Antonio/Yashal riflette su ciò che ha costruito, sul giudizio degli altri, sugli ostacoli e sul desiderio di continuare a realizzarsi.
Nella prima parte dell’intervista, “Antonio/Yashal: tra cura, cambiamento e musica”, abbiamo incontrato Antonio Pennestri ed esplorato il filo che unisce la sua esperienza infermieristica, il percorso di studi nella nutrizione, l’ingresso nel mondo dell’insegnamento e la passione per la musica.
Abbiamo conosciuto anche il suo modo di guardare la vita e la storia da cui nasce il nome artistico Yashal.
In questa seconda parte il racconto diventa più introspettivo.
In questa seconda parte, Antonio/Yashal si ferma a osservare la strada già percorsa. Si interroga su ciò che ha costruito e sul momento della vita che sta attraversando. Parla del giudizio degli altri, degli ostacoli, dell’ambizione e del desiderio di continuare a realizzarsi.
Emergono inoltre alcune esperienze legate all’infermieristica e alla nutrizione. Esperienze che gli hanno insegnato il valore dell’ascolto, ma anche la necessità di trovare una giusta distanza nella relazione con l’altro.
Come sempre, questa Intervista Biografica segue il metodo delle mie Biografie Pedagogiche. Le risposte sono state rese più chiare nella forma, mantenendo il linguaggio, il ritmo e l’autenticità emotiva dell’intervistato.
Sarà ancora Antonio/Yashal a raccontarsi, attraverso le proprie parole e il proprio modo di dare significato alle esperienze vissute.
Antonio/Yashal alla soglia dei quarant’anni
Intorno ai quarant’anni si è ancora giovani, ma si comincia anche a vedere una parte di strada già percorsa. Quando ti fermi a guardarti, che cosa senti di avere costruito davvero?
«Ho costruito me»
Sono sincero: a volte mi giro indietro e penso di non avere costruito niente.
Poi, proprio nel momento in cui dico «niente», mi fermo e penso: ho costruito me.
Io non sono di Milano, sono di Roma, e ovviamente metà del mio cuore è ancora là. A livello umano penso di lasciare qualcosa nelle persone, anche se qualche volta mi sembra di avere costruito meno relazioni profonde di quanto immaginassi.
Un mese e mezzo fa mi sono rotto un piede. Il giorno dopo ho scritto a un ex collega al quale voglio un bene dell’anima. Alle otto e venti del mattino mi ha risposto: «Sto arrivando a prenderti e ti porto al pronto soccorso».
In quel momento ho pensato: ma dove li ho, i santi in paradiso? Non me lo aspettavo.
Durante i venti giorni trascorsi a casa, però, mi sono anche accorto che le persone realmente presenti si contano sulle dita di una mano.
Un’amica mi ha portato le stampelle. Una collega è venuta a prendermi due volte per accompagnarmi alle cene della scuola. I colleghi mi dicevano: «Dai, vieni, ci fa piacere averti con noi».
Questo mi ha fatto molto piacere.
Altre persone mi hanno scritto o mi hanno detto che sarebbero venute a trovarmi. Poi magari non sono riuscite a farlo, ma capisco che tutti abbiano i propri impegni e non ne faccio una colpa.
Anche attraverso i messaggi ho ricevuto molta vicinanza.
Forse le relazioni più vere non sono numerose, però ci sono. E alcune volte arrivano anche da persone dalle quali non te lo aspetti.
Ciò che metto nel lavoro e nelle relazioni
In ogni posto in cui vado, generalmente, riesco a stare bene.
So essere giocherellone quando è il momento di scherzare e serio quando bisogna lavorare. Credo che questo equilibrio mi abbia aperto diverse porte.
Lavoro da quasi vent’anni e ho fatto molte esperienze. Oltre all’infermiere, ho lavorato in pizzeria, nei negozi di abbigliamento e per quattro anni da Zara.
Raramente non ho superato un colloquio o un periodo di prova.
Non penso di essere speciale. Forse mi aiuta la parlantina, perché quella non mi manca. Forse riesco a gestirmi bene nelle situazioni e a comunicare ciò che posso dare.
Di una cosa, però, sono sicuro: mi impegno tantissimo.
Lo dico senza arroganza. Quando inizio un lavoro cerco di dare il mille per mille. Certo, capita a tutti la giornata nella quale non si ha voglia di fare niente, però io provo sempre a mettere molto di me in ciò che faccio.
Questo vale nel lavoro, nelle relazioni e nello studio.
Ho concluso la laurea magistrale in un anno e mezzo. Durante il periodo nel quale sono rimasto a casa con il piede rotto, ho portato avanti quasi tutto il master in un mese.
Con la musica, invece, vado un po’ più lentamente, perché lì non dipende tutto soltanto da me.
Su questo forse non sono stato abbastanza lungimirante. Se potessi tornare indietro, mi direi di studiare prima la produzione e l’arrangiamento musicale, per riuscire a essere più autonomo.
Ma non è detto che non possa farlo adesso. Sto iniziando a guardare applicazioni e programmi che possano aiutarmi a imparare.
Antonio/Yashal: una fase di partenza
Ti senti in una fase di arrivo, di ripartenza o di trasformazione?
In questo momento mi sento totalmente in una fase di partenza.
Ho deciso di buttarmi nell’insegnamento e ho appena concluso il mio primo anno nella scuola. Da questo punto di vista, quindi, sono proprio all’inizio.
«Quando guardo il mio percorso professionale, mi accorgo di aver raggiunto molti degli obiettivi che mi ero posto. Ho lavorato come infermiere, sono diventato nutrizionista, sono entrato nella scuola e continuo a coltivare la musica e la crescita personale. Per questo sento di aver costruito molto, anche se dentro di me rimane sempre la sensazione di essere all’inizio di qualcosa di nuovo.»
Io vivo ogni giornata come se fosse il primo giorno, non come se fosse l’ultimo.
Si dice spesso: «Vivi come se fosse l’ultimo giorno». A me questa frase non piace molto. Preferisco pensare che oggi sia il giorno in cui nasco di nuovo.
In questo modo tutto può essere ancora nuovo.
Posso imparare da chiunque, anche da un bambino.
Quest’anno ho insegnato nella scuola primaria. Se io ho dato qualcosa ai bambini, loro mi hanno restituito dieci volte tanto.
Ho imparato anche dai colleghi. Senza il sostegno di alcune persone, all’inizio non avrei saputo bene come muovermi.
Probabilmente avrei trovato comunque una strategia, perché cerco sempre una soluzione. Ma incontrare persone capaci di accompagnarti rende una nuova partenza molto più ricca.
Per questo oggi non mi sento fermo e nemmeno arrivato definitivamente.
Mi sento in partenza, con una parte di strada già costruita alle spalle e molte possibilità ancora davanti.
Antonio/Yashal davanti al giudizio e agli ostacoli
Tu dai l’idea di una persona che continua a progettare anche quando incontra ostacoli, rallentamenti o giudizi. Come hai imparato a non lasciarti definire dallo sguardo degli altri?
Il giudizio non decide chi sono
Detto in modo molto diretto, il giudizio degli altri non mi interessa.
Non so dirti quando io abbia imparato a viverlo così. Forse non c’è stato un momento preciso.
Ho trentotto anni e, nel corso della vita, ho attraversato anche situazioni difficili. Quando affronti esperienze davvero importanti, alcuni giudizi perdono peso. Ti accorgi che ci sono cose molto più grandi alle quali dedicare le tue energie.
A volte preferisco rimanere in silenzio. Non lo faccio perché mi sento inferiore o perché il giudizio mi abbia ferito.
Scelgo di non rispondere per evitare di creare disagio, aggressività o discussioni inutili. Quando le persone si sentono messe in difficoltà, infatti, possono diventare più aggressive. Io cerco di stare lontano dai litigi.
Questo non significa che non abbia una mia opinione. Semplicemente decido a che cosa dare spazio.
Penso anche che, quando una persona giudica continuamente gli altri, finisca spesso per raccontare qualcosa di sé. Per questo non sento sempre il bisogno di voltarmi e rispondere.
Credo che ciò che diciamo e l’energia che alimentiamo, prima o poi, tornino indietro.
Quando sento che una situazione mi sta facendo arrabbiare, provo quindi a spostare l’attenzione. Se continuo a pensarci e a darle forza, rischio di rovinare soprattutto la mia giornata.
Non sempre ci riesco, perché sono umano. Qualche volta ho bisogno anch’io di sfogarmi.
Cerco però di non rimanere bloccato nella rabbia e di non parlare male delle persone o delle esperienze passate. Anche un lavoro che non ci appartiene più ha fatto parte del nostro percorso e può averci insegnato qualcosa.
L’ambizione come desiderio di realizzarmi
Oggi che rapporto hai con l’ambizione? La vivi come una spinta, come un peso oppure come un desiderio profondo di realizzarti?
La vivo come un desiderio profondo di realizzarmi.
Ho la fortuna di essere ambizioso in più campi. Questo mi permette di trovare soddisfazione in strade differenti e di non affidare tutta la mia realizzazione a un solo obiettivo.
Come ho già detto, dove cado cerco di cadere in piedi.
Naturalmente c’è qualcosa che sento più vicino rispetto al resto, ed è la musica.
Non sono una persona che pensa che, raggiunta una certa età, i sogni debbano essere messi da parte. Non credo che ci sia un momento nel quale bisogna smettere di provarci.
Allo stesso tempo, però, penso che sia importante mantenere un rapporto concreto con la realtà. A volte occorre scegliere una strada più semplice o più sicura, almeno per un periodo.
Questo non significa rinunciare al sogno. Significa trovare il modo di continuare a coltivarlo senza perdere l’equilibrio necessario per vivere.
Quando qualcosa si blocca
Che cosa fai quando senti che qualcosa si blocca? Ti fermi, cambi strada, aspetti oppure insisti?
Mi fermo, valuto e cambio strada.
Non continuo a insistere soltanto perché avevo deciso di andare in una determinata direzione.
Cerco di capire che cosa non sta funzionando, quali possibilità ho davanti e dove posso investire meglio le mie energie.
Cambiare strada, per me, non significa necessariamente arrendersi.
A volte è il modo più concreto per continuare ad andare avanti.

La cura secondo Antonio/Yashal
Hai scelto percorsi legati alla cura del corpo e della persona: infermieristica e nutrizione. Che cosa ti hanno insegnato queste esperienze sul rapporto con l’altro? Secondo te, curare significa soltanto intervenire su un bisogno oppure anche ascoltare una persona nella sua interezza?
Ascoltare senza farsi travolgere
Per me bisogna ascoltare entrambi: il bisogno e la persona nella sua interezza.
Negli anni, però, ho capito che non posso prendere su di me tutto quello che l’altro porta. Una persona può raccontarti le proprie difficoltà, le frustrazioni e ciò che non riesce a realizzare nella vita. Io posso ascoltarla, ma non posso risolvere ogni aspetto della sua esistenza.
Questo è un confine che ho dovuto imparare a mettere, soprattutto perché sono molto empatico.
Quando oltrepassi il limite, l’empatia rischia di trasformarsi in un’immedesimazione totale. A quel punto non stai più soltanto accogliendo il problema dell’altro: inizi a portarlo dentro di te.
E così non aiuti più davvero la persona. Finisce che la sua sofferenza fa stare male anche te.
Con il tempo impari quella che possiamo chiamare la giusta distanza.
Non significa essere freddi o non provare nulla. Significa rimanere presenti, ascoltare e fare ciò che compete al proprio ruolo, senza lasciarsi travolgere.
Quando lavori nella cura incontri tante persone e tante forme di sofferenza. Impari a non stabilire chi meriti più attenzione, perché ogni persona porta il proprio problema e, per lei, quel problema è reale.
Devi però anche tutelarti. Ognuno ha i propri mostri e deve imparare ad affrontarli. Possiamo accompagnare qualcuno per un tratto di strada, ma non possiamo combattere al suo posto.
Il corpo come spazio da custodire
Quanto conta, per te, il corpo nel racconto di una vita?
Il corpo conta tantissimo.
Per me è un involucro, ma dentro quell’involucro c’è tutto: le esperienze, le emozioni, il carattere, l’energia e la materia di cui siamo fatti.
È il luogo nel quale viviamo e attraverso il quale attraversiamo la nostra storia. Proprio per questo dobbiamo prendercene cura.
La cura riguarda l’igiene, l’alimentazione, il movimento e il modo in cui ci presentiamo agli altri. Ma riguarda anche il rispetto che abbiamo per noi stessi.
Avere cura del proprio corpo non significa inseguire un modello estetico perfetto. Significa non trascurarsi, imparare ad ascoltarsi e provare a stare bene dentro lo spazio che abitiamo ogni giorno.
Io dico sempre, in modo molto semplice: «Mangia con misura, cammina il doppio, ridi il triplo e ama senza confini».
Non è una formula scientifica. È una frase che utilizzo per ricordare quanto, secondo me, il benessere dipenda da più elementi: ciò che mangiamo, il movimento, la leggerezza e le relazioni.
La nutrizione come educazione e prevenzione
La nutrizione, per come la vivi tu, è più disciplina, educazione, prevenzione o relazione?
Per me racchiude tutti questi aspetti.
«Per me la nutrizione unisce disciplina, educazione e prevenzione: richiede costanza, aiuta a conoscere meglio il corpo e invita a costruire abitudini quotidiane più consapevoli.»
E poi è relazione, perché non esistono soltanto alimenti, numeri o schemi. Davanti a te c’è sempre una persona, con il proprio corpo, le proprie abitudini e la propria storia.
Mi interessa molto approfondire il rapporto tra alimentazione, intestino, microbiota e salute. Sono temi complessi, che richiedono studio e aggiornamento continuo.
Per me la nutrizione non consiste semplicemente nel consegnare una dieta. Significa aiutare una persona a comprendere meglio il proprio corpo e a costruire abitudini più consapevoli, rispettando sempre i confini e le competenze professionali.
L’esperienza infermieristica mi ha insegnato ad ascoltare il bisogno. La nutrizione mi ha aiutato a osservare la persona anche attraverso il suo stile di vita.
Entrambe mi hanno insegnato che la cura richiede presenza, competenza e relazione. Ma anche una distanza capace di proteggere sia chi riceve aiuto sia chi si prende cura.
La storia di Antonio/Yashal continua
In questa seconda parte, Antonio/Yashal si è fermato a osservare la strada già percorsa.
Ha raccontato ciò che sente di avere costruito, il rapporto con il giudizio degli altri e il modo in cui affronta gli ostacoli. Ha parlato dell’ambizione, della cura e della necessità di trovare una giusta distanza nella relazione con le persone.
La storia di Antonio/Yashal, però, non si conclude qui.
Nel prossimo articolo entreremo nella sua esperienza più recente nel mondo della scuola. Scopriremo che cosa l’insegnamento e l’incontro con i bambini gli hanno restituito.
Antonio/Yashal: insegnamento e nuovi inizi
Un dialogo sulla scuola, sul coraggio di lasciare una strada conosciuta e sulla possibilità di sentirsi ancora in tempo per ricominciare.
Il quarto e ultimo articolo sarà invece dedicato alla sua identità artistica:
Antonio/Yashal: la vita in musica
Le esperienze personali diventano parole, melodie e canzoni. Yashal racconterà i brani già pubblicati, il ritorno alla scrittura e il desiderio di continuare a creare e a ballare.
Con esperienzanarrata e le Interviste Biografiche, desidero riportare al centro la persona, valorizzandone il vissuto e il modo unico di raccontarsi.
Il percorso di Antonio/Yashal prosegue proprio da qui: dalle parti di sé già realizzate e da quelle che stanno ancora cercando uno spazio nel quale esprimersi.
Prevenire con Cura, Supportare con Passione




Devi effettuare l'accesso per postare un commento.