiudere, ti lascio una frase che racchiude

    la mia esperienzanarrata:

    “Sogna, ma costruisci. Studia, ascolta, cerca mentori. E soprattutto chiarisci presto i tuoi Valori: ti evitano giri immensi e ti aiutano a restare fedele a te stesso, con i piedi nella realtà.”

    Prevenire con Cura, Supportare con Passione.

  • Sogni che Cambiano Rotta: Limiti Evolutivi

    Sogni che Cambiano Rotta: Limiti Evolutivi

    Sogni che cambiano rotta, progetti interrotti e nuovi inizi: dai limiti personali nascono scelte evolutive e modi diversi di rileggere la propria vita.

    Hai mai visto un sogno cambiare direzione proprio quando ti sembrava a portata di mano?
    Ci provi, fai i primi passi, poi ti blocchi: davanti a te un muro.
    E se quel muro fosse, in realtà, una porta da aprire?

    Capita più spesso di quanto pensiamo.
    Non tutti i sogni arrivano alla meta che avevamo immaginato: alcuni si arrestano, altri si trasformano, altri ancora ci obbligano a deviazioni impreviste. E tu resti lì, in mezzo alla strada, con in mano un progetto non compiuto e una domanda che punge:

    «E adesso chi sono, se non divento ciò che avevo sognato?»

    Il Sogno Iniziale e il Muro

    Ho sempre pensato ai sogni come le mappe di viaggio: li tracci su carta, scegli le tappe, immagini il paesaggio. Parti. E i primi chilometri ti illudono che tutto andrà come previsto.
    Poi, un giorno, davanti a te compare quel muro. Non lo vedi subito, sei troppo dentro al cammino. Lo riconosci solo a posteriori.

    Quel muro non è una sconfitta.
    È un confine narrativo: oltre c’è ancora il sogno, ma per raggiungerlo serve un passaggio diverso.

    Questo articolo nasce proprio da lì: da sogni che hanno cambiato rotta, dai miei, prima di tutto.
    Perché se c’è una cosa che ho imparato è che la vita non ci chiede solo di realizzare i nostri progetti, ma anche di elaborare quelli che si sono fermati. E di fare spazio alla persona che stiamo diventando, anche quando non coincide con l’immagine che avevamo di noi.

    Il Primo Sogno: diventare Medico

    Da bambina avevo un’idea chiarissima: volevo diventare medico.
    Non era un sogno “vago”, era un progetto vero. Ho studiato, mi sono iscritta a Medicina, ho frequentato i primi anni di università. Mi vedevo già con il camice bianco, il fonendoscopio al collo, in corsia.

    In realtà, guardando indietro, mi rendo conto che non era solo una professione: era un pezzo della mia identità.
    Il medico, per me, era chi cura, chi ascolta, chi sta accanto alla sofferenza degli altri. E questo desiderio di cura io l’ho sempre avuto, in tante forme.

    Poi è arrivata una separazione importante, dolorosa.
    E qui entra in gioco un altro dettaglio non da poco: mi ero sposata con un medico. Senza accorgermene, avevo scelto una persona che rappresentava proprio quel mondo da cui mi stavo allontanando. In lui avevo proiettato quel pezzo di sogno che io avevo interrotto.

    Quando il matrimonio è finito, non si è chiusa solo una storia d’amore.
    Si è incrinata anche un’immagine di me: quella della ragazza che “ce la farà”, che diventerà medico, che un giorno, in un modo o nell’altro, tornerà su quella strada.

    Non è successo.
    E per un po’ ho fatto fatica ad accettarlo. Mi sono chiesta più volte se avessi mollato troppo presto, se fossi stata abbastanza determinata, se il mio limite fosse il coraggio, la costanza o semplicemente la vita che nel frattempo mi chiedeva altre cose.

    Magari per te non era Medicina, ma un altro sogno “serio” a cui ti eri affidata/o: una professione, una relazione, un trasferimento. Quando quella strada si interrompe, non crolla solo un progetto: vacilla per un attimo anche l’idea che avevi di te.

    Quando non puoi Scegliere davvero: Lavorare per Sopravvivere

    Dopo la separazione non ho certo potuto fermarmi a contemplare i sogni infranti. Dovevo lavorare.
    Non in un ambito scelto con calma, ma lì dove c’era bisogno e possibilità.

    Mi sono ritrovata in un contesto lavorativo che non avevo mai progettato per me: un ambiente familiare, protetto da un lato, ma anche molto vincolante dall’altro. Ci sono rimasta a lungo, più per necessità che per vocazione.

    Non era “il lavoro dei sogni”.
    Era il lavoro che mi permetteva di mantenere me e mio figlio.
    Era il compromesso tra la libertà che avrei voluto e la sicurezza economica di cui avevo bisogno.

    E, se devo essere sincera, c’era anche un’altra presenza silenziosa: la paura.

    Quella di non farcela fuori,
    di non sentirmi abbastanza brava o preparata,
    di vedere tutto crollare nel momento in cui avessi provato a uscire da quel contesto.

    Così, mentre il sogno di diventare medico era già scivolato via, io stavo portando avanti un altro tipo di “non-scelta”: lavorare dove potevo, come potevo, per sopravvivere.

    E questa è una realtà che non raccontiamo mai abbastanza.
    Dietro tanti percorsi apparentemente “lineari” ci sono persone che, in realtà, hanno messo in pausa i loro desideri per occuparsi della vita concreta, delle bollette, dei figli, dei genitori, della solitudine.

    Le Strade Laterali che Insegnano

    Chi non trova subito la propria strada, spesso ne percorre molte. Non sono deviazioni inutili: sono strade-scuola. Formano, cambiano, allargano lo sguardo. Impari mestieri, incontri persone, sperimenti idee. Eppure può restare una nostalgia discreta: “Non era proprio questo che sognavo”. È una nostalgia sana, che non sminuisce ciò che hai costruito: ti ricorda che sei viva, che stai cercando.

    Sogni che Cambiano Rotta: L’ Africa

    Anni dopo, un altro sogno è arrivato con forza: partire in missione.
    Lasciare tutto, andare in Africa, restare lì a lungo, almeno dieci anni.
    Costruire qualcosa di importante con e per i giovani e le famiglie, vivere una vita essenziale, intensa, completamente dedicata agli altri.

    Non era un capriccio, era un progetto serio.
    Ho fatto viaggi di prova, ho esplorato, ho iniziato a immaginare una nuova me stessa in quel contesto. Pensavo di aver finalmente trovato il mio “luogo nel mondo”.

    Ma la vita, ancora una volta, aveva altre carte in mano.
    In Italia c’era mio figlio, che stava per diventare padre.
    C’era mia madre, con le sue fragilità e le sue paure legate alla mia lontananza.
    C’era un intreccio di legami affettivi e responsabilità che non potevo ignorare.

    Alla fine sono tornata.
    Non sono rimasta in Africa per dieci anni, non ho realizzato quel sogno così come lo avevo immaginato.

    All’inizio l’ho vissuto come un piccolo fallimento, uno di quelli che pesa tanto perché ti sembrava “il sogno giusto al momento giusto”.
    Mi sono chiesta: «Perché non sono riuscita a portarlo fino in fondo? Cosa mi è mancato?»

    Col tempo ho capito che la domanda più importante non era “perché non ce l’ho fatta?”, ma “che cosa ha cambiato in me questa esperienza, anche se non è andata come pensavo?”

    Forse anche tu hai vissuto qualcosa di simile: un progetto che sembrava definitivo e che invece ti ha riportato indietro, o da un’altra parte. A volte i sogni che non restano per sempre diventano comunque una tappa fondamentale del nostro modo di guardare il mondo.

    Sogni che Cambiano Rotta: la Frustrazione è una Tappa, non la Destinazione

    Quando un progetto importante non si realizza, la prima reazione è spesso la frustrazione.
    Ci arrabbiamo con noi stessi, con la vita, con il destino, con chi “ce l’ha fatta”.
    Ci confrontiamo con gli altri e, quasi senza accorgercene, iniziamo a misurare il nostro valore su ciò che non abbiamo raggiunto.

    Questa fase è dura, ma è anche umana.
    Non serve negarla o far finta che non esista.
    Fa parte dell’elaborazione di un sogno che cambia forma.

    Poi, se glielo permettiamo, arriva un secondo tempo: quello in cui iniziamo a chiederci cosa resta.

    • Cosa resta di quel desiderio iniziale?
    • Quali parti di me si erano attivate grazie a quel sogno?
    • Quali competenze, sensibilità, energie ho scoperto in quel cammino, anche se il traguardo è diverso?

    È qui che inizia il rimodellamento di noi stessi: non tanto del sogno, ma dello sguardo che abbiamo su di noi.

    Non sono diventata Medico. E allora, Chi sono Diventata?

    Non sono diventata medico, è vero.
    Ma se oggi guardo il mio lavoro come pedagogista, professionista delle Biografie Pedagogiche, mi accorgo che quel sogno di cura non è scomparso: ha solo cambiato linguaggio.

    Oggi il mio lavoro non riguarda il corpo, ma il racconto di sé.
    Attraverso le Biografie Pedagogiche e il lavoro educativo, accompagno le persone a rileggere la propria storia e a trovare senso anche nelle esperienze più faticose.
    La mia cura non è farmacologica: è fatta di ascolto, tempo condiviso, domande che aprono strade.

    Anche il lavoro in azienda, che per anni ho vissuto come una strada “obbligata”, oggi si rivela una risorsa:
    mi ha dato competenze organizzative, comunicative, digitali, che ora utilizzo ogni giorno in esperienzanarrata, nei progetti con le famiglie, con i ragazzi, con gli anziani.

    E il sogno dell’Africa?
    Non è più un luogo geografico, ma una bussola interiore: la spinta a cercare contesti di frontiera, fragilità, margini, dove c’è bisogno di ascolto e di sguardi nuovi. Quelle terre oggi, per me, sono le RSA, le famiglie in difficoltà, i ragazzi che non trovano il loro posto a scuola o nella vita.

    Quattro Anni tra Libera Professione e Scuola

    Negli ultimi quattro anni ho provato a costruire una libera professione come pedagogista.
    Ho studiato, investito, progettato un lavoro su misura per me, vicino alle famiglie e alle storie di vita. Eppure, trasformare questo sogno in stabilità economica si è rivelato più difficile del previsto.

    Per questo ho trovato uno spazio dentro la scuola, con un contratto a tempo determinato che si rinnova di anno in anno. Da fuori può sembrare solo precarietà; per me è diventato un laboratorio: porto in classe ciò che ho imparato come pedagogista, come formatrice, come narratrice di biografie.

    
Sogni che Cambiano Rotta: Limiti Evolutivi. Aula scolastica vuota con banchi di legno illuminati dalla luce del tramonto. (Ilamba, Tanzania, Ottobre 2021)

    Non mi riconosco più in un solo ruolo.
    Sono insegnante, pedagogista, professionista in cammino: un’identità fatta di intrecci, non di etichette fisse.

    La precarietà oggi mi ricorda questo: il mio valore non dipende da un contratto, ma da come scelgo di esserci. E rileggere la mia storia a posteriori, tra sogni cambiati, progetti sospesi e nuove partenze, è diventato un modo per prendermi cura di me stessa, oltre che degli altri.

    Se vivi o hai vissuto la precarietà lavorativa, forse conosci quella sensazione di essere sempre “a tempo”, mai del tutto stabile. È faticoso, ma può diventare anche un modo per chiederti, ogni anno: “Come voglio esserci, oggi, nella vita che ho?”.

    L’ Accettazione dei Limiti: non come Resa, ma come Atto Creativo

    Accettare i propri limiti non significa dire: «Non valgo abbastanza».
    Significa riconoscere che:

    • non possiamo essere tutto,
    • non possiamo fare tutto,
    • e soprattutto non possiamo controllare tutto.

    Ci sono momenti in cui le condizioni esterne non ci permettono di scegliere liberamente.
    Ci sono stagioni in cui il nostro compito principale è tenere insieme la vita: un figlio da crescere, un genitore da accompagnare, un conto in banca che non ci lascia margini.

    Invece di trasformare questo in una condanna, possiamo provare a porci un’altra domanda:

    Cosa posso fare, oggi, con ciò che sono e con ciò che ho vissuto, anche se non coincide con il sogno iniziale?

    Per me l’accettazione dei limiti, oggi, è diventata un atto creativo.
    È il punto in cui smetto di inseguire l’immagine ideale di me stessa e inizio a lavorare, con cura, sulla persona che sono davvero – con la mia storia, le mie deviazioni, i miei “non ce l’ho fatta”.

    Se vuoi conoscere i valori che guidano questo sguardo, li ho raccolti nel mio Manifesto pedagogico di esperienzanarrata.

    Cosa resta dei Sogni che non si Realizzano?

    Resta più di quanto pensiamo.

    Resta:

    • la sensibilità che si è affinata lungo la strada;
    • la resilienza maturata nei cambi di rotta;
    • la profondità con cui guardiamo oggi chi, davanti a noi, sta vivendo una delusione;
    • la capacità di accompagnare gli altri senza raccontare loro favole del tipo “se vuoi puoi tutto”, ma offrendo una visione più vera, più umana, più complessa.

    Oggi, quando incontro una persona che sente di “non esserci riuscita”, non parlo da chi è arrivata dritta al traguardo.
    Parlo da chi ha cambiato rotta più volte, da chi si è sentita smarrita, da chi ha pianto su sogni non realizzati e poi, piano piano, ha iniziato a chiedersi:

    «Che cosa posso costruire a partire da qui?»

    È da qui che nasce esperienzanarrata.
    Dal desiderio di dare valore alle storie, anche quando non sono lineari.
    Dal bisogno di dire, a me stessa e agli altri, che la nostra identità non è un titolo di studio, una professione o un progetto riuscito. È un intreccio complesso di tentativi, cadute, rialzate, scelte possibili e scelte rimandate.

    Se vuoi uno sguardo psicologico sui sogni e sui progetti di vita, ti consiglio anche questo articolo che esplora come trasformare i sogni dal cassetto in percorsi concreti.

    Un Invito anche per Te che hai dei Sogni

    Ti lascio con alcune domande, le stesse che continuo a farmi io:

    • Qual è un sogno che non si è realizzato nella tua vita?
    • Che cosa puoi farne oggi, nella vita che stai vivendo adesso?

    Non si tratta di “mettere una toppa” su ciò che non è andato, ma di riconoscere che anche i sogni cambiati o incompiuti continuano a parlarci di ciò che possiamo portare nel mondo: cura, presenza, ascolto, creatività, coraggio.


    Se senti che è arrivato il momento di dare voce a questa storia, o a quella di una persona a cui vuoi bene, possiamo farlo insieme.

    Su esperienzanarrata ho creato un percorso “Biografie Pedagogiche: le interviste”, uno spazio protetto in cui la tua esperienza diventa parola, memoria e nuova consapevolezza. Se vuoi, puoi leggere la pagina dedicata sul sito e poi contattarmi per capire insieme se è il momento giusto per te.

    Prevenire con Cura, Supportare con Passione

  • Coppia e Lavoro: L’Unione porta al Successo

    Coppia e Lavoro: L’Unione porta al Successo

    Coppia e lavoro: Grazia e Giuseppe mostrano come unione, valori e famiglia possano trasformarsi in successo condiviso e futuro da costruire insieme.

    La foto di copertina è una gentile concessione di Grant Hairdresser e ritrae il team al completo: Grazia, Giuseppe, Sergio, Consuelo e Melina.
    Ho scelto di inserirla perché rappresenta al meglio ciò che scopriremo in questi due articoli-interviste: un percorso di coppia che non si è fermato a due persone, ma che si è trasformato in un progetto condiviso e in continua evoluzione.

    Nella prima parte della loro storia — “Coppia e Lavoro possono Crescere Insieme? Una testimonianza” — abbiamo visto come Grazia e Giuseppe abbiano scelto di intrecciare vita privata e professione, costruendo un’impresa solida e innovativa.

    In questa seconda parte entriamo più a fondo nei valori che li guidano: dal sostegno reciproco nei momenti difficili alla capacità di restare diversi e complementari, fino al ruolo della famiglia e ai sogni per il futuro.

    La loro testimonianza dimostra che coppia e lavoro possono crescere insieme non solo grazie all’organizzazione, ma soprattutto attraverso rispetto, ascolto e fiducia.

    Coppia e Lavoro: Superare i Momenti Difficili

    Quali sono stati i momenti più difficili da affrontare insieme e come li avete superati?

    Grazia: Grandi crisi non ce ne sono state, ma la fase più faticosa è arrivata con la nascita di Roby. Conciliare lavoro e famiglia era complicato.

    Giuseppe: Abbiamo speso un capitale…

    Grazia: Abitavamo fuori Milano e Roby passava troppe ore lontano da casa. Lo portavamo al nido vicino al salone, che costava moltissimo. Per aiutarci avevamo preso anche un appartamento in affitto con una ragazza che lo teneva fino a sera. Ricordo le sere: lui addormentato in macchina con una focaccina in mano, e noi sfiniti dopo una giornata interminabile.

    Giuseppe: E spesso Grazia era via per corsi e riunioni: il lunedì e la domenica non c’era mai.

    Grazia: Sì, è stato pesante. Fare L’Oréal Ambassador era un’opportunità enorme, ma volevo anche essere madre. Se ce l’ho fatta è perché Giuseppe c’era sempre. Roby non può dire di non aver avuto almeno un genitore presente.

    Giuseppe: Abbiamo anche provato a coinvolgerlo nel nostro lavoro, ma ci ha detto subito di lasciar perdere. Oggi è programmatore.

    Grazia: Come abbiamo superato tutto? Con l’intesa e l’amore. Quando il sentimento è forte, i momenti difficili non ti spezzano: ti rafforzano.

    Diversi ma Complementari

    In cosa siete diversi e come queste differenze sono diventate una risorsa per il vostro lavoro di coppia?

    Grazia: Siamo diversi, ed è il nostro punto di forza. Io sono la parte pratica, lui la mente organizzativa. Se fossimo entrambi hairstylist, avremmo rischiato di competere. Invece, con ruoli differenti, ci completiamo.

    Abbiamo anche una regola semplice: chiudiamo la claire e a casa si parla d’altro. Così la mente respira e il giorno dopo si riparte con energia nuova.

    Giuseppe: È vero, siamo completamente diversi, e si vede subito. Ma abbiamo una fortuna: sappiamo ascoltarci. A volte lei va di pancia e io la faccio riflettere; altre volte succede il contrario. Quando mi arrabbio, è Grazia a riportarmi coi piedi per terra.

    Essere diversi ma capaci di ascoltarci è diventata la nostra forza, e questo ci permette di dire che coppia e lavoro possono davvero completarsi a vicenda.

    Grazia e Giuseppe nel loro salone Grant Hairdresser: un esempio di come coppia e lavoro possano unirsi e portare al successo.
    Grazia e Giuseppe nel loro salone: l’unione tra vita privata e professione diventa motore di innovazione e continuità.

    Rispetto e Ambizione: i Pilastri del Cammino

    Quali valori e quale sostegno reciproco vi hanno permesso di crescere come coppia e come professionisti?

    Grazia: Avere Giuseppe al mio fianco è stato, ed è tuttora, il perno del mio modo di essere. Lui è sempre il primo a credere in me: quando mi sento stanca o insoddisfatta, mi ricorda chi sono e mi dà la forza di andare avanti. Senza il suo sostegno non avrei avuto la stessa spinta.

    Giuseppe: Anche nelle scelte più pratiche, come l’assunzione del personale, i nostri approcci sono diversi. Grazia decide d’istinto, io cerco di mediare e portare equilibrio. Credo che questo sia il vero valore di una coppia che lavora insieme: compensarsi.

    Per esempio, quando scegliamo i collaboratori, la tecnica è importante, ma prima di tutto guardiamo la persona: educazione, gentilezza, capacità di stare con gli altri. Questo non si insegna, lo insegni la vita.

    Poi c’è l’ambizione. Grazia è ambiziosa come una ragazzina. Sergio Castiglia, il nostro socio più giovane, ha la stessa energia. È questo valore che tiene vivo il salone e ci porta sempre a puntare più in alto.

    Grazia: Come coppia, invece, il valore più grande è il rispetto reciproco. Senza rispetto non si costruisce nulla.

    Giuseppe: Esatto. Non sempre condivido le sue idee, ma le rispetto. È il rispetto, unito al sostegno e all’ambizione, che tiene in equilibrio la nostra coppia e il nostro lavoro.

    Coppia e Lavoro: Famiglia e Libertà di Scelta

    In che modo l’essere genitori ha inciso sulla vostra esperienza di coppia e di lavoro?

    Grazia: Avere un figlio è stata la ciliegina sulla torta della nostra unione. È la parte che ci ha dato una gioia immensa, accanto al lavoro e alla vita di coppia.

    Essere genitori ci ha insegnato anche a rispettare le scelte di nostro figlio. Quando Roby frequentava il liceo gli dicevo: “In estate vieni a lavorare in salone, fai gli shampoo ai clienti”. Ci ha provato, ma dopo pochi giorni ha smesso: era evidente che non fosse la sua passione.

    L’ho capito ancora meglio due anni fa, quando la sua ragazza si è rotta un braccio. Gli ho detto: “Adesso i capelli glieli lavi tu!”. E lui: “Non ci penso proprio! A me fanno schifo i capelli.”

    Col senno di poi ho capito che lo faceva malvolentieri, solo per accontentarmi.

    È un tassello del nostro cammino: ogni famiglia mescola lavoro e vita in modo diverso; per noi, la genitorialità ha dato ancora più profondità alla coppia.

    Il Futuro e i Sogni nel Cassetto

    Dopo tanti anni insieme, avete ancora un sogno nel cassetto, personale o professionale, che vi piacerebbe realizzare?

    Grazia: Io scherzo sempre: “È ora di andare in pensione!”. Poi mi chiedo: “E a fare cosa? Finirei comunque a lavorare”. Ogni tanto fantastichiamo di aprire un chiosco in riva al mare: io che faccio due pieghe mentre Giuseppe prepara i cocktail. Ma la verità è che non riesco a immaginarmi senza questo lavoro. Finché la mano tiene, si va avanti. Il mio sogno è continuare a crescere e raccogliere bellezza ogni giorno.

    Giuseppe: Lei ama quello che fa, io amo quello che faccio. E questo per me è già un sogno realizzato: poter continuare a lavorare con passione. A 65 anni non penso alla pensione, ma a restare ancora a lungo in questo mondo che mi dà energia e vita.

    Coppia e Lavoro: Condivisione di Visioni per chi ci legge

    Che cosa avete imparato, come coppia e come famiglia, che vi piacerebbe trasmettere a chi legge?

    Grazia: Sfatiamo un mito: moglie e marito possono lavorare insieme, se c’è amore, rispetto, ascolto e fiducia.

    Giuseppe: Guardiamo i risultati. Non siamo il salone più grande di Milano, ma in tutta Italia ci conoscono. Per me questa si chiama alleanza: ognuno valorizza le competenze dell’altro. Certo, ci confrontiamo anche in modo acceso, ma sempre con rispetto.

    Grazia: Spesso è proprio dal confronto che nasce la strada giusta.

    Giuseppe: Una coppia funziona, nel lavoro come nella vita, se sa unire fiducia, ascolto e ha la capacità di rimettere a fuoco gli obiettivi quando serve.

    Dal Noi al Team: Coppia e Lavoro verso il Futuro

    La storia di Grazia e Giuseppe mostra come coppia e lavoro possano andare oltre il “noi” e diventare impresa condivisa. Hanno costruito un team coeso, accolto un nuovo socio e garantito continuità alla loro realtà: non si sono fermati alla dimensione privata, ma hanno trasformato l’alleanza di coppia in un progetto che evolve e si rinnova.

    I principi che li guidano — fiducia, ascolto, rispetto e onestà — non valgono solo per chi lavora in coppia. Sono le fondamenta di qualunque percorso condiviso, anche con più soci: ciò che rende sostenibile l’organizzazione, facilita le decisioni e tiene unita la visione nel tempo.

    Questo è il cuore della loro testimonianza: quando i valori relazionali orientano i processi, coppia e lavoro diventano motore di imprese durature, capaci di generare futuro.

    Come nella foto di apertura, il loro esempio non ritrae soltanto due persone: racconta un team che cresce insieme, una comunità professionale educata alla fiducia e all’ascolto, che ogni giorno rende visibile la forza del lavorare in coppia e in squadra.


    Raccontare la propria storia è un atto di valore: fa riflettere, dà significato e apre nuove possibilità per il futuro. Vuoi provarci anche tu?

    Se anche tu hai una storia che desideri condividere, o vuoi sperimentare le Interviste Biografiche come consulenza pedagogica:

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    Prevenire con Cura, Supportare con Passione

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