Autore: Maria Adelaide Macario

  • Vivere in RSA: dieci anni, fino alla fine con dignità

    Vivere in RSA: dieci anni, fino alla fine con dignità

    Vivere in RSA: dieci anni attraverso la voce di mia madre e l’esperienza della sua famiglia. Una riflessione su come affrontare il fine vita con dignità

    Perché ne parlo adesso

    Sono trascorsi quasi cinque mesi dalla morte di mia madre. Mamma ha vissuto per dieci anni in una residenza sanitaria assistenziale, una RSA. Oggi sento di poter raccontare con maggiore lucidità che cosa ha significato per lei abitare quel luogo e per noi figli continuare a starle accanto.

    Racconto questa esperienza pensando alle famiglie che hanno un proprio caro in RSA e a chi vi lavora. Vorrei aprire un confronto su tre bisogni concreti: dialogare con chi si prende cura del proprio caro, trovare ascolto quando la fragilità aumenta e poter restare accanto alla persona amata anche di notte, nell’ultimo periodo della sua vita, se lo desidera.

    Avevo sempre detto che avrei affrontato questo tema quando mamma fosse mancata. Desideravo sentirmi libera di raccontare ciò che avevo vissuto e di esprimere alcune riflessioni, assumendomi la responsabilità delle mie parole. Finché lei abitava nella struttura, mi preoccupava che quanto avrei scritto potesse coinvolgerla in un confronto che ero io a voler aprire.

    Per molte famiglie, come per noi, scegliere una RSA ha significato attraversare fatica, dolore e sensi di colpa. Ha significato riconoscere che i bisogni della persona amata richiedevano un’assistenza continuativa che, a casa, era diventato difficile garantire.

    Le RSA svolgono una funzione essenziale. Dentro questa organizzazione entrano anche storie, abitudini, desideri e legami che hanno bisogno di trovare spazio. È da qui che voglio partire: dalla voce di mia madre e dalla nostra esperienza.

    Vivere in RSA: la quotidianità di mamma

    In «Ascoltando la Voce degli Anni», pubblicato l’11 dicembre 2024, mamma racconta in prima persona la sua quotidianità in RSA.

    Quando le proposi quell’intervista, pensavo che avrebbe espresso anche un disagio, il dispiacere di vivere in un ambiente che ai miei occhi appariva limitante. Io ero già molto stanca, come figlia. Mi pesava vederla lì e forse facevo fatica anche ad accogliere il suo progressivo indebolimento.

    Le sue risposte furono una sorpresa. Mamma raccontava il valore che quel luogo aveva assunto per lei: la protezione, il riposo, la possibilità di sentirsi libera da tante incombenze. La camera era diventata il suo rifugio, uno spazio nel quale riconoscersi e sentirsi tranquilla.

    Trascrivendo e rileggendo le sue parole, mi resi conto di quanto il mio sguardo fosse attraversato dalla mia fatica. Lei aveva dato un significato a quel tempo della sua vita, anche dentro le rinunce e le limitazioni.

    È anche questo il valore dell’ascolto nel mio lavoro con le Biografie Pedagogiche: lasciare spazio al significato che ciascuno attribuisce alla propria esperienza.

    Oggi quella testimonianza custodisce il ricordo di mamma e mi permette ancora di incontrare il suo punto di vista.

    Le sue parole mi ricordano quanto sia importante chiedere a una persona come sta e darle il tempo di raccontarcelo.

    La famiglia dentro la struttura

    Quando affidi un genitore a una RSA, continui a essere sua figlia, suo figlio. Ne conosci la voce, le abitudini, il modo di esprimere un dolore. E quando qualcosa cambia, quella preoccupazione te la porti a casa, anche dopo che la visita è finita.

    Per dieci anni mamma ha abitato nella stessa camera. La sua quotidianità era, in parte, anche la nostra. Abbiamo conosciuto tanti operatori e visto cambiare molti medici.

    Durante il Covid abbiamo sentito quanto fosse doloroso essere separati. Persone che conoscevamo venivano a mancare, una dopo l’altra. Mamma ha contratto il Covid due volte e lo ha superato.

    Ricordo lei sul ballatoio esterno e noi sotto, alcuni piani più in basso. Dieci minuti, un quarto d’ora per guardarci e parlarci. Quella distanza ci separava, eppure ci sembrava di essere vicini. Poi gli incontri dietro la vetrata, le mascherine. Ogni piccolo passo ci permetteva di ritrovarci. Ricordo con affetto la direttrice sanitaria che ci ha sostenuti e la fatica di chi lavorava nella struttura.

    A casa avevamo avuto per decenni lo stesso medico di famiglia. Ci conoscevamo e la fiducia si era costruita nel tempo. In RSA, il frequente cambio dei medici rendeva più difficile dare continuità a quella relazione. Ogni volta bisognava raccontare mamma, conoscersi e ricostruire il dialogo. Avevamo bisogno di capire e partecipare, nel rispetto delle responsabilità dei professionisti.

    Vivere in RSA: ascolto e condivisione delle cure

    A un certo punto mamma ha cominciato ad avere tosse, forte stanchezza e difficoltà a uscire dalla camera. Noi la vedevamo stare male. Ci preoccupava che quel cambiamento venisse letto soprattutto come una chiusura psicologica. Mamma aveva sempre saputo stare da sola; ora, però, c’erano anche segnali fisici che ci preoccupavano.

    Abbiamo insistito perché il suo malessere venisse approfondito. Anche mamma ha chiesto con fermezza di essere visitata in ospedale. Lì le è stata diagnosticata un’embolia polmonare massiva.

    Le osservazioni dei familiari meritano ascolto e approfondimento. Conoscere una persona da molti anni aiuta a cogliere cambiamenti che possono contribuire alla valutazione clinica.

    Anche sulle terapie avevamo bisogno di chiarezza. Mamma conosceva le sue medicine e riconosceva le pastiglie. A volte mi diceva: «Mi hanno cambiato questa pastiglia. Cos’è?».

    Da lì cominciava la ricerca. Mi confrontavo con gli infermieri, che rispondevano con disponibilità, e ricostruivo la terapia. Avevo attivato anche l’accesso al fascicolo sanitario per conoscere gli esami.

    Ma perché dovevamo partire da ciò che mamma aveva notato? Basterebbe ricevere un documento con le terapie in corso, aggiornato a ogni modifica e accompagnato dalle spiegazioni necessarie. Con il consenso della persona assistita, potrebbe essere condiviso con il familiare di riferimento attraverso modalità concordate.

    La direzione e chi coordina i servizi dovrebbero stabilire come e quando comunicare gli aggiornamenti ai familiari di riferimento, prevedendo anche momenti di confronto. Agli operatori servono tempo e strumenti per farlo.

    La famiglia rimane famiglia anche dentro la struttura. Noi eravamo ancora i suoi figli: continuavamo a preoccuparci, a confrontarci tra fratelli e ad assumerci le nostre responsabilità. Quelle sanitarie spettavano ai professionisti; noi desideravamo continuare a partecipare alle scelte insieme a mamma. Per farlo, avevamo bisogno di essere informati e coinvolti.

    Vivere in RSA. Mamma nel letto della sua camera in RSA, circondata dalla famiglia per festeggiare i suoi novant’anni.
    Vivere in RSA: i novant’anni di mamma con la famiglia

    Vivere in RSA: quando la fragilità aumenta

    In seguito all’embolia, mamma ha iniziato a usare l’ossigeno. A febbraio 2026 è arrivato il crollo fisico: sembrava che ci stesse lasciando. Ha superato quella crisi, ma nei tre mesi successivi, da marzo a maggio, è rimasta molto fragile. Ho vissuto quel tempo come un’agonia, sua e nostra, e come un periodo di grande fatica anche per chi l’assisteva.

    Vederla così mi ha fatto paura anche per il futuro. Mi sono chiesta che cosa significhi invecchiare, perdere progressivamente le proprie forze e continuare a soffrire mentre ogni bisogno richiede l’intervento di qualcuno.

    Mamma aveva bisogno di assistenza continua, anche nei momenti più intimi. Quelle cure erano necessarie. Io vedevo il suo corpo sempre più fragile, esposto, affidato a mani diverse. Avrei voluto un confronto più profondo su come darle sollievo, proteggere la sua intimità e ascoltare la sua stanchezza.

    Chiedevo aiuto perché vedevo soffrire mia madre. In alcuni confronti ho avuto l’impressione che la mia richiesta venisse letta soprattutto come espressione della mia stanchezza. Cercavo ascolto e un aiuto per darle sollievo.

    Le cure palliative possono accompagnare la persona anche prima degli ultimissimi giorni, alleviando la sofferenza e sostenendo la famiglia. È questo l’accompagnamento che avrei desiderato discutere prima, insieme ai medici.

    Quando ha cominciato a faticare a deglutire, mamma ha rifiutato l’acqua dalla consistenza gelatinosa che le veniva proposta. Ha detto che era stanca, che non ce la faceva più. Quella sera è stato avviato l’accompagnamento palliativo.

    Oggi mi resta questa domanda:

    come possiamo ascoltare e affrontare la sofferenza prima che una persona debba arrivare a gridare «Basta»?

    Vivere in RSA: ascoltare anche il bisogno di separarsi

    In quei mesi mamma aveva sentimenti che cambiavano, si intrecciavano. Voleva starci vicino, le dispiaceva lasciarci. In altri momenti era esausta e desiderava lasciarsi andare. Vedeva anche la nostra fatica, quella dei figli che cercavano di sostenerla mentre soffrivano con lei.

    A volte mi sentivo dire: «Ha paura di morire». Io, ascoltandola, sentivo soprattutto il dolore della separazione. La fede era per lei un sostegno profondo. Eppure anche una persona credente può sentire quanto sia difficile salutare chi ama.

    Il suo desiderio di riposare e quello di restare con noi potevano coesistere. Quell’intreccio aveva bisogno di tempo e ascolto.

    Anche noi figli avevamo tempi diversi: alcuni riuscivano a dirle «Ti lasciamo andare», altri avevano bisogno di averla ancora accanto. Dentro quella stanza c’erano la sua stanchezza, il nostro amore e la difficoltà di salutarci.

    Quando una persona anziana dice che è stanca, vorrei che ci fermassimo ad ascoltare ciò che sta vivendo e a cercare con lei un sollievo possibile.

    «Non andare via, resta con me stasera»: morire in RSA

    Un mese prima della sua morte, mamma chiedeva vicinanza di notte, quando si sentiva più fragile.

    Una domenica sera, mentre ero in visita, mi fece quella richiesta tra le lacrime: «Non andare via, resta con me stasera». Non era solita mostrarsi così. Grazie alla sensibilità di un’infermiera e al permesso della direzione, rimasi per tre notti.

    Dormivo su una sedia, nella camera condivisa. Mamma si svegliava di soprassalto, mi cercava, vedeva che ero lì. Al mattino andavo a scuola. Alla terza notte mi disse di tornare a casa a dormire.

    Sembrò poi rassegnarsi alla mia assenza, come faceva davanti alle situazioni che non poteva cambiare. Le operatrici sociosanitarie (OSS) e le infermiere del turno di notte mi raccontavano dei risvegli, dell’ansia, dello scoramento. Alcune restavano finché si tranquillizzava. La conoscevano, le volevano bene: era nato un legame d’affetto.

    Quando iniziarono le cure palliative, andammo tutti a salutarla: figli e nipoti. Eravamo stanchi, ci adeguavamo alla prassi della struttura. Un nipote, al quale sono molto grata, ci invitò a chiedere nuovamente di restare la notte. Così facemmo.

    La mattina prima che morisse, dopo una notte travagliata, aprì i suoi occhi azzurri, mi guardò e mi disse «Ciao» con un bel sorriso. Poi li richiuse.

    L’ultima notte l’accompagnai fino agli ultimi respiri, con un’OSS accanto e il sostegno dell’infermiere. Mamma non rispondeva più. Mi chiedo ancora se sapesse che ero lì.

    I miei fratelli e mia sorella erano a casa: poteva fermarsi una sola persona.

    Avremmo voluto vivere quel saluto tutti insieme.

    Vivere in RSA: spazi per restare accanto fino alla fine

    Avere uno spazio per restare accanto ai propri cari risponde a un bisogno umano di vicinanza. La direzione mi consentì di restare con mamma, ma mancavano spazi adeguati per rendere quella presenza sostenibile.

    Quella stanza era la sua casa da dieci anni. Era però una camera condivisa: la nostra presenza doveva rispettare anche il riposo e l’intimità dell’altra ospite. È da questa esperienza che nasce la richiesta di sostenere concretamente i familiari che desiderano restare accanto alla persona amata, anche di notte.

    Chiedo alle RSA di prevedere camere singole o altre soluzioni adeguate, con un letto o una poltrona per chi resta, riservatezza e modalità che consentano ai familiari di avvicendarsi o condividere il saluto.

    Gli hospice accolgono la persona che necessita di cure palliative e sostengono la famiglia, prevedendo anche il pernottamento di un accompagnatore. Offrono un riferimento importante. Ma dopo tanti anni nella stessa RSA, un trasferimento va valutato e preparato con attenzione. Vorrei che anche nel luogo conosciuto fosse possibile ricevere un accompagnamento adeguato.

    Non possiamo sapere con certezza quanto tempo resti a una persona. Possiamo però riconoscere un bisogno e prepararci a rispondergli. La premura delle singole persone ha bisogno di essere sostenuta da un’organizzazione che dia spazio alla vicinanza familiare.

    Accompagnare una persona alla fine è durissimo. C’è chi desidera farlo e chi non riesce: deve essere una scelta, e l’amore non si misura dalle ore trascorse al capezzale.

    Quando un genitore chiede «Resta con me», vorrei che trovasse un’organizzazione pronta ad accogliere quella richiesta.

    La gratitudine e il valore di chi assiste

    Dentro questi dieci anni ci sono anche persone che portiamo nel cuore. Penso in particolare alle OSS, alle ausiliarie socioassistenziali (ASA) e agli infermieri: a chi assisteva mamma ogni giorno, conosceva le sue abitudini e si fermava accanto a lei. Con loro noi familiari avevamo un dialogo continuo.

    Nella mia esperienza, ciò che osservavano ogni giorno avrebbe meritato più spazio nel confronto sulle decisioni di cura. Anche mamma insisteva sul fatto che chi assiste gli anziani deve essere formato, valorizzato e gratificato.

    Ascoltare questi professionisti e sostenerne il lavoro significa anche prendersi cura delle persone che assistono. Servono formazione continua, sostegno e condizioni che permettano di lavorare bene.

    Dopo il funerale non sono più riuscita a tornare nella struttura. Ho sentito il bisogno di distanza. Ma la gratitudine è ancora lì.

    Vivere in RSA: quale vecchiaia desideriamo per noi?

    È una domanda che avevo già posto in «Vecchiaia e autonomia in Italia: tra solitudine e dignità», pubblicato il 10 aprile 2025. L’esperienza con mamma mi ha portata a riprenderla.

    La persona anziana porta con sé una vita intera.

    Il lavoro, la famiglia, la cultura, gli studi, le passioni e le abitudini continuano a far parte della sua identità.

    Ho visto anziani trattati come bambini. Anche quando faticavano a esprimersi, restavano persone adulte. Quando la comunicazione o la memoria diventano difficili, conoscere il loro passato aiuta a incontrarli nel rispetto della loro storia, anche attraverso il racconto dei familiari.

    Gli anziani hanno interessi differenti. C’è chi ama cantare e chi preferisce giocare a carte, conversare, leggere o raccontare le proprie memorie. Le attività devono offrire possibilità di scelta, rispettando gusti e capacità di ciascuno.

    Anche il momento del pasto merita attenzione. Mamma, a lungo autosufficiente, lucida e mentalmente attiva, mi raccontava un disagio condiviso anche da altri ospiti nelle sue condizioni: i bavaglioli usati per tutti, simili a quelli dei bambini, e la difficoltà di condividere il pasto con persone non autosufficienti che faticavano a mangiare senza sporcarsi.
    Da questa esperienza nasce la proposta di sale da pranzo separate secondo l’autonomia nel pasto e i bisogni di assistenza, rispettando preferenze e legami degli ospiti. Chi mangia autonomamente deve poter conversare e stare in compagnia in un ambiente piacevole; chi necessita di aiuto deve ricevere tempo, attenzione e discrezione in uno spazio adeguato.

    La dignità appartiene a tutti.

    La sostenibilità economica delle strutture deve andare insieme alla qualità della vita di chi si trova a vivere in RSA. La stabilità del personale aiuta a costruire relazioni di fiducia nel tempo.

    Quattro domande per aprire un confronto

    Da questa esperienza nascono alcune domande che le famiglie possono portare nei colloqui e che le RSA possono usare per riflettere sulla propria organizzazione:

    • Come vengono ascoltati i desideri della persona e raccolte le osservazioni di chi la conosce?
    • Chi aggiorna la persona e, con il suo consenso, i familiari di riferimento sulle cure e sui cambiamenti della terapia?
    • Quando la sofferenza aumenta, come si valuta il bisogno di cure palliative e di sostegno alla famiglia?
    • Come si può restare accanto al proprio caro anche di notte, se lo desidera, rispettando il riposo e l’intimità degli altri ospiti?

    Vivere in RSA deve permettere a ogni persona di continuare a essere se stessa, anche quando diventa più fragile. È una richiesta per gli anziani di oggi e per tutti noi che potremmo averne bisogno domani.

    Se sei un familiare o lavori in RSA, quali esperienze vuoi condividere? Che cosa ha aiutato e che cosa vorresti migliorare?

    Prevenire con cura, supportare con passione

  • Compiti a casa: chi e cosa aiutano i bambini ad apprendere?

    Compiti a casa: chi e cosa aiutano i bambini ad apprendere?

    Compiti a casa: chi e cosa aiutano davvero i bambini ad apprendere. Una riflessione pedagogica su scuola, famiglia, autonomia, tempo libero e apprendimento.

    Nell’articolo precedente, Rientro a casa, ho scelto di osservare un momento semplice della quotidianità familiare: il ritorno dopo una giornata trascorsa a scuola o al lavoro.

    Da quella riflessione vorrei continuare il mio percorso di scrittura. Voglio entrare ancora una volta nel tempo della famiglia, questa volta guardandolo dal punto di vista dei bambini in età scolare.

    Quando la scuola finisce, infatti, una parte della scuola entra spesso in casa con loro: i compiti a casa.

    È una delle questioni che più frequentemente accompagna la quotidianità delle famiglie. È anche un tema che continua a far discutere insegnanti e genitori.

    Non credo, però, che la riflessione possa ridursi a una semplice contrapposizione tra compiti sì o compiti no.

    La domanda pedagogica è più ampia.

    Quale funzione hanno i compiti? Quando aiutano davvero un bambino a consolidare ciò che ha appreso? In quali condizioni possono favorire autonomia e apprendimento?

    Questa riflessione arriva proprio mentre il tema dei compiti a casa è tornato nel dibattito pubblico.

    Il 28 settembre 2026 una nota del Ministero dell’Istruzione e del Merito, riportata da Sky TG24, ha richiamato l’attenzione su tre aspetti:

    • i compiti devono essere assegnati entro la fine dell’orario scolastico, utilizzando il diario cartaceo;
    • vanno evitati nuovi inserimenti sul registro elettronico nel tardo pomeriggio, la sera o durante il fine settimana;
    • le verifiche devono essere programmate collegialmente, evitando di concentrarne più di una nella stessa giornata.

    Sono indicazioni che toccano questioni molto concrete: il tempo degli studenti, l’organizzazione delle famiglie e il coordinamento tra gli insegnanti.

    È proprio da qui che desidero partire. Non per entrare nel dibattito politico, ma per osservare i compiti a casa con uno sguardo pedagogico.

    Compiti a casa: a che cosa dovrebbero servire?

    Il primo nodo, per me, è proprio questo: a che cosa dovrebbero servire i compiti a casa?

    Possono consolidare un apprendimento, allenare una competenza, aiutare a superare una difficoltà oppure stimolare curiosità e riflessione. La loro funzione cambia in base all’età e agli obiettivi.

    Nella scuola primaria una parte dei compiti a casa può avere una funzione di allenamento. Penso alla lettura, al calcolo, alla scrittura o ad alcune procedure matematiche. Per imparare bene qualcosa abbiamo bisogno di esercitarci.

    Portare in classe un esempio legato allo sport può essere molto efficace. Un allenatore non pretende che un atleta esegua perfettamente un movimento al primo tentativo. Osserva, corregge, propone nuove strategie e lo fa esercitare. Poco alla volta quel movimento diventa più sicuro.

    Dall’esercizio alla riflessione

    Nell’apprendimento accade qualcosa di simile. Una predisposizione personale può essere una risorsa, mentre il miglioramento richiede esercizio, continuità e tempo.

    Nella scuola primaria, però, i compiti a casa non dovrebbero fermarsi alla ripetizione. Serve uno spazio per riflettere su ciò che si è fatto, riconoscere ciò che si è compreso e ciò che resta da consolidare.

    Una lettura, una ricerca, un problema, un’osservazione o una domanda possono favorire questa rielaborazione. Ogni bambino possiede risorse differenti e può scoprire progressivamente quali strategie lo aiutano ad apprendere.

    Nella scuola secondaria questo processo diventa più complesso. Crescono la capacità di collegare informazioni, organizzare lo studio e rielaborare le conoscenze. Il compito a casa può diventare così uno strumento per sviluppare un pensiero più autonomo e critico.

    La Education Endowment Foundation evidenzia che la qualità del compito appare più importante della quantità. I compiti collegati al lavoro svolto in classe tendono a essere più efficaci e il feedback dell’insegnante può aumentarne il valore. La ricerca segnala inoltre un impatto medio inferiore nella scuola primaria rispetto alla secondaria.

    Prima di chiederci quanti compiti a casa dare, allora, possiamo partire da una domanda: perché sto assegnando proprio questo compito?

    Lo stesso compito può funzionare per tutti?

    Una classe non è mai un gruppo omogeneo. Oggi convivono nello stesso gruppo livelli di apprendimento differenti, storie, culture, risorse e difficoltà che non possono essere ignorate.

    Proprio per questo alcuni bambini possono avere già consolidato determinate competenze, mentre altri hanno bisogno di più tempo o di strategie diverse.

    Da un punto di vista pedagogico, il punto non è assegnare la stessa quantità di lavoro a tutti. È comprendere quale effetto produce quella richiesta sul bambino.

    I compiti a casa troppo distanti dalle competenze possedute possono generare frustrazione. Un carico eccessivo può provocare stanchezza, demotivazione e, nel tempo, una forma di rinuncia. Il bambino può smettere di provarci perché percepisce il lavoro come troppo lontano dalle proprie possibilità.

    A quel punto il risultato rischia di essere opposto a quello desiderato.

    Per questo la quantità, da sola, ci dice poco. Accanto all’esercizio diventa centrale la motivazione ad apprendere.

    Il bambino ha bisogno di comprendere che ciò che sta facendo ha un senso. Studiare, esercitarsi e affrontare una difficoltà possono aiutarlo a scoprire nuove capacità e diventare progressivamente più consapevole delle proprie risorse.

    L’apprendimento cresce quando alla richiesta si accompagnano strumenti adeguati, obiettivi raggiungibili e la percezione di poter fare un passo avanti.

    Allenamento e motivazione possono procedere insieme.

    Il tempo del bambino non è soltanto tempo scolastico

    Se il compito deve avere una finalità, allora dobbiamo considerare il tempo in cui viene collocato.

    La giornata di un bambino non finisce con l’uscita da scuola. Ci sono il rientro a casa, lo sport, il catechismo, altre attività organizzate, la vita familiare, il gioco e il riposo. Nel fine settimana questi tempi si intrecciano ancora di più.

    Per molti bambini della primaria, soprattutto quando frequentano il tempo pieno, la giornata scolastica termina nel tardo pomeriggio. Se durante la settimana si aggiungono sport e altre attività, è facile che i compiti finiscano per concentrarsi nel fine settimana. Assegnarli con alcuni giorni di anticipo può aiutare le famiglie a distribuirli meglio. Resta però necessario valutarne il peso complessivo: sabato e domenica non dovrebbero diventare semplicemente un prolungamento della settimana scolastica.

    Non si tratta di sostenere che i compiti nel weekend non debbano esistere. Il punto è chiedersi quanto spazio può occupare il lavoro scolastico nel tempo extrascolastico senza diventare un carico che invade tutto il resto.

    L’articolo 31 della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia riconosce al bambino il diritto al riposo, al tempo libero, al gioco e alle attività ricreative. È un riferimento importante perché ci ricorda che il tempo libero non è un tempo “vuoto” da riempire. Fa parte della crescita.

    Il tempo dedicato allo studio deve quindi trovare un equilibrio con gli altri tempi della vita del bambino. Anche il gioco, il riposo, le relazioni e le esperienze vissute fuori dalla scuola contribuiscono alla crescita e all’apprendimento.

    Quando il compito entra nella famiglia

    Quando i compiti a casa entrano nella quotidianità familiare, il ruolo dell’adulto cambia con l’età.

    Nella scuola primaria l’autonomia è ancora in costruzione. Nei primi anni è utile e auspicabile controllare insieme il diario, ricordare una consegna e insegnare al bambino a preparare la cartella. Prepararla insieme significa mostrargli come organizzarsi, per lasciare progressivamente a lui questa responsabilità.

    Può accadere, per esempio, che un bambino annoti i compiti sul diario in modo incompleto o poco chiaro. A casa, il genitore si trova così a dover ricostruire la consegna, talvolta chiedendo informazioni ad altre famiglie. Imparare a usare il diario e a controllare di aver scritto ciò che serve è già un esercizio di autonomia, da accompagnare a scuola e in famiglia.

    Organizzare il materiale, iniziare un compito, gestire il tempo, accettare un errore e controllare il proprio lavoro sono competenze. Non possiamo aspettarci che compaiano spontaneamente.

    Per questo l’autonomia è un obiettivo, non un prerequisito. Acquisire un metodo di studio offre strumenti per organizzarsi, conoscere il proprio modo di apprendere e affrontare le difficoltà senza dipendere continuamente dall’adulto.

    Aiutare senza sostituirsi

    A sostenere questa riflessione troviamo una ricerca pubblicata nel 2024 sulla rivista scientifica Psicothema. Gli studiosi hanno analizzato 28 ricerche, per un totale di oltre 378.000 partecipanti.

    Il dato più interessante riguarda il ruolo della famiglia. L’aiuto diretto e il controllo dei compiti non risultano automaticamente associati a risultati scolastici migliori, mentre una relazione positiva emerge soprattutto quando il genitore sostiene l’autonomia del figlio.

    Questo non significa evitare di aiutare un figlio, ma chiedersi se il nostro intervento gli permette di comprendere e procedere oppure finisce per sostituirsi al suo lavoro.

    Nella scuola secondaria la presenza della famiglia cambia. L’obiettivo non dovrebbe essere sedersi stabilmente accanto al ragazzo mentre studia. Diventano cruciali l’osservazione, il dialogo e il confronto.

    Il genitore può accorgersi di una difficoltà, di una perdita di motivazione o di un problema organizzativo. Se l’autonomia non è ancora sufficientemente consolidata, il suo compito è aiutare il ragazzo a costruirla e, quando necessario, individuare un supporto competente.

    Sostenere significa accompagnare verso una responsabilità sempre maggiore, non sostituirsi.

    Quando serve anche il sostegno del territorio

    Non tutte le famiglie dispongono delle stesse possibilità. Il tempo che gli adulti possono dedicare ad accompagnare i figli nello studio non è uguale per tutti. Anche la conoscenza della lingua italiana, le risorse culturali ed economiche e gli spazi disponibili in casa possono essere differenti.

    È qui che lo sguardo può allargarsi dalla famiglia alla comunità educante.

    Doposcuola, oratori, centri educativi e associazioni possono accompagnare bambini e ragazzi nello studio, collaborando con le famiglie e con gli insegnanti. Educare diventa così un lavoro di rete.

    L’Osservatorio Nazionale sui Patti Educativi di INDIRE richiama proprio il valore delle alleanze tra scuola e comunità locale, capaci di offrire opportunità complementari a quelle scolastiche.

    Alcune risorse educative a Milano

    Durante una ricerca sulle risorse educative presenti a Milano, ho trovato diverse esperienze. Le richiamo attraverso le informazioni disponibili online:

    • La Rete Doposcuola Milano riunisce oltre 200 doposcuola, che offrono sostegno scolastico, ascolto e vicinanza ai bambini, ai ragazzi e alle loro famiglie.
    • Il progetto After School Selinunte propone attività di doposcuola con finalità educative che vanno oltre il supporto didattico.
    • Il Doposcuola popolare Nori Brambilla, nel quartiere Giambellino, affianca all’aiuto compiti laboratori e attività in collaborazione con altre realtà del territorio.
    • La Casa dello Studente propone sostegno allo studio, percorsi personalizzati e attività per sviluppare il metodo e l’autonomia.
    • D+ – Decisamente Super Affascinante offre un doposcuola specialistico per studenti con disturbi specifici dell’apprendimento, con attenzione all’autonomia, alla creatività e al benessere nello studio.

    Sono proposte differenti per destinatari e modalità di accesso, che comprendono anche servizi a pagamento.

    Per me, sul territorio deve esserci la possibilità di accedere a un sostegno educativo gratuito per le famiglie, con la presenza di figure professionali competenti nell’accompagnare bambini e ragazzi.

    Dare valore al sostegno offerto ai bambini significa riconoscere anche il valore di chi li accompagna.

    La scuola può contribuire conoscendo le risorse presenti sul territorio e aiutando le famiglie a individuare quelle più adatte ai loro bisogni.

    I compiti a casa sono anche una responsabilità collegiale della scuola

    I compiti a casa non riguardano soltanto la singola disciplina. Per questo è importante considerarli all’interno del carico complessivo che viene richiesto al bambino durante la settimana.

    Un’ora di lavoro assegnata da un insegnante può sembrare sostenibile. Se, nello stesso giorno, altre discipline richiedono tempi simili, il carico cambia completamente.

    Da qui nasce l’importanza del confronto tra docenti.

    Programmare insieme significa conoscere ciò che viene richiesto nelle diverse materie, distribuire meglio verifiche e consegne e osservare la settimana dal punto di vista dell’alunno.

    Non si tratta di stabilire una quantità identica per ogni disciplina. Significa costruire una visione comune del lavoro scolastico e delle priorità educative della classe.

    La nota ministeriale del 28 settembre 2026 ha richiamato proprio la necessità di una programmazione collegiale delle verifiche. Lo stesso principio può aiutarci a riflettere sul carico dei compiti: ciò che appare equilibrato nella singola materia può diventare eccessivo quando viene sommato alle altre richieste.

    Il lavoro collegiale permette quindi di evitare sovrapposizioni e di dare maggiore coerenza al percorso.

    Guardare il carico dal punto di vista del bambino significa ricordare che, per lui, le discipline non arrivano separate: diventano un’unica esperienza scolastica.

    Compiti a casa. Insegnanti della scuola primaria durante una programmazione settimanale sui compiti a casa, il carico scolastico e l’autonomia degli alunni.

    Quando i compiti a casa diventano apprendimento

    Arrivati a questo punto, credo che la questione non sia più stabilire se i compiti a casa siano giusti o sbagliati.

    La domanda è un’altra: quando diventano realmente utili all’apprendimento?

    Lo diventano quando hanno una finalità chiara, rispettano l’età e le competenze del bambino e tengono conto del tempo che ha a disposizione.

    Servono insegnanti capaci di progettare e confrontarsi tra loro. Serve una famiglia che accompagni senza sostituirsi. Quando necessario, servono educatori, servizi e risorse del territorio.

    Servono poi strumenti concreti: un metodo di studio, tempi sostenibili, feedback, motivazione e possibilità di ricevere aiuto.

    Il bambino non deve essere lasciato solo davanti a una richiesta che non sa ancora gestire. Nello stesso tempo, l’adulto deve progressivamente permettergli di assumersi la responsabilità del proprio lavoro.

    È in questo equilibrio che può nascere l’autonomia.

    Un compito, da solo, non educa e non garantisce apprendimento. Diventa educativo quando ha un senso, quando è adeguato al bambino che lo riceve e quando fa parte di un percorso pensato per aiutarlo a crescere nelle proprie competenze.

  • Il rientro a casa è un momento educativo?

    Il rientro a casa è un momento educativo?

    Il rientro a casa tra saluti, emozioni e ascolto: come accogliersi in famiglia e riconoscere il valore educativo dei piccoli gesti quotidiani.

    Il rientro a casa comincia così: una porta si apre, uno zaino viene gettato a terra. «Finalmente!» Dopo tante ore a scuola, anche togliersi le scarpe può essere un sollievo. C’è chi sbuffa e si lascia cadere sul divano. Altri cercano una voce familiare o corrono verso un abbraccio. Qualcuno ha bisogno, prima di tutto, di stare un po’ per conto proprio.

    Più tardi, un’altra chiave gira nella serratura. Rientra un genitore, con il cellulare ancora in mano. Forse sta finendo una telefonata. Oppure ripensa a una riunione difficile, a un problema rimasto in sospeso. È a casa, ma ha ancora la testa altrove.

    Adesso la famiglia è di nuovo insieme. Qualcuno cerca attenzione, qualcun altro ha bisogno di fermarsi un momento. C’è da ritrovare un ritmo comune.

    Il rientro a casa non è quindi soltanto un orario nell’organizzazione familiare. È una transizione tra sistemi relazionali differenti. Dalla scuola alla famiglia, dal lavoro alla casa, dalla dimensione pubblica a quella più intima.

    Ed è proprio in questa soglia quotidiana che può entrare uno sguardo pedagogico.

    Rientro a casa: il «travaso» delle emozioni

    Le emozioni della giornata possono accompagnarci anche al rientro a casa.

    Per approfondire il rientro a casa, ho cercato studi sul legame tra esperienze quotidiane e relazioni familiari. Ho incontrato così il concetto di spillover, che possiamo immaginare come un “travaso” di esperienze, emozioni e tensioni da un contesto all’altro.

    Mi sono soffermata su uno studio pubblicato su Social Development, che ha seguito 47 famiglie per otto settimane. Genitori e figli compilavano diari quotidiani; i ragazzi avevano tra 8 e 13 anni.

    Nelle giornate con più difficoltà scolastiche, i ragazzi raccontavano di vivere più conflitti con i genitori. Lo stesso collegamento non emergeva dai racconti degli adulti.

    Ho ritrovato un legame simile in una seconda ricerca, dedicata alle tensioni lavorative. Qui erano i genitori a riferire la propria esperienza. Nelle giornate con rapporti più stressanti al lavoro, si descrivevano meno affettuosi, attenti e teneri verso i figli.

    Leggendo queste ricerche, mi sono chiesta quanto la giornata trascorsa possa pesare sul modo in cui ci ritroviamo in famiglia. E, soprattutto: come accogliere chi torna con una giornata ancora da elaborare?

    Rientro a casa: prima delle domande, il riconoscimento

    Nel momento del rientro a casa siamo spesso concentrati su ciò che dobbiamo fare e sapere:

    «Hai mangiato?»

    «Che cosa hai fatto oggi?»

    «Hai dei compiti?»

    Sono domande legittime. Ma, prima delle informazioni e delle incombenze, una famiglia ha bisogno di riconoscersi.

    Il saluto non è una semplice formalità. È il primo gesto con cui diciamo: ti ho visto, so che sei qui.

    Pensiamo alle famiglie con bambini piccoli, dal nido ai primi anni della primaria. È naturale accogliere un figlio che corre incontro con entusiasmo. Dopo quell’abbraccio, però, anche l’altro adulto deve diventare visibile: il partner, un nonno, una nonna o una tata.

    Quella persona ha condiviso una parte della giornata con il bambino. Può avere qualcosa da raccontare e ha bisogno, a sua volta, di essere accolta e ascoltata.

    Si può cercare il suo sguardo, salutarla, chiederle come sta. Tra i partner, un bacio o un abbraccio possono esprimere il piacere di ritrovarsi.

    Al rientro a casa, questi gesti comunicano qualcosa di importante: questa famiglia non ruota attorno a un unico individuo, ma vive dentro una rete di legami.

    Non è una gerarchia di valore. La coppia genitoriale, quando esiste, e gli adulti che condividono una responsabilità educativa hanno bisogno di riconoscersi. Il bambino può così sentirsi profondamente amato senza essere posto nella faticosa posizione di unico centro emotivo della famiglia.

    Appartenere non significa essere “tutto” per qualcuno. Significa essere una parte preziosa di un noi.

    Quando il racconto ha bisogno di tempo

    Al rientro a casa, spesso abbiamo già in mente quello che c’è da fare. E così arrivano le indicazioni: «Lavati le mani», «Togli le scarpe».

    Sono richieste comprensibili. Un’abitudine dovrebbe diventare parte della routine senza trasformare ogni rientro in una sequenza di ordini.

    A volte bastano pochi minuti per posare lo zaino, bere e ritrovare il proprio spazio: un tempo di decompressione. Non significa rinunciare alle regole, ma riconoscere che anche il passaggio da un ambiente all’altro richiede tempo.

    Questa attenzione ai tempi dei figli riguarda anche le domande.

    Nell’articolo Chiedere “Ciao, come stai?”: parole che educano, mi sono interrogata sul valore di una domanda semplice. Al rientro a casa, spesso abbiamo voglia di sapere com’è andata. Nostro figlio, però, potrebbe non avere ancora voglia di parlare e sentirsi preso alla sprovvista.

    «Com’è andata oggi?»

    «Bene.»

    Una risposta breve non dimostra necessariamente disinteresse. Il bambino può essere stanco, non sapere da dove cominciare o voler stare in silenzio. Anche un «niente» può essere una risposta abituale o esprimere difficoltà a raccontare. Crescendo, può diventare più forte il desiderio di scegliere cosa condividere e quando.

    Davanti a un «niente» possiamo allora lasciare aperta una porta:

    «Va bene. Se più tardi avrai voglia di raccontarmi qualcosa, io ci sono.»

    L’ascolto del genitore non si esaurisce nella domanda iniziale: continua nell’osservazione e nella capacità di riconoscere il momento in cui il figlio torna verso di lui.

    L’interesse rimane, ma non diventa interrogatorio. E il racconto può arrivare dopo, magari quando abbiamo smesso di chiederlo.

    Il rientro a casa del bambino piccolo: il corpo racconta

    Il Center on the Developing Child di Harvard descrive il serve and return come uno scambio nel quale il bambino invia segnali e l’adulto li riconosce e risponde. Sguardi, gesti, vocalizzazioni e pianto diventano parte della comunicazione.

    Al rientro a casa, un bambino piccolo può correre incontro all’adulto oppure cercare subito un angolo tranquillo. Può chiedere di essere preso in braccio, piangere, non voler togliere la giacca o mettersi a giocare senza raccontare nulla. Anche questi comportamenti comunicano qualcosa, prima ancora delle parole.

    Senza interpretare subito ciò che prova, possiamo partire da quello che vediamo e offrirgli vicinanza:

    «Ti vedo un po’ silenzioso, oggi.»

    «Ti posso fare una coccola?»

    Poi può bastare stare insieme. Un gioco, un disegno, la merenda o una carezza possono creare quello spazio nel quale, poco alla volta, emerge qualcosa della giornata vissuta.

    Il rientro a casa nella scuola primaria: dalla cronaca all’esperienza

    Crescendo, il bambino sviluppa una maggiore capacità di dialogo e riesce a raccontare ciò che vive, se vuole.

    Al rientro a casa, una domanda molto ampia come:

    «Che cosa hai fatto oggi?»

    può ancora ricevere un semplice «niente» oppure un elenco di attività.

    Possiamo invitarlo a ricordare un momento preciso:

    «C’è stato qualcosa che ti è piaciuto oggi?»

    Oppure provare con una domanda giocosa:

    «Che colore daresti alla tua giornata?»

    Non serve proporle tutte e nemmeno farlo ogni giorno. Una domanda autentica vale più di una sequenza preparata. Spesso il racconto nasce mentre si fa altro: durante la merenda, camminando, disegnando, apparecchiando insieme o commentando qualcosa che si sta guardando.

    Il rientro a casa dell’adolescente: esserci senza invadere

    Già dalla preadolescenza crescono il bisogno di autonomia e quello di riservatezza. Anche un ragazzo abituato al dialogo può attraversare momenti nei quali parla meno e sceglie con maggiore attenzione che cosa condividere.

    L’autonomia, però, può crescere insieme alla relazione. In uno studio pubblicato sul Journal of Adolescence, il sostegno materno all’autonomia era associato a una maggiore disponibilità degli adolescenti a raccontare spontaneamente aspetti delle proprie amicizie. Lasciare spazio può quindi convivere con una relazione nella quale il ragazzo continua a cercare il confronto.

    Con l’autonomia cambia anche il rientro a casa. Il ragazzo può arrivare da solo e trovare la casa vuota. Mangia qualcosa, va in camera, studia, ascolta musica, gioca o resta davanti a uno schermo.

    Quando più tardi rientra il genitore, il ragazzo è già immerso nel proprio pomeriggio. Non è detto che abbia voglia di interrompersi e raccontarsi proprio in quel momento.

    Prima di fare domande, l’adulto può offrire qualcosa di sé. Mentre si cambia o sistema le proprie cose, può raccontare un piccolo episodio della giornata, senza aspettarsi una risposta immediata.

    Con un adolescente resta importante osservare come occupa il suo tempo. Riesce a lasciare ciò che sta facendo? Cerca la presenza degli altri oppure tende a rimanere a lungo isolato?

    Non significa controllarlo, ma accorgersi di come sta e, quando serve, accompagnarlo verso uno spazio condiviso.

    Una frase semplice può già diventare un’apertura:

    «Quando hai finito, vieni in cucina che prepariamo la cena insieme.»

    Rispettare la sua autonomia significa anche continuare a esserci.

    Rientro a casa. Un padre invita il figlio adolescente, seduto alla scrivania con le cuffie, a raggiungerlo in cucina per preparare la cena insieme; accanto a lui c’è la sorellina più piccola.

    E quando è il genitore a rientrare?

    Anche il genitore può entrare in casa stanco, preoccupato, irritato o ancora con la testa al lavoro.

    Per questo una parte del rientro a casa comincia, forse, prima di aprire “quella porta”. Il tragitto può diventare un tempo di decompressione: respirare, lasciare sedimentare ciò che è accaduto, riconoscere il proprio stato emotivo. Non per negare la fatica, ma per non consegnarla immediatamente a chi ci aspetta.

    Quando in casa c’è il partner, ritrovarsi riguarda anche la coppia e la responsabilità educativa condivisa.

    Se c’è un problema con un figlio, può essere utile confrontarsi prima tra adulti. Poi è importante parlarne insieme con lui, con entrambi i genitori presenti e disponibili ad ascoltare il suo punto di vista. L’obiettivo è comprendere ciò che è accaduto e cercare insieme come affrontare la situazione, evitando messaggi contraddittori o un discorso a senso unico.

    Nelle famiglie monogenitoriali può mancare un adulto con cui condividere subito stanchezza e preoccupazioni. È importante distinguere ciò che può essere condiviso con i figli da ciò che richiede un confronto con una persona adulta di fiducia o, quando serve, con un professionista.

    Qualunque sia la configurazione familiare, il modo in cui l’adulto porta dentro casa la propria fatica fa la differenza.

    C’è differenza tra dire:

    «Non ne posso più. Possibile che qui non facciate mai niente?»

    e dire:

    «Oggi sono molto stanca. Ho bisogno di qualche minuto per riprendermi e poi ci ritroviamo.»

    Nel secondo caso la fatica viene nominata, ma non scaricata sugli altri.

    Se capita di rispondere male, possiamo tornare su quel momento:

    «Prima ero nervosa e ti ho risposto male. Mi dispiace.»

    Anche questo è un atto educativo: riconoscere le proprie emozioni, assumersi la responsabilità delle parole dette e cercare di riparare la relazione quando abbiamo ferito l’altro.

    Rientro a casa: un rituale per ritrovarsi

    Sì, il rientro a casa è un momento educativo. Rientrare non cancella la giornata vissuta. La chiusura o l’irritazione di un figlio possono esprimere una fatica nata altrove. Anche l’adulto porta con sé le proprie emozioni: riconoscerle è parte della sua responsabilità nel preparare l’incontro.

    Un piccolo rituale può aiutarci a ritrovarci. Un saluto, un abbraccio, una merenda o qualche minuto insieme in cucina. È soprattutto l’adulto a coltivare questi gesti, fin da quando i figli sono piccoli. Le abitudini cambieranno con la crescita, ma potranno conservare un significato: sono qui, siamo di nuovo insieme.

    In questo incontro c’è spazio per ciò che è stato difficile e per ciò che ha fatto stare bene. Possiamo riconoscere una piccola soddisfazione, un aiuto ricevuto, una difficoltà affrontata.

    Spetta a noi adulti aiutare i figli a riconoscere le proprie risorse e a trovare fiducia nelle proprie possibilità.

    Anche raccontando qualcosa di buono della nostra giornata, possiamo offrire questo sguardo.

    Il percorso Pedagogista in Casa nasce dalla mia esperienza professionale e personale. Credo che uno sguardo pedagogico esterno possa aiutare la famiglia a osservare questi momenti e a riflettere sulle proprie relazioni.

    Prevenire con Cura, Supportare con Passione

  • Pedagogista in Casa: un cambiamento di paradigma

    Pedagogista in Casa: un cambiamento di paradigma

    Pedagogista in Casa: un cambiamento di paradigma. Una cultura dell’accompagnamento educativo da costruire insieme alle famiglie nella quotidianità.

    Un cambiamento ancora da costruire

    Quando ho immaginato Pedagogista in Casa, pensavo che il cambiamento consistesse soprattutto nel luogo dell’incontro: non è la famiglia a entrare nello studio della professionista, ma è la pedagogista ad avvicinarsi alla famiglia, nel suo contesto di vita.

    Oggi penso che il cambiamento sia più profondo. Non riguarda soltanto il luogo della consulenza, ma il modo stesso di considerare il sostegno alla genitorialità. Una famiglia può scegliere di confrontarsi con una professionista anche senza trovarsi in una situazione di crisi: per comprendere ciò che sta vivendo, attraversare un cambiamento o costruire con maggiore consapevolezza il proprio modo di essere famiglia.

    È il passaggio dall’intervento richiesto quando la difficoltà è già diventata un problema a una cultura della prevenzione e dell’accompagnamento educativo nella quotidianità.

    Questo cambiamento di paradigma non è ancora compiuto. Chiedere un sostegno pedagogico viene ancora associato troppo spesso all’idea di non essere capaci o di aver sbagliato. Eppure, aprirsi al confronto può essere un atto di responsabilità e di cura.

    Due sguardi si incontrano: la famiglia porta il sapere della propria storia, la professionista offre competenze educative e una prospettiva differente. Insieme possono riconoscere bisogni e risorse e osservare nel tempo ciò che cambia.

    Diario di una Viaggiatrice delle Esperienze

    Nel mio primo articolo dedicato a Pedagogista in Casa ho raccontato come nasce il progetto e il percorso di accompagnamento alle famiglie. Qui racconto che cosa è accaduto dopo.

    Hai mai sentito un sogno cambiare rotta proprio mentre ti sembrava vicino?

    È quello che è successo a me.

    Quando ho provato a trasformare Pedagogista in Casa in una proposta concreta, ho incontrato una difficoltà che non avevo considerato abbastanza: come raccontare alle famiglie una figura professionale che conoscono ancora poco?

    Il pediatra ha un posto chiaro nella vita delle famiglie e anche lo psicologo è ormai una figura professionale conosciuta e interpellata.

    Ma la pedagogista?

    La pedagogista è una professionista dell’educazione e dei processi di crescita.

    Il suo sguardo è pedagogico: riguarda relazioni educative, autonomie, passaggi evolutivi e difficoltà che possono emergere nella quotidianità.

    Non formula diagnosi cliniche né si sostituisce al pediatra, allo psicologo o ad altri professionisti sanitari.

    Anche la consulenza pedagogica avviene spesso in uno studio, dove la famiglia racconta ciò che sta vivendo e si costruiscono possibili strategie. Con Pedagogista in Casa ho scelto un passo diverso: non portare lo studio nell’abitazione della famiglia, ma entrare nel suo contesto di vita.

    Perché una famiglia vive nei compiti, nella cena, nelle corse del mattino, nelle regole ripetute, nei conflitti, nelle risate e negli equilibri costruiti giorno dopo giorno.

    Non entro in casa per osservare soltanto il bambino, ma per incontrare il sistema famiglia.

    Un bambino cresce dentro una rete di relazioni. E anche ogni genitore cresce con lui. Non dico ai genitori come devono essere: li aiuto a osservare ciò che accade, riconoscere le proprie risorse e individuare nuove possibilità.

    È qui che ho incontrato il vero muro: prima ancora di proporre un servizio, occorre contribuire a costruire una cultura della consulenza pedagogica familiare nel contesto domiciliare.

    Come aiutare le famiglie a capire che possono rivolgersi a una pedagogista anche prima che una difficoltà diventi un problema?

    Pedagogista in Casa: che cosa cambia rispetto allo studio?

    Nella consulenza in studio, il racconto della famiglia è prezioso: esprime punti di vista, emozioni e significati. Anche le interazioni durante l’incontro offrono elementi di osservazione.

    Con Pedagogista in Casa, il sostegno alla genitorialità parte dall’ascolto e si arricchisce di un’altra possibilità: osservare la quotidianità nel luogo in cui realmente accade.

    L’incontro può avvenire in salotto, in cucina o nella camera dei bambini. Posso incontrare un genitore da solo oppure osservare alcuni momenti condivisi con i figli, a seconda del percorso costruito insieme.

    Gli spazi raccontano i ritmi, le abitudini, i gesti, i modi di comunicare, le autonomie, le fatiche e le risorse della famiglia: aspetti che, raccontati a distanza, possono essere più difficili da cogliere.

    Questo non significa che ciò che una famiglia racconta sia meno vero. Il suo punto di vista rimane indispensabile. L’osservazione nel contesto aggiunge un altro sguardo: permette di avvicinarsi alla complessità della situazione e di formulare ipotesi pedagogiche più aderenti alla vita reale di quella famiglia.

    Vedere non significa poter agire su tutto. E, soprattutto, non significa giudicare.

    Significa osservare prima di proporre. Fare domande. Comprendere quali dinamiche stanno funzionando e quali stanno creando fatica. Costruire insieme piccoli cambiamenti sostenibili e verificare nel tempo che cosa accade.

    È questa la competenza che ho maturato nell’educativa domiciliare e che oggi porto nel progetto: entrare nella quotidianità senza invaderla, avvicinarmi alle relazioni senza sostituirmi alle persone che le vivono, guardare il bambino dentro il sistema nel quale cresce e accompagnare i genitori a riconoscersi come protagonisti consapevoli della propria funzione educativa.

    Pedagogista in Casa: sostegno alla genitorialità

    Il servizio Pedagogista in Casa offre un sostegno alla genitorialità nella quotidianità. Partiamo dalle situazioni che la famiglia vive ogni giorno e scegliamo insieme su quali lavorare.

    Il percorso può coinvolgere quattro ambiti strettamente collegati:

    1. Coppia genitoriale: coltiviamo il confronto e la complicità tra i genitori, mettendo a fuoco aspettative, priorità e scelte educative. L’obiettivo è costruire accordi sostenibili e una direzione condivisa.
    2. Comunicazione tra genitori e figli: osserviamo parole, gesti e comportamenti nella quotidianità, cercando modalità di comunicazione, limiti e routine adeguati all’età dei figli.
    3. Sistema famiglia: osserviamo la famiglia come una rete di relazioni, in cui il cambiamento di una persona può influenzare anche gli altri componenti. Una difficoltà non viene quindi letta isolatamente, ma dentro gli equilibri dell’intero gruppo familiare.
    4. Rete educativa: consideriamo anche il rapporto con nonni, scuola e altre figure significative, mettendo a fuoco ruoli, responsabilità e possibilità di collaborazione.

    Non è terapia. È un percorso educativo che sostiene consapevolezza, comunicazione, abitudini e alleanze.

    Le scelte educative nella vita quotidiana

    Non esistono indicazioni valide allo stesso modo per tutte le famiglie. Nel percorso Pedagogista in Casa osserviamo alcuni momenti della quotidianità e cerchiamo insieme soluzioni adatte all’età dei figli, alle relazioni e all’organizzazione familiare.

    • Un accordo, due voci: i genitori possono avere sensibilità e modi diversi di educare. Prima di parlare ai figli è utile fermarsi e confrontarsi, magari a fine giornata, per ripensare a ciò che è accaduto e scegliere insieme quali riferimenti offrire. Non significa essere sempre d’accordo, ma affinare nel tempo un modello educativo condiviso.
    • Parole e routine comprensibili: messaggi brevi, comportamenti coerenti e sequenze riconoscibili possono rendere più sereni momenti come i pasti, il sonno, lo studio o la conclusione di un gioco.
    • Presenza e autonomia: accompagnare significa comprendere quando sostenere un figlio e quando lasciargli lo spazio per provare, affrontare piccole difficoltà e chiedere aiuto.
    • Ruoli e confini chiari: genitori, nonni, scuola e altre figure di riferimento possono collaborare definendo responsabilità, tempi e disponibilità, nel rispetto del ruolo e dei limiti di ciascuno.

    L’obiettivo del sostegno alla genitorialità non è costruire una famiglia perfetta, ma aiutare i genitori a compiere scelte educative più consapevoli, sostenibili e modificabili nel tempo.

    Una domanda scomoda: quale modello di famiglia state costruendo?

    Il vostro o quello da cui provenite?

    «Il nostro, naturalmente!» verrebbe da rispondere.

    Eppure, nelle scelte quotidiane possono riaffiorare abitudini e aspettative che abbiamo ereditato senza accorgercene.

    Le famiglie d’origine ci trasmettono memorie, valori e modi di vivere le relazioni. A questi si aggiungono gli esempi degli amici, i libri, i consigli e le indicazioni della scuola. Informarsi e confrontarsi è prezioso.

    Il passaggio successivo è scegliere che cosa fare proprio, tenendo conto dei bisogni della propria famiglia.

    Pensiamo a quando proponiamo a un figlio un’attività dicendo: «Da piccolo la facevo anch’io». Può essere un gesto affettuoso.

    Vale però la pena chiedersi: stiamo lasciando spazio anche ai suoi interessi e al suo modo di essere?

    Costruire una famiglia significa anche questo: riconoscere ciò che ci ha formati, decidere che cosa custodire e trovare il coraggio di trasformare ciò che non risponde ai bisogni presenti.

    Qui entrano in gioco la creatività e la passione: nel costruire un modo di essere famiglia che vi somigli e possa crescere con voi.

    Il confronto con altri genitori, anche in gruppi accompagnati da professionisti, o con una Pedagogista in Casa può aiutare a riconoscere abitudini e aspettative che dall’interno è difficile vedere.

    Per approfondire lo sguardo pedagogico sulla famiglia, rimando a Re-inventare la famiglia di Laura Formenti.

    Pedagogista in casa. Un cambiamento di paradigma. Due adulti intrecciano i fili di una casa mentre le mani di un bambino partecipano alla costruzione.

    Siete pronti a conoscere la Pedagogista in Casa?

    Alle famiglie

    Se cercate un sostegno alla genitorialità, possiamo partire da un incontro conoscitivo: un’occasione per raccontarmi ciò che state vivendo e valutare insieme quale percorso possa rispondere meglio ai vostri bisogni, sia per giovani famiglie sia per famiglie con adolescenti.

    Non occorre aspettare una crisi.

    Possiamo iniziare dalle domande e dalle scelte educative che vi accompagnano ogni giorno.

    La vostra famiglia ha radici nelle storie che portate e prende forma nelle scelte che fate insieme. Con la libertà di custodire, cambiare e inventare un modo di crescere che vi somigli.

    Alle pedagogiste, ai pedagogisti e ai professionisti dell’educazione

    Pedagogista in Casa è un progetto aperto al confronto.

    Quali competenze servono per accompagnare una famiglia nel suo contesto di vita?

    Come definiamo i confini dell’intervento e valutiamo insieme alla famiglia ciò che cambia?

    Vorrei discuterne con colleghi, a partire dalle nostre esperienze, per sviluppare il metodo e costruire possibili collaborazioni.

    L’invito è rivolto anche alle giovani pedagogiste e ai giovani pedagogisti: le vostre domande e prospettive possono contribuire al suo sviluppo.

    Se questa proposta vi interessa, scrivetemi: possiamo partire da un primo colloquio. Mi piacerebbe che esperienzanarrata diventasse anche uno spazio in cui costruire questo confronto.


    Il cambiamento di paradigma proposto da Pedagogista in Casa nasce dall’incontro tra le storie vissute dalle famiglie e le competenze di chi sceglie di accompagnarle.

    Forse è proprio da qui che possiamo iniziare: da uno sguardo capace di entrare nella quotidianità senza giudicarla, di riconoscerne le risorse e di costruire, insieme, nuovi modi di crescere come famiglia.

    Prevenire con Cura, Supportare con Passione

  • Viaggio in Marocco: cambiare abitudini e ritrovare il senso

    Viaggio in Marocco: cambiare abitudini e ritrovare il senso

    Un viaggio in Marocco di 15 giorni tra città, deserto e incontri: un’esperienza nata in un momento difficile per cambiare abitudini e ritrovare senso

    Perché ho scelto un viaggio in Marocco

    Sono partita per il Marocco in un momento critico della mia vita. Ad agosto mi sarei probabilmente trovata sola. Sentivo il bisogno di dare una forma diversa alle giornate e realizzare un desiderio rimandato: viaggiare, conoscere luoghi e culture differenti dalla mia.

    Non cercavo di dimenticare ciò che stavo vivendo. Volevo dare un nuovo senso al tempo, cominciando da un cambiamento nelle mie abitudini.

    Ho scelto il viaggio sapendo che partire richiede risorse, tempo e condizioni personali che non tutti hanno. Per me è stata una possibilità concreta in quel momento. Affrontare un periodo difficile può richiedere scelte diverse, anche all’interno della propria quotidianità.

    Dal 7 al 21 agosto ho attraversato città, montagne, oasi, deserto e costa atlantica, insieme ai miei compagni di viaggio.

    Questo è il primo articolo di esperienzanarrata nel mondo. Per scriverlo ho ripreso le fotografie, le registrazioni delle guide e gli appunti raccolti lungo il percorso. Racconto alcuni luoghi e incontri, intrecciando le parole ascoltate con ciò che ho vissuto.

    Approfondirò le singole tappe nei video su YouTube, attraverso le fotografie e la mia voce.

    Viaggio in Marocco: quindici giorni con un gruppo di sconosciuti

    Per questo viaggio in Marocco ho scelto Avventure nel Mondo. Era la mia prima esperienza con questa formula. Il gruppo era composto da quindici partecipanti e un coordinatore, provenienti da Lombardia, Piemonte, Lazio, Campania e Puglia.

    La mattina della partenza, Tiziana, una cara amica, mi ha accompagnata presto alla stazione Bovisa. Un caffè, un selfie e una risata, poi il treno per Malpensa. A Casablanca ho cenato con i compagni partiti da Milano. Tra tajine, cous cous, dolci e tè alla menta ho cominciato ad associare i nomi ai volti. A mezzanotte sono arrivati gli altri.

    Per quindici giorni ho condiviso con loro pulmino, camere, orari, decisioni e stanchezza. Li ho conosciuti poco alla volta, ciascuno con la propria storia e le proprie abitudini. Sono emerse anche tensioni, affrontate nel gruppo con la volontà di continuare a stare insieme.

    Per me, che sono una solitaria, è stato un esercizio e una sfida personale. Ho dovuto accettare comportamenti diversi dai miei, esprimere un disagio e ascoltare gli altri. Il coordinatore curava l’organizzazione; la convivenza dipendeva da ciascuno di noi. È presto per parlare di nuove amicizie. Intanto stiamo cercando di combinare un incontro per rivederci.

    Anche l’autista marocchino, un giovane uomo, ha avuto un ruolo importante. Ci ha accompagnati per tutto il viaggio, consigliando ristoranti e tappe che conosceva personalmente. Con lui abbiamo condiviso momenti di leggerezza, ascoltando musica marocchina, italiana e internazionale. Si è integrato nel gruppo, conservando riservatezza e semplicità. Non siamo riusciti a coinvolgerlo oltre l’orario lavorativo; la sera ritrovava il proprio spazio tra le persone del posto. Ho apprezzato la sua disponibilità senza protagonismo.

    Viaggio in Marocco: la moschea Hassan II a Casablanca

    «Bisogna viaggiare e fare domande per capire la verità della gente.»

    Era l’8 agosto. La moschea Hassan II è stata la prima tappa del nostro viaggio in Marocco e l’unica visita a Casablanca. Siamo arrivati presto: c’erano pochi turisti e l’immensa spianata era ancora tranquilla. Abbiamo camminato e fotografato senza folla, godendoci quello spazio aperto sull’Atlantico.

    La guida che ci ha accompagnato in questo luogo alternava spiegazioni, aneddoti e battute in italiano. Appena entrati, ci ha fatto notare che parte della moschea poggia sul mare, sostenuta da giganteschi pilastri in cemento armato. Intorno, stucchi e legno di cedro lavorati a mano. Ci raccontava anche del contributo italiano nella lavorazione del marmo, nelle porte in titanio e nei lampadari di Murano.

    Secondo il suo racconto, la costruzione richiese sei anni e mezzo. Operai e artigiani lavorarono giorno e notte, su tre turni. Anche la popolazione contribuì al finanziamento dell’opera voluta da Hassan II.

    Mi ha colpito soprattutto la spiegazione del tetto centrale scorrevole, che si apre in cinque minuti. Con l’apertura cambiano luce, colori e aria: i fedeli rimangono nella moschea, ma pregano sotto il cielo.

    Nella sala delle abluzioni, la guida ci ha mostrato i gesti della purificazione prima della preghiera. Pur non essendo musulmana, ho percepito la forza di una fede vissuta nei gesti, nel silenzio e nel raccoglimento del corpo.

    La guida raccontava la convivenza e il dialogo tra religioni diverse in Marocco. Nelle sue parole ho ritrovato esperienze vissute con famiglie e bambini musulmani, nel lavoro educativo domiciliare e a scuola. Nella quotidianità avevamo saputo condividere le nostre fedi e rispettarci, costruendo relazioni anche attraverso le differenze. Ascoltandola, ripensavo a quelle persone: il dialogo di cui parlava aveva per me volti e storie precise.

    Viaggio in Marocco: Rabat, la Torre Hassan e il Mausoleo di Mohammed V

    A Rabat, davanti al Mausoleo di Mohammed V, abbiamo ascoltato la storia delle guardie a cavallo. La guida ci ha spiegato che sono militari e che questo incarico si tramanda spesso di generazione in generazione. Ciascuno può, però, scegliere se continuare la tradizione. Cavallo e cavaliere vengono sostituiti dopo circa un’ora e mezza di servizio. Dietro quelle figure solenni prendevano così forma storie familiari e scelte personali.

    Il mausoleo custodisce le tombe di Mohammed V e dei suoi figli, re Hassan II e il principe Moulay Abdallah. Marmo, legno scolpito, stucchi e decorazioni geometriche richiamano la tradizione artigiana marocchina. La guida ci ha raccontato anche della presenza di materiali italiani, tra cui il marmo di Carrara e il travertino. Ufficio del turismo marocchino

    Nel suo racconto è tornato il rapporto di Mohammed V con gli ebrei marocchini, che lo ricordano come un sovrano protettore. Questa memoria rimane forte, mentre il suo ruolo durante il regime di Vichy è oggetto di dibattito storico. Il Marocco era allora sotto protettorato francese. Nel 1940 e nel 1941 furono promulgati decreti antiebraici, nel quadro delle politiche discriminatorie del regime di Vichy. Approfondimento storico

    Poco distante, la Torre Hassan e le file di colonne raccontavano, invece, un progetto interrotto. La torre avrebbe dovuto essere il minareto di un’immensa moschea, voluta nel XII secolo dal sovrano almohade Yaʿqūb al-Mansūr. Alla sua morte, nel 1199, i lavori si fermarono. Secoli dopo, il terremoto di Lisbona del 1755 danneggiò ulteriormente il complesso. Oggi la torre incompiuta e le colonne sulla spianata permettono ancora di intuire le dimensioni dell’edificio progettato. La storia della Torre Hassan

    Rabat diventa capitale

    Dopo il periodo almohade, Rabat attraversò una lunga fase di declino. La sua rinascita politica arrivò nel 1912, con l’inizio del Protettorato francese. Secondo la nostra guida, i francesi preferirono Rabat a Fès soprattutto per il clima più mite, grazie alla vicinanza dell’Atlantico, e per una struttura urbana più semplice da controllare rispetto all’intricata medina di Fès.

    La città moderna venne costruita accanto a quella antica, senza cancellarla. È proprio questo dialogo tra passato arabo-musulmano e urbanistica del Novecento ad aver contribuito al riconoscimento di Rabat come Patrimonio dell’Umanità UNESCO.

    Siamo poi entrati nella Kasbah degli Oudayas, nata in posizione strategica per controllare il territorio, il fiume Bouregreg e l’accesso dal mare. In seguito accolse anche popolazioni provenienti dalla penisola iberica.

    Lungo il Bouregreg, che separa Rabat da Salé, il paesaggio cambia ancora. Qui la capitale contemporanea si esprime attraverso nuovi edifici e soprattutto nel Grand Théâtre de Rabat, progettato da Zaha Hadid, con forme fluide ispirate proprio al movimento del fiume.

    In questa tappa del viaggio in Marocco, le parole della guida sembravano unire due immagini della stessa città. Da una parte, la cittadella costruita per difendersi; dall’altra, una capitale che continua a trasformarsi, senza rinunciare alla propria storia.

    Chefchaouen e Volubilis: tra azzurro e pietra

    Siamo arrivati a Chefchaouen la sera, stanchi, senza riuscire davvero a coglierne l’atmosfera. La mattina seguente ci siamo alzati presto e la città si è mostrata in tutta la sua particolarità. Case, porte, scale e vicoli declinati nelle diverse tonalità dell’azzurro spiegano immediatamente perché sia conosciuta come la “città blu”. Camminare nella sua medina ha qualcosa di suggestivo, quasi irreale: è come entrare in un paese delle fiabe.

    A Volubilis la visita, purtroppo, è stata breve. Avremmo dovuto soffermarci maggiormente per scoprirne la storia, mentre il nostro passaggio si è limitato quasi a un attraversamento tra i ruderi, davanti ai mosaici, alle colonne ancora in piedi e a quelle distese a terra.

    Volubilis fu un importante centro della Mauretania Tingitana romana, ma la sua storia comprende culture precedenti e successive alla presenza romana. È sicuramente un luogo da visitare la mattina presto, soprattutto per chi ama l’archeologia e la storia.

    La valorizzazione di questo territorio mi è sembrata ancora in divenire, e forse proprio per questo avrei desiderato fermarmi più a lungo, per comprendere meglio ciò che quelle pietre ancora raccontano.

    Fès: nella medina e alle concerie Chouara

    A Fès abbiamo incontrato una città viva, operosa e complessa. Nella sua medina, Patrimonio dell’Umanità UNESCO, ho capito quanto fosse preziosa la presenza della guida. Senza di lei, tra strettoie, passaggi e continui incroci, sarebbe stato facilissimo perdere l’orientamento.

    Ci ha mostrato anche alcuni piccoli segnali utilizzati nella medina: il cartello esagonale indica un vicolo cieco, mentre altri simboli aiutano a riconoscere le vie di passaggio. Dettagli che, in una città così intricata, diventano parte del modo di leggerla e attraversarla.

    Alle concerie Chouara, però, la bellezza dei colori ha lasciato spazio a un’impressione più profonda. Durante la nostra visita prevalevano tonalità beige, marroni e grigie. La guida ci ha spiegato che i colori delle vasche cambiano secondo le fasi della lavorazione e anche nel corso delle stagioni. Avevo visto fotografie con colori più accesi, come l’arancione, il rosso e il rosa, che forse avrei preferito incontrare.

    L’odore, invece, è fortissimo e accompagna quasi tutta la visita.

    Ma ciò che mi ha colpito maggiormente sono stati gli uomini al lavoro, immersi nelle vasche e impegnati fisicamente nel trattamento delle pelli. È un lavoro manuale durissimo.

    Guardandoli, le borse, le cinture e le babbucce esposte nelle botteghe assumevano per me un significato diverso. Dietro un prodotto naturale come la pelle apparivano prepotentemente il tempo, il sapere artigianale e soprattutto la fatica delle persone che lo hanno realizzato.

    Forse è proprio questo che la visita mi ha lasciato: dietro la bellezza di un oggetto c’è spesso una storia di lavoro che, da lontano, non vediamo.

    La valle dello Ziz e l’incontro con un villaggio amazigh

    Lasciata Fès, il viaggio ci ha portati verso Ifrane e Midelt e poi lungo la valle dello Ziz, in direzione di Merzouga. Qui il paesaggio ha cominciato a cambiare e anche il viaggio ha assunto un ritmo diverso.

    La guida ci ha parlato, in questa parte del viaggio in Marocco, delle radici amazigh, spesso indicate in Europa con il termine “berbere”. Ci ha ricordato che l’identità marocchina non può essere definita semplicemente araba, perché nasce dall’incontro tra componenti amazigh, arabe, africane, andaluse, ebraiche ed europee.

    La lingua tamazight, profondamente legata alla storia e alle tradizioni delle comunità amazigh, è stata riconosciuta come lingua ufficiale del Marocco dalla Costituzione del 2011.

    Abbiamo soggiornato in una struttura ricettiva molto semplice, ancora in trasformazione. I proprietari stavano cercando di renderla sempre più accogliente, ampliando gli spazi e organizzando anche un ristorante. Non aveva il comfort degli alberghi incontrati in altre tappe, ma permetteva di entrare in contatto con una dimensione più essenziale del viaggio.

    La sera abbiamo condiviso una cena amazigh, accompagnata dalla musica suonata con strumenti tradizionali.

    Poco distante abbiamo visitato un villaggio amazigh, arroccato nel paesaggio. Qui abbiamo incontrato bambini e alcune persone del luogo e attraversato spazi molto lontani dalla nostra quotidianità: abitazioni semplici, pochi servizi e una vita organizzata con risorse essenziali.

    Mi sono resa conto che non tutti nel gruppo erano ugualmente pronti a questo tipo di esperienza. Anche il viaggio, in fondo, mette ciascuno davanti alle proprie aspettative, alle proprie abitudini e al proprio modo di incontrare ciò che è diverso.

    Un altro aspetto che ho notato più volte è la scarsa visibilità delle donne negli spazi dell’accoglienza. A tavola, nella gestione delle strutture e nei momenti pubblici erano soprattutto gli uomini a comparire. È un elemento sul quale tornerò più avanti nel racconto.

    Viaggio in Marocco nel deserto Erg Chebbi

    Il deserto che abbiamo incontrato è quello di Erg Chebbi, vicino a Merzouga, nel sud-est del Marocco. Era uno dei luoghi che desideravo vivere e ha rappresentato il cuore del viaggio.

    La prima sorpresa è stata quasi irreale: una piscina in mezzo alle dune. Acqua scaldata dal sole, mura tutt’intorno e, oltre, soltanto sabbia e cielo.

    Poi sono arrivati i dromedari. Il loro passo lento, quasi felpato, mi ha dato il tempo di guardare davvero. Sulla cresta di una duna, scalza, ho sentito di aver realizzato un sogno. E, nello stesso momento, che da lì sarei ripartita per continuare a costruirne altri.

    La notte ha mostrato un deserto diverso da quello immaginato. Abbiamo dormito sotto la tenda con vento, sabbia nell’aria e pioggia battente. Al mattino tutto sembrava cambiato. Le dune, modellate dal vento durante la notte, avevano nuovi profili.

    È lì che ho percepito con più forza che il deserto è movimento e cambiamento.

    Il giorno seguente siamo passati dalla lentezza del dromedario alla velocità della jeep: salite, discese, curve sulla sabbia, orizzonti che apparivano e scomparivano come in una giostra. Due modi opposti di attraversare lo stesso paesaggio: uno lascia il tempo di ascoltare, l’altro ti trascina dentro il suo movimento.

    Avrei voluto fermarmi almeno due notti: più tempo, più silenzio e più spazio per condividere. Un’esperienza che vedo anche come un’opportunità di formazione.

    So già una cosa: nel deserto voglio tornare. Forse in Marocco, forse altrove. Perché alcuni luoghi, dopo averli incontrati, non smettono di chiamarti.

    Un gruppo di persone risale il crinale di una duna per vedere l'alba

    Viaggio in Marocco: da Marrakech sulla via del ritorno

    Dopo il deserto siamo arrivati a Marrakech, una città molto più aperta, vivace e turistica rispetto ad altre tappe del viaggio. È proprio qui, dentro il mercato, che ho incontrato per caso una signora italiana che lavora da anni in questo contesto, circondata soprattutto da uomini.

    È stato un incontro breve, ma particolare. La sua storia mi ha incuriosita al punto da desiderare di conoscerla meglio e, forse, raccoglierla un giorno in una delle mie biografie pedagogiche.

    Il viaggio è poi proseguito verso Ouarzazate e Aït Ben Haddou. Nel suo ksar, antico insediamento fortificato in terra, case, torri e passaggi raccontano ancora un modo di costruire profondamente legato al territorio e alla storia del sud marocchino.

    Da lì abbiamo continuato verso l’Atlantico, passando per Essaouira, Safi ed El Jadida, prima del ritorno a Casablanca.

    Sono state tappe molto diverse tra loro e, in questa parte del racconto, voglio lasciare anche alle fotografie e ai video lo spazio per mostrarne colori, paesaggi, strade e atmosfere. Non tutto ha bisogno di essere spiegato con le parole: alcune immagini riescono a restituire meglio la sensazione di un luogo.

    Sono state le ultime tappe di un viaggio intenso, nel quale storia, paesaggi e incontri si sono continuamente sovrapposti. Ma proprio mentre il percorso si avvicinava alla fine, una domanda ha cominciato a diventare sempre più presente.

    Dove sono le donne?

    La domanda che mi sono portata a casa dal Marocco è semplice: dove sono le donne?

    Erano presenti, naturalmente, ma spesso rimanevano sullo sfondo. Nelle strutture ricettive, nei ristoranti, durante le visite e negli spazi pubblici, le persone con cui entravamo maggiormente in relazione erano quasi sempre uomini.

    Paradossalmente, proprio l’incontro con una donna italiana nel mercato di Marrakech mi ha fatto percepire con maggiore chiarezza quanto poco fossi riuscita ad avvicinare le donne marocchine.

    Avrei voluto ascoltarle. Conoscere qualcosa della loro quotidianità, del lavoro, della famiglia, delle aspirazioni e del modo in cui stanno vivendo i cambiamenti del loro Paese.

    È forse ciò che più mi è mancato in questo viaggio in Marocco.

    Il Marocco mi ha mostrato una storia straordinariamente ricca, culture che si sono incontrate nei secoli, città antiche e moderne, tradizioni ancora profondamente radicate. Credo anche che la sua evoluzione futura passerà sempre più attraverso la presenza e la voce delle donne.

    Non significa perdere le proprie origini. Un popolo può custodire la propria storia e, nello stesso tempo, trasformarsi.

    E credo che portare alla luce il femminile significhi dare spazio a una parte fondamentale della vita di un Paese: alle sue competenze, alle sue storie, alle sue possibilità.

    Forse, se tornerò in Marocco, sarà proprio questa una delle esperienze che cercherò: incontrare le donne e ascoltare ciò che hanno da raccontare.


    “Prevenire con Cura e Supportare con Passione”

  • Antonio/Yashal: la vita in musica

    Antonio/Yashal: la vita in musica

    Antonio/Yashal racconta la sua vita in musica: canzoni, cadute e nuovi inizi in un percorso autobiografico tra emozioni, rinascite e desideri.

    La musica accompagna da molti anni la vita di Antonio/Yashal. Per lui non è soltanto una passione, ma uno dei linguaggi attraverso i quali trasforma esperienze, emozioni e momenti difficili in parole e melodie.

    Nei primi tre articoli abbiamo incontrato le diverse parti della sua storia.

    In “Antonio/Yashal: tra cura, cambiamento e musica” abbiamo seguito il filo che unisce infermieristica, nutrizione, insegnamento e identità artistica.

    In “Antonio/Yashal: chi sono alla soglia dei quarant’anni?” il racconto è diventato più introspettivo, soffermandosi sulle relazioni, sul giudizio degli altri, sugli ostacoli e sull’ambizione.

    Con “Antonio/Yashal: insegnamento e nuovi inizi” siamo entrati nel mondo della scuola e nel coraggio necessario per lasciare una strada conosciuta e ricominciare.

    Anche questo articolo nasce dalle mie Interviste Biografiche, realizzate secondo il metodo delle Biografie Pedagogiche. Le risposte sono state rese più leggibili senza modificarne il significato, mantenendo il linguaggio, il ritmo e l’autenticità emotiva dell’intervistato.

    In questo quarto e ultimo articolo sarà soprattutto Yashal a prendere voce.

    Entreremo nelle canzoni nate dalle sue esperienze, nel lungo lavoro necessario per pubblicarle e nella difficoltà di trovare ascolto nel mondo musicale. Parleremo anche del ritorno alla scrittura e del desiderio di creare una musica capace di offrire leggerezza, movimento e quello che lui definisce uno “spritz emotivo”.

    Questa volta, però, sarà la musica a guidarci dentro la storia di Antonio/Yashal.

    Antonio/Yashal: la musica come autobiografia

    Nelle tue canzoni, quanto c’è della tua storia personale? Quando un’esperienza diventa musica?

    Per scrivere bisogna vivere

    Nella mia musica c’è tutto.

    Sono convinto che, se non vivi, non sai che cosa scrivere. Puoi anche provare a costruire un testo, ma se dietro non c’è un’esperienza, un’emozione o qualcosa che hai realmente attraversato, rischia di non avere né capo né coda.

    Le mie canzoni nascono quasi sempre da ciò che mi succede.

    Nella vita avrò scritto circa millecinquecento brani. Molti sono rimasti dentro un cassetto, altri hanno fatto parte di album mai pubblicati. Scrivere, per me, è sempre stato un modo per trasformare quello che provavo.

    Quando un’esperienza diventa musica riesco a raccontarla, ma anche a guardarla da una prospettiva diversa.

    Fool Like Me: raccontare una distruzione

    Il mio primo singolo, Fool Like Me, è nato dopo la fine della mia prima convivenza a Roma, successiva all’esperienza vissuta in Germania.

    In quel periodo avevo scritto un intero album. Erano una decina di canzoni molto malinconiche, perché arrivavano da una fase difficile della mia vita.

    Fool Like Me è stata l’ultima.

    Era quasi la canzone che non volevo scrivere. Continuavo a domandarmi: «La scrivo o non la scrivo? Un’altra canzone triste? Che noia».

    Alla fine l’ho scritta e, quando l’ho riletta, ho pensato: «Questa è bella. Deve uscire».

    Nel testo parlo di quanto una relazione possa prenderti e distruggerti. Sono riuscito a raccontare quella sensazione, ma attraverso una canzone costruita quasi come un ossimoro.

    Se ascolti soltanto la melodia, infatti, non penseresti mai che si tratti di un brano triste. Musicalmente è allegra, mentre le parole raccontano qualcosa di completamente diverso.

    È proprio questo contrasto a rappresentare ciò che provavo.

    A volte la sofferenza non si mostra immediatamente. Può nascondersi dietro un ritmo leggero, un sorriso o qualcosa che, apparentemente, sembra felice.

    Antonio/Yashal: quando una canzone incontra il pubblico

    Fool Like Me è stata scritta nel 2018, ma la sua lavorazione è iniziata alcuni anni dopo. Tra il lavoro, la pandemia e gli altri impegni, il percorso è stato lungo.

    Il brano è uscito l’8 aprile 2023.

    Una canzone può nascere in pochi minuti, ma farla arrivare alle persone richiede molto più tempo. Dopo la scrittura comincia la lavorazione musicale. Bisogna occuparsi della melodia, dell’arrangiamento, della registrazione e di tutto ciò che serve per pubblicarla.

    Poi arriva il momento della promozione.

    Fool Like Me è stata trasmessa da numerose radio locali italiane e mi ha permesso di partecipare a diverse interviste e di comparire in alcuni magazine.

    Non posso dire che sia diventata una canzone di grande successo, perché il successo musicale è un’altra cosa. Però è arrivata a una piccola parte di pubblico in tutta Italia ed è stata ascoltata anche all’estero.

    Per me è stato importante.

    Quel brano ha rappresentato il momento nel quale Yashal è uscito dalla dimensione privata ed è arrivato, almeno in parte, agli altri.

    La canzone si può ascoltare su Spotify, YouTube, Amazon Music, Apple Music e sulle principali piattaforme digitali.

    Una coincidenza legata al nome Yashal

    La data di pubblicazione ha portato con sé anche una coincidenza particolare.

    Tempo dopo, Facebook mi ha mostrato un vecchio ricordo. Proprio l’8 aprile di alcuni anni prima avevo condiviso la schermata di Spotify mentre ascoltavo Yashal di Elisa, la canzone dalla quale sarebbe nato il mio nome artistico.

    Anni dopo, nello stesso giorno, è uscito il mio primo singolo come Yashal.

    Quando ho visto quelle due date coincidere, ho pensato: «Allora forse doveva accadere proprio così».

    Quanto è difficile farsi ascoltare

    Quanto è difficile oggi trovare spazio nel mondo musicale?

    È molto difficile, perché ci sono tantissime persone che scrivono, cantano e cercano di farsi conoscere.

    Io, però, continuo a pensare che ci sia spazio per tutti.

    Vivo con un’idea di abbondanza che non riguarda soltanto il denaro. Parlo soprattutto di abbondanza personale.

    Mi sento ricco interiormente perché penso di avere molto da dare, ma anche moltissimo da ricevere. Cerco di mantenere aperto questo scambio: do qualcosa agli altri e, nello stesso tempo, permetto alle persone e alle esperienze di restituirmi qualcosa.

    A volte ho persino la sensazione di ricevere più di quanto riesca a dare.

    Naturalmente non basta scrivere una bella canzone per essere ascoltati. Servono tempo, occasioni, promozione e incontri con le persone giuste. Inoltre, non tutto dipende direttamente dall’artista.

    Questo è uno degli aspetti che rendono la musica più complessa rispetto ad altri obiettivi della mia vita.

    Nonostante ciò, non penso che la presenza di tanti musicisti debba diventare un motivo per smettere. Il fatto che esistano molte voci non significa che non possa esserci spazio anche per la tua voce.

    feel: una melodia malinconica per raccontare la gratitudine

    Il secondo singolo, feel, è quasi il contrario di Fool Like Me.

    In questo caso la base musicale sembra malinconica, mentre il testo è luminoso e pieno di gratitudine.

    La canzone è nata durante la quarantena per il Covid-19.

    In quel periodo lavoravo da casa. Un giorno, mentre in televisione si parlava di persone che avevano perso il lavoro e di imprenditori che non erano riusciti a sopportare il peso della crisi, mi sono fermato a pensare alla mia situazione.

    Mi sono detto: «Io sono fortunato».

    Durante una breve pausa sono nati sia il testo sia la melodia di feel. È successo quasi immediatamente.

    In quel momento ho capito che, se avessi pubblicato un secondo singolo, sarebbe stato proprio quello.

    Fool Like Me era ancora in preparazione e, nel frattempo, è iniziata anche la lavorazione di feel. Il secondo brano è poi uscito nel 2024, un anno dopo il primo.

    Dopo quella pubblicazione mi sono fermato.

    Avevo iniziato l’università e dovevo tenere insieme lo studio, il lavoro e la vita quotidiana. A un certo punto è stato necessario togliere spazio a qualcosa, e la musica è rimasta momentaneamente in attesa.

    Antonio/Yashal e il ritorno alla scrittura

    C’è una canzone che, in questo momento, senti particolarmente vicina alla tua storia?

    Dopo circa due anni senza scrivere, durante la convalescenza per il piede rotto è nata una nuova canzone.

    Si intitola One Foot Wrong, che possiamo tradurre come “un piede messo male”.

    Il titolo parte da quello che mi è accaduto, ma il brano non racconta semplicemente una frattura.

    Parla di ciò che succede quando, nella vita, metti un piede nel posto sbagliato e rischi di perdere l’equilibrio.

    Non siamo mai completamente preparati a cadere. Anche quando qualcosa va storto, però, cerchiamo di non precipitare nel vuoto e di rimanere in piedi.

    Questa canzone racconta proprio la mia capacità di rialzarmi dopo le difficoltà personali e familiari che ho attraversato.

    Nello stesso tempo esprime la voglia che sento oggi di ricominciare a ballare.

    Per questo vorrei dirigermi verso una musica più dance. In questo periodo non desidero pubblicare brani soltanto tristi o deprimenti.

    Sento che le persone hanno bisogno di leggerezza, calma e gentilezza emotiva. Hanno bisogno di quello che io chiamo, scherzando, uno “spritz emotivo”: qualcosa che faccia respirare, muovere e stare bene.

    One Foot Wrong nasce da una caduta, ma non rimane nella sofferenza.

    Racconta il desiderio di tornare in piedi e riprendere a ballare.

    Il messaggio di Antonio/Yashal a chi si sente in ritardo

    Se una persona della tua età, o anche più giovane, si sentisse in ritardo rispetto ai propri sogni, che cosa le diresti?

    Direi che non si è mai in ritardo per fare qualcosa.

    Io mi sono rimesso in gioco a trentasei anni per diventare nutrizionista e a trentotto per entrare nel mondo dell’insegnamento.

    A volte penso di avere quasi “sprecato” i vent’anni precedenti. Poi, però, mi accorgo che non è davvero così.

    Ho investito quel tempo in altre esperienze, nel lavoro, nelle relazioni e nelle convivenze. Alcune storie sono finite e non sono diventate ciò che avrei voluto, ma mi hanno aiutato a capire che cosa desideravo davvero.

    Anche l’esperienza in Germania mi ha insegnato qualcosa. Ho compreso che, almeno in quel momento della mia vita, quel luogo non era adatto a me. Forse avevo bisogno di rimanere in Italia oppure di scegliere un Paese nel quale potessi comprendere gli altri e farmi comprendere più facilmente.

    Persino una scelta che oggi non rifarei ha contribuito a mostrarmi una direzione.

    Per questo non credo che esista un’età giusta per realizzarsi.

    Esiste il momento nel quale cominci a riconoscere ciò che vuoi e trovi il coraggio di provarci.

    «Non credo che esista un’età giusta per realizzarsi.»

    Più talenti, più possibilità

    Che cosa diresti a chi possiede più talenti, ma fatica a scegliere una sola strada?

    Fare molte cose contemporaneamente può significare non riuscire a dedicarsi completamente a nessuna.

    Questo è vero.

    Se, però, non esiste ancora una passione che prevale nettamente sulle altre, credo sia giusto sperimentare.

    I risultati raggiunti nei diversi ambiti possono permetterti di continuare a coltivare più interessi. Almeno fino a quando il tempo, le energie e il corpo te lo consentono.

    A un certo punto, forse, emergerà qualcosa di più forte. Oppure sarà la vita stessa a chiederti di concentrare le tue forze in una sola direzione.

    Per arrivare a quel momento, però, devi prima provare.

    Altrimenti rischi di guardarti indietro e domandarti: «Che cosa sarebbe accaduto se lo avessi fatto?».

    Io preferisco poter dire: «Ci ho provato».

    Forse avrei potuto impegnarmi di più in una strada, ma questo avrebbe significato togliere tempo a un’altra parte di me che amavo altrettanto.

    Non voglio vivere con il rimpianto di non avere tentato.

    L’immagine che rappresenta Antonio/Yashal oggi

    C’è una frase, una parola o un’immagine con cui vorresti chiudere questa intervista? Qualcosa che oggi ti rappresenta?

    La frase potrebbe essere: «Viva la vita».

    È un’espressione semplice, ma racchiude il modo in cui cerco di vivere e di affrontare ciò che accade.

    Se dovessi scegliere un’immagine, invece, direi una sfera stroboscopica.

    Può sembrare una risposta insolita, ma rappresenta bene ciò che sento in questo momento: luce, movimento, musica e voglia di ballare.

    La sfera sarà presente anche nel progetto legato al nuovo singolo che sto preparando con il titolo Dancefloor.

    Inizialmente avevo pensato di chiamarlo Miracle, perché credo nei miracoli e continuo a scrivere partendo dall’ottimismo e dalla positività.

    Poi ho scelto Dancefloor: la pista da ballo.

    Forse oggi mi rappresenta meglio.

    Dopo le cadute, gli ostacoli e i periodi più difficili, sento il desiderio di tornare al centro della pista e continuare a muovermi.

    «Viva la vita.»

    Dopo l’intervista

    Al termine della conversazione ho chiesto ad Antonio/Yashal come si sentisse dopo avere ripercorso una parte così ampia della propria storia.

    «Mi sento eccitato, perché non vorrei che l’intervista finisse. Sono carico, ma nello stesso tempo mi sento anche un po’ svuotato.»

    Raccontarsi può produrre entrambe le sensazioni: da una parte riporta alla luce ricordi ed emozioni, dall’altra permette di lasciare andare qualcosa che, fino a quel momento, era rimasto dentro.

    Poco dopo ha aggiunto:

    «Mi sono aperto. Non mi sono sentito in imbarazzo e non ho avuto bisogno di mettere filtri. Mi sono sentito tranquillo.»

    Le sue parole restituiscono il senso di questo incontro: dare voce alla propria storia può aiutare a riconoscere ciò che si è attraversato e a guardarlo da una prospettiva nuova.

    Antonio/Yashal: la vita in musica. Sfera stroboscopica colorata, simbolo del movimento, della musica e dell’energia creativa di Antonio/Yashal.

    Chiudo questa Intervista Biografica con una sfera attraversata da molti colori: l’immagine scelta da Antonio/Yashal per raccontare la parte di sé che continua a trasformare la vita in musica, luce e movimento.

    Prevenire con Cura, Supportare con Passione

  • Antonio/Yashal: insegnamento e nuovi inizi

    Antonio/Yashal: insegnamento e nuovi inizi

    Antonio/Yashal racconta l’ingresso nella scuola, il coraggio di cambiare strada e i nuovi inizi, con un messaggio per chi teme di essere in ritardo.

    Ho scelto di intervistare Antonio Pennestri perché, conoscendolo nel mondo della scuola, ho intuito che dietro il collega si trovava una storia ricca di scelte, cambiamenti e passioni.

    Antonio ha accettato di raccontarsi pubblicamente attraverso le mie Interviste Biografiche , realizzate secondo il metodo delle Biografie Pedagogiche. Lo ha fatto con coraggio, apertura e autenticità, mettendo in gioco non soltanto i traguardi raggiunti, ma anche i dubbi, gli ostacoli e i nuovi inizi che continuano ad attraversare la sua vita.

    Nella prima parte, “Antonio/Yashal: tra cura, cambiamento e musica”, abbiamo seguito il filo che unisce l’esperienza infermieristica, il percorso di studi nella nutrizione, l’ingresso nell’insegnamento e la passione per la musica. Abbiamo conosciuto anche il suo modo di guardare la vita e la storia da cui nasce il nome artistico Yashal.

    Nel secondo articolo, “Antonio/Yashal: chi sono alla soglia dei quarant’anni?”, il racconto è diventato più introspettivo. Antonio ha riflettuto su ciò che sente di avere costruito, sul giudizio degli altri, sugli ostacoli, sull’ambizione e sul significato della cura.

    In questa terza parte entreremo nell’esperienza di Antonio/Yashal nella scuola e in ciò che l’insegnamento gli ha restituito.

    Infine, Antonio/Yashal rivolgerà un messaggio a chi si sente in ritardo rispetto ai propri sogni o fatica a scegliere una sola strada.

    Anche questo articolo segue il metodo delle mie Biografie Pedagogiche. Le risposte sono state rese più leggibili, mantenendo il linguaggio, il ritmo e l’autenticità emotiva dell’intervistato.

    L’insegnamento come nuova possibilità per Antonio/Yashal

    Quest’anno hai vissuto un’esperienza nel mondo della scuola. Senza fare nomi di istituti o persone, c’è stato un momento in cui hai sentito che la scuola poteva essere un luogo anche tuo?

    Sentirsi parte della scuola

    Se posso dirlo, io mi sono sentito parte della scuola quasi da subito.

    Il primo giorno, naturalmente, ho avuto bisogno di qualche momento per orientarmi. Non entravo in una scuola primaria da più di vent’anni e, quando sono arrivato, ho pensato: «Wow, che bello. Sembra quasi un sogno».

    Probabilmente sono stato fortunato, ma ho avvertito immediatamente una sensazione di appartenenza. Anche con i colleghi mi sono trovato molto bene e questo mi ha aiutato a entrare nel nuovo ambiente con maggiore serenità.

    Non so dire con precisione che cosa io abbia portato nella scuola. Sicuramente l’empatia, perché è uno degli aspetti fondamentali che ho imparato lavorando in ambito sanitario.

    Nello stesso tempo, però, la scuola ha restituito qualcosa anche a me.

    Ritrovare una parte più leggera

    Che cosa hai scoperto di te stando con gli studenti?

    Ho ritrovato un’ingenuità e una leggerezza che forse avevo un po’ messo da parte.

    Ho ricominciato a ridere per cose semplici, alle quali prima magari non avrei dato importanza. Io sono già una persona scherzosa, ma stando con i bambini questa parte del mio carattere è diventata ancora più presente.

    Adesso, per esempio, guardo i Minions e mi fanno ridere a crepapelle. A volte penso di assomigliare proprio a uno di loro.

    I bambini scherzano, ridono e riescono a vivere pienamente alcuni momenti. Osservarli mi ha ricordato che anche da adulti possiamo conservare quella capacità di divertirci e di non prendere tutto sempre troppo sul serio.

    Per me è stata anche una sfida personale.

    Lavorando in ambito sanitario mi era capitato di incontrare bambini malati. Per proteggermi dalla sofferenza, avevo quasi insegnato a me stesso che i bambini non mi piacessero.

    Era una forma di difesa. Se non ti affezioni, pensi di soffrire meno.

    Quando ripeti molte volte qualcosa alla tua mente, però, alla fine rischi di considerarla vera. L’esperienza nella scuola mi ha fatto capire che non era affatto così.

    I bambini mi piacciono molto e con loro mi sono trovato davvero bene.

    Una relazione fatta di reciprocità

    Mi auguro di avere insegnato qualcosa agli studenti, non soltanto attraverso le materie.

    Avrei voluto trasmettere l’empatia e mostrare loro che si può diventare adulti senza perdere la sensibilità, l’affetto e la capacità di creare uno spazio nel quale tutti possano sentirsi accolti.

    I bambini vedono gli adulti in maniera molto netta: o sentono che possono fidarsi di te oppure prendono le distanze.

    Il fatto che venissero a cercarmi, che mi abbracciassero e che mostrassero il loro affetto mi ha fatto capire che tra noi si era creata una relazione importante.

    In alcune classi abbiamo lavorato insieme e l’amore che gli studenti ci hanno restituito ci ha aiutato ad arrivare alla fine dell’anno con energia.

    Oltre alla passione per l’insegnamento, sono stati proprio loro a darci la forza di pensare: «Abbiamo fatto una bella scelta».

    Non siamo soltanto noi adulti a insegnare ai bambini. Anche loro ci mostrano qualcosa di noi e del modo in cui stiamo nel mondo.

    Che cosa può portare Antonio/Yashal nella scuola

    Che cosa può portare nella scuola una persona che arriva anche dal mondo sanitario, nutrizionale e artistico?

    Penso di poter portare soprattutto uno sguardo capace di tenere insieme aspetti differenti.

    L’esperienza sanitaria mi ha insegnato ad ascoltare, a osservare le persone e a riconoscere i loro bisogni.

    La nutrizione mi ha aiutato a comprendere quanto siano importanti il corpo, le abitudini quotidiane e la prevenzione.

    La musica, invece, mi permette di esprimere emozioni, creatività e parti di me che non sempre riesco a comunicare attraverso le parole.

    Sono esperienze molto diverse, ma nella scuola possono incontrarsi.

    Un insegnante non porta in classe soltanto ciò che ha studiato sui libri. Porta la propria storia, il modo in cui affronta le difficoltà e tutto quello che ha imparato nelle esperienze precedenti.

    Contenuti, ascolto e credibilità

    Secondo te oggi i ragazzi hanno più bisogno di contenuti, di ascolto o di adulti credibili?

    Credo che abbiano bisogno di tutte queste cose, ma soprattutto di adulti che siano autentici.

    I contenuti sono importanti, perché la scuola deve insegnare. Senza ascolto, però, è difficile comprendere davvero chi hai davanti.

    E la credibilità nasce anche dalla coerenza.

    Non puoi chiedere agli studenti di essere curiosi, rispettosi o appassionati se tu per primo non mostri curiosità, rispetto e passione.

    I ragazzi si accorgono subito quando un adulto parla di qualcosa in cui non crede davvero. Per questo penso che sia importante presentarsi per ciò che si è, mantenendo naturalmente il proprio ruolo.

    Antonio/Yashal: insegnamento e i suoi nuovi inizi. Mani di bambini che colorano un disegno per il progetto Il Muro delle voci libere.
    Il Muro delle voci libere: nella scuola primaria, espressione, ascolto e creatività aiutano ogni bambino a trovare la propria voce.

    Oltre la materia

    Che cosa ti piacerebbe insegnare davvero, oltre alla materia?

    Vorrei mostrare che anche da grandi si può continuare a crescere e a imparare dagli altri.

    Non sono soltanto gli studenti a imparare da me. Sono anch’io a ricevere qualcosa da loro.

    Vorrei insegnare la reciprocità, il rispetto e la possibilità di mantenere vive le proprie passioni anche nell’età adulta.

    Mi piacerebbe trasmettere l’idea che non si è mai troppo grandi per provare qualcosa di nuovo.

    Gli ostacoli, qualche volta, sono necessari. La felicità può trovarsi proprio dall’altra parte di un cancello che abbiamo paura di attraversare.

    Io, per esempio, temevo di lasciare un lavoro a tempo indeterminato per entrare nella scuola con un incarico che non copriva neppure un intero anno.

    Mi domandavo: «Andrà bene? Sto facendo la scelta giusta?».

    Alla fine ho deciso di provarci.

    Credo che, quando scegli una strada, sia necessario impegnarti e metterci tutto te stesso. Non hai la certezza che ogni cosa andrà come immagini, ma puoi decidere quanto di te portare in quell’esperienza.

    Il coraggio di cambiare strada

    Quanto tempo hai impiegato per decidere di compiere questo salto?

    La laurea magistrale in nutrizione è nata anche dal desiderio di lasciare il lavoro infermieristico.

    Era una professione che mi era piaciuta molto, ma ero arrivato a un punto nel quale sentivo di avere bisogno di cambiare.

    Mi interessava la nutrizione e, allo stesso tempo, mi attirava l’insegnamento. Quando ho scoperto che il percorso poteva offrirmi anche la possibilità di insegnare matematica e scienze, ho pensato di avere davanti due strade.

    Avrei potuto continuare a lavorare in ambulatorio occupandomi di nutrizione oppure provare a entrare nella scuola.

    Mi sono laureato l’8 luglio 2025. Dopo l’estate ho iniziato a osservare la situazione e, a un certo punto, mi sono detto: «Basta, devo provarci».

    Ho cominciato a rispondere agli interpelli e, nel giro di circa un mese, sono arrivate le prime chiamate. All’inizio erano incarichi molto brevi, fino a quando mi è stata proposta una supplenza annuale sul sostegno.

    Ci ho pensato, perché vivevo a Milano, avevo un affitto da pagare e non potevo permettermi di rimanere senza lavoro.

    Ho parlato con alcune persone vicine a me. Mi hanno detto: «Se non lo fai adesso, quando lo farai?».

    Era esattamente quello che continuavo a ripetere anche a me stesso.

    Così ho lasciato il contratto a tempo indeterminato e ho accettato.

    Ho cercato di concludere bene il rapporto con l’azienda precedente, senza chiudere ogni porta. Dentro di me, però, sapevo che quel lavoro non rappresentava più la strada che desideravo percorrere.

    Entrare nella scuola è stato un rischio, ma anche una possibilità.

    Oggi posso dire che quel salto mi ha permesso di scoprire un luogo nel quale sento di poter portare le mie esperienze e, nello stesso tempo, continuare a imparare.

    Antonio/Yashal e lo spazio da dare ai propri talenti

    Le parole di Antonio/Yashal ricordano che non esiste un unico momento nel quale sia possibile cambiare, ricominciare o realizzare una parte di sé.

    A trentasei anni ha intrapreso il percorso nella nutrizione. A trentotto ha lasciato un lavoro stabile per entrare nel mondo della scuola. Ogni nuova scelta ha richiesto coraggio, impegno e la disponibilità ad attraversare l’incertezza.

    Forse non tutte le strade possono essere percorse contemporaneamente con la stessa intensità. Questo, però, non significa che una passione debba essere abbandonata soltanto perché la vita, per un periodo, ci conduce altrove.

    Ed è proprio qui che desidero lasciare un messaggio ad Antonio/Yashal.

    Durante questa Intervista Biografica ho incontrato le molte dimensioni di Antonio/Yashal: il collega, l’infermiere, il nutrizionista, l’insegnante e l’artista.

    Ma ho incontrato soprattutto Yashal, la parte creativa che trasforma esperienze, cadute, relazioni ed emozioni in parole e musica.

    Il mio augurio è che continui a dare spazio anche a questo talento.

    Non so dove lo condurrà la strada musicale e forse, oggi, non è necessario saperlo. È importante, però, che quella parte non venga messa nuovamente da parte.

    Perché la musica, nella storia di Antonio, non appare come un interesse aggiunto agli altri. È uno dei linguaggi attraverso i quali riesce a raccontarsi, a comprendere ciò che ha vissuto e a raggiungere le persone.

    Ed è proprio da questa parte della sua identità che riprenderà il quarto e ultimo articolo:

    Antonio/Yashal: la vita in musica

    Entreremo nelle sue canzoni e nelle esperienze da cui sono nate. Scopriremo come una sofferenza possa incontrare una melodia leggera, come la gratitudine possa emergere in un momento difficile e come, dopo una lunga pausa, possa tornare il desiderio di scrivere, creare e ballare.

    Perché, qualche volta, continuare a credere in un sogno significa semplicemente concedergli ancora la possibilità di esistere.

    Prevenire con Cura, Supportare con Passione

  • Antonio/Yashal: chi sono alla soglia dei quarant’anni?

    Antonio/Yashal: chi sono alla soglia dei quarant’anni?

    Antonio/Yashal riflette su ciò che ha costruito, sul giudizio degli altri, sugli ostacoli e sul desiderio di continuare a realizzarsi.

    Nella prima parte dell’intervista, “Antonio/Yashal: tra cura, cambiamento e musica”, abbiamo incontrato Antonio Pennestri ed esplorato il filo che unisce la sua esperienza infermieristica, il percorso di studi nella nutrizione, l’ingresso nel mondo dell’insegnamento e la passione per la musica.

    Abbiamo conosciuto anche il suo modo di guardare la vita e la storia da cui nasce il nome artistico Yashal.

    In questa seconda parte il racconto diventa più introspettivo.

    In questa seconda parte, Antonio/Yashal si ferma a osservare la strada già percorsa. Si interroga su ciò che ha costruito e sul momento della vita che sta attraversando. Parla del giudizio degli altri, degli ostacoli, dell’ambizione e del desiderio di continuare a realizzarsi.

    Emergono inoltre alcune esperienze legate all’infermieristica e alla nutrizione. Esperienze che gli hanno insegnato il valore dell’ascolto, ma anche la necessità di trovare una giusta distanza nella relazione con l’altro.

    Come sempre, questa Intervista Biografica segue il metodo delle mie Biografie Pedagogiche. Le risposte sono state rese più chiare nella forma, mantenendo il linguaggio, il ritmo e l’autenticità emotiva dell’intervistato.

    Sarà ancora Antonio/Yashal a raccontarsi, attraverso le proprie parole e il proprio modo di dare significato alle esperienze vissute.

    Antonio/Yashal alla soglia dei quarant’anni

    Intorno ai quarant’anni si è ancora giovani, ma si comincia anche a vedere una parte di strada già percorsa. Quando ti fermi a guardarti, che cosa senti di avere costruito davvero?

    «Ho costruito me»

    Sono sincero: a volte mi giro indietro e penso di non avere costruito niente.

    Poi, proprio nel momento in cui dico «niente», mi fermo e penso: ho costruito me.

    Io non sono di Milano, sono di Roma, e ovviamente metà del mio cuore è ancora là. A livello umano penso di lasciare qualcosa nelle persone, anche se qualche volta mi sembra di avere costruito meno relazioni profonde di quanto immaginassi.

    Un mese e mezzo fa mi sono rotto un piede. Il giorno dopo ho scritto a un ex collega al quale voglio un bene dell’anima. Alle otto e venti del mattino mi ha risposto: «Sto arrivando a prenderti e ti porto al pronto soccorso».

    In quel momento ho pensato: ma dove li ho, i santi in paradiso? Non me lo aspettavo.

    Durante i venti giorni trascorsi a casa, però, mi sono anche accorto che le persone realmente presenti si contano sulle dita di una mano.

    Un’amica mi ha portato le stampelle. Una collega è venuta a prendermi due volte per accompagnarmi alle cene della scuola. I colleghi mi dicevano: «Dai, vieni, ci fa piacere averti con noi».

    Questo mi ha fatto molto piacere.

    Altre persone mi hanno scritto o mi hanno detto che sarebbero venute a trovarmi. Poi magari non sono riuscite a farlo, ma capisco che tutti abbiano i propri impegni e non ne faccio una colpa.

    Anche attraverso i messaggi ho ricevuto molta vicinanza.

    Forse le relazioni più vere non sono numerose, però ci sono. E alcune volte arrivano anche da persone dalle quali non te lo aspetti.

    Ciò che metto nel lavoro e nelle relazioni

    In ogni posto in cui vado, generalmente, riesco a stare bene.

    So essere giocherellone quando è il momento di scherzare e serio quando bisogna lavorare. Credo che questo equilibrio mi abbia aperto diverse porte.

    Lavoro da quasi vent’anni e ho fatto molte esperienze. Oltre all’infermiere, ho lavorato in pizzeria, nei negozi di abbigliamento e per quattro anni da Zara.

    Raramente non ho superato un colloquio o un periodo di prova.

    Non penso di essere speciale. Forse mi aiuta la parlantina, perché quella non mi manca. Forse riesco a gestirmi bene nelle situazioni e a comunicare ciò che posso dare.

    Di una cosa, però, sono sicuro: mi impegno tantissimo.

    Lo dico senza arroganza. Quando inizio un lavoro cerco di dare il mille per mille. Certo, capita a tutti la giornata nella quale non si ha voglia di fare niente, però io provo sempre a mettere molto di me in ciò che faccio.

    Questo vale nel lavoro, nelle relazioni e nello studio.

    Ho concluso la laurea magistrale in un anno e mezzo. Durante il periodo nel quale sono rimasto a casa con il piede rotto, ho portato avanti quasi tutto il master in un mese.

    Con la musica, invece, vado un po’ più lentamente, perché lì non dipende tutto soltanto da me.

    Su questo forse non sono stato abbastanza lungimirante. Se potessi tornare indietro, mi direi di studiare prima la produzione e l’arrangiamento musicale, per riuscire a essere più autonomo.

    Ma non è detto che non possa farlo adesso. Sto iniziando a guardare applicazioni e programmi che possano aiutarmi a imparare.

    Antonio/Yashal: una fase di partenza

    Ti senti in una fase di arrivo, di ripartenza o di trasformazione?

    In questo momento mi sento totalmente in una fase di partenza.

    Ho deciso di buttarmi nell’insegnamento e ho appena concluso il mio primo anno nella scuola. Da questo punto di vista, quindi, sono proprio all’inizio.

    «Quando guardo il mio percorso professionale, mi accorgo di aver raggiunto molti degli obiettivi che mi ero posto. Ho lavorato come infermiere, sono diventato nutrizionista, sono entrato nella scuola e continuo a coltivare la musica e la crescita personale. Per questo sento di aver costruito molto, anche se dentro di me rimane sempre la sensazione di essere all’inizio di qualcosa di nuovo.»

    Io vivo ogni giornata come se fosse il primo giorno, non come se fosse l’ultimo.

    Si dice spesso: «Vivi come se fosse l’ultimo giorno». A me questa frase non piace molto. Preferisco pensare che oggi sia il giorno in cui nasco di nuovo.

    In questo modo tutto può essere ancora nuovo.

    Posso imparare da chiunque, anche da un bambino.

    Quest’anno ho insegnato nella scuola primaria. Se io ho dato qualcosa ai bambini, loro mi hanno restituito dieci volte tanto.

    Ho imparato anche dai colleghi. Senza il sostegno di alcune persone, all’inizio non avrei saputo bene come muovermi.

    Probabilmente avrei trovato comunque una strategia, perché cerco sempre una soluzione. Ma incontrare persone capaci di accompagnarti rende una nuova partenza molto più ricca.

    Per questo oggi non mi sento fermo e nemmeno arrivato definitivamente.

    Mi sento in partenza, con una parte di strada già costruita alle spalle e molte possibilità ancora davanti.

    Antonio/Yashal davanti al giudizio e agli ostacoli

    Tu dai l’idea di una persona che continua a progettare anche quando incontra ostacoli, rallentamenti o giudizi. Come hai imparato a non lasciarti definire dallo sguardo degli altri?

    Il giudizio non decide chi sono

    Detto in modo molto diretto, il giudizio degli altri non mi interessa.

    Non so dirti quando io abbia imparato a viverlo così. Forse non c’è stato un momento preciso.

    Ho trentotto anni e, nel corso della vita, ho attraversato anche situazioni difficili. Quando affronti esperienze davvero importanti, alcuni giudizi perdono peso. Ti accorgi che ci sono cose molto più grandi alle quali dedicare le tue energie.

    A volte preferisco rimanere in silenzio. Non lo faccio perché mi sento inferiore o perché il giudizio mi abbia ferito.

    Scelgo di non rispondere per evitare di creare disagio, aggressività o discussioni inutili. Quando le persone si sentono messe in difficoltà, infatti, possono diventare più aggressive. Io cerco di stare lontano dai litigi.

    Questo non significa che non abbia una mia opinione. Semplicemente decido a che cosa dare spazio.

    Penso anche che, quando una persona giudica continuamente gli altri, finisca spesso per raccontare qualcosa di sé. Per questo non sento sempre il bisogno di voltarmi e rispondere.

    Credo che ciò che diciamo e l’energia che alimentiamo, prima o poi, tornino indietro.

    Quando sento che una situazione mi sta facendo arrabbiare, provo quindi a spostare l’attenzione. Se continuo a pensarci e a darle forza, rischio di rovinare soprattutto la mia giornata.

    Non sempre ci riesco, perché sono umano. Qualche volta ho bisogno anch’io di sfogarmi.

    Cerco però di non rimanere bloccato nella rabbia e di non parlare male delle persone o delle esperienze passate. Anche un lavoro che non ci appartiene più ha fatto parte del nostro percorso e può averci insegnato qualcosa.

    L’ambizione come desiderio di realizzarmi

    Oggi che rapporto hai con l’ambizione? La vivi come una spinta, come un peso oppure come un desiderio profondo di realizzarti?

    La vivo come un desiderio profondo di realizzarmi.

    Ho la fortuna di essere ambizioso in più campi. Questo mi permette di trovare soddisfazione in strade differenti e di non affidare tutta la mia realizzazione a un solo obiettivo.

    Come ho già detto, dove cado cerco di cadere in piedi.

    Naturalmente c’è qualcosa che sento più vicino rispetto al resto, ed è la musica.

    Non sono una persona che pensa che, raggiunta una certa età, i sogni debbano essere messi da parte. Non credo che ci sia un momento nel quale bisogna smettere di provarci.

    Allo stesso tempo, però, penso che sia importante mantenere un rapporto concreto con la realtà. A volte occorre scegliere una strada più semplice o più sicura, almeno per un periodo.

    Questo non significa rinunciare al sogno. Significa trovare il modo di continuare a coltivarlo senza perdere l’equilibrio necessario per vivere.

    Quando qualcosa si blocca

    Che cosa fai quando senti che qualcosa si blocca? Ti fermi, cambi strada, aspetti oppure insisti?

    Mi fermo, valuto e cambio strada.

    Non continuo a insistere soltanto perché avevo deciso di andare in una determinata direzione.

    Cerco di capire che cosa non sta funzionando, quali possibilità ho davanti e dove posso investire meglio le mie energie.

    Cambiare strada, per me, non significa necessariamente arrendersi.

    A volte è il modo più concreto per continuare ad andare avanti.

    Antonio/Yashal: chi sono alla soglia dei quarant’anni? Antonio/Yashal con il camice bianco durante la sua esperienza professionale come infermiere.
    Antonio durante gli anni di lavoro come infermiere: un’esperienza che ha segnato il suo modo di ascoltare e prendersi cura delle persone.

    La cura secondo Antonio/Yashal

    Hai scelto percorsi legati alla cura del corpo e della persona: infermieristica e nutrizione. Che cosa ti hanno insegnato queste esperienze sul rapporto con l’altro? Secondo te, curare significa soltanto intervenire su un bisogno oppure anche ascoltare una persona nella sua interezza?

    Ascoltare senza farsi travolgere

    Per me bisogna ascoltare entrambi: il bisogno e la persona nella sua interezza.

    Negli anni, però, ho capito che non posso prendere su di me tutto quello che l’altro porta. Una persona può raccontarti le proprie difficoltà, le frustrazioni e ciò che non riesce a realizzare nella vita. Io posso ascoltarla, ma non posso risolvere ogni aspetto della sua esistenza.

    Questo è un confine che ho dovuto imparare a mettere, soprattutto perché sono molto empatico.

    Quando oltrepassi il limite, l’empatia rischia di trasformarsi in un’immedesimazione totale. A quel punto non stai più soltanto accogliendo il problema dell’altro: inizi a portarlo dentro di te.

    E così non aiuti più davvero la persona. Finisce che la sua sofferenza fa stare male anche te.

    Con il tempo impari quella che possiamo chiamare la giusta distanza.

    Non significa essere freddi o non provare nulla. Significa rimanere presenti, ascoltare e fare ciò che compete al proprio ruolo, senza lasciarsi travolgere.

    Quando lavori nella cura incontri tante persone e tante forme di sofferenza. Impari a non stabilire chi meriti più attenzione, perché ogni persona porta il proprio problema e, per lei, quel problema è reale.

    Devi però anche tutelarti. Ognuno ha i propri mostri e deve imparare ad affrontarli. Possiamo accompagnare qualcuno per un tratto di strada, ma non possiamo combattere al suo posto.

    Il corpo come spazio da custodire

    Quanto conta, per te, il corpo nel racconto di una vita?

    Il corpo conta tantissimo.

    Per me è un involucro, ma dentro quell’involucro c’è tutto: le esperienze, le emozioni, il carattere, l’energia e la materia di cui siamo fatti.

    È il luogo nel quale viviamo e attraverso il quale attraversiamo la nostra storia. Proprio per questo dobbiamo prendercene cura.

    La cura riguarda l’igiene, l’alimentazione, il movimento e il modo in cui ci presentiamo agli altri. Ma riguarda anche il rispetto che abbiamo per noi stessi.

    Avere cura del proprio corpo non significa inseguire un modello estetico perfetto. Significa non trascurarsi, imparare ad ascoltarsi e provare a stare bene dentro lo spazio che abitiamo ogni giorno.

    Io dico sempre, in modo molto semplice: «Mangia con misura, cammina il doppio, ridi il triplo e ama senza confini».

    Non è una formula scientifica. È una frase che utilizzo per ricordare quanto, secondo me, il benessere dipenda da più elementi: ciò che mangiamo, il movimento, la leggerezza e le relazioni.

    La nutrizione come educazione e prevenzione

    La nutrizione, per come la vivi tu, è più disciplina, educazione, prevenzione o relazione?

    Per me racchiude tutti questi aspetti.

    «Per me la nutrizione unisce disciplina, educazione e prevenzione: richiede costanza, aiuta a conoscere meglio il corpo e invita a costruire abitudini quotidiane più consapevoli.»

    E poi è relazione, perché non esistono soltanto alimenti, numeri o schemi. Davanti a te c’è sempre una persona, con il proprio corpo, le proprie abitudini e la propria storia.

    Mi interessa molto approfondire il rapporto tra alimentazione, intestino, microbiota e salute. Sono temi complessi, che richiedono studio e aggiornamento continuo.

    Per me la nutrizione non consiste semplicemente nel consegnare una dieta. Significa aiutare una persona a comprendere meglio il proprio corpo e a costruire abitudini più consapevoli, rispettando sempre i confini e le competenze professionali.

    L’esperienza infermieristica mi ha insegnato ad ascoltare il bisogno. La nutrizione mi ha aiutato a osservare la persona anche attraverso il suo stile di vita.

    Entrambe mi hanno insegnato che la cura richiede presenza, competenza e relazione. Ma anche una distanza capace di proteggere sia chi riceve aiuto sia chi si prende cura.

    La storia di Antonio/Yashal continua

    In questa seconda parte, Antonio/Yashal si è fermato a osservare la strada già percorsa.

    Ha raccontato ciò che sente di avere costruito, il rapporto con il giudizio degli altri e il modo in cui affronta gli ostacoli. Ha parlato dell’ambizione, della cura e della necessità di trovare una giusta distanza nella relazione con le persone.

    La storia di Antonio/Yashal, però, non si conclude qui.

    Nel prossimo articolo entreremo nella sua esperienza più recente nel mondo della scuola. Scopriremo che cosa l’insegnamento e l’incontro con i bambini gli hanno restituito.

    Antonio/Yashal: insegnamento e nuovi inizi

    Un dialogo sulla scuola, sul coraggio di lasciare una strada conosciuta e sulla possibilità di sentirsi ancora in tempo per ricominciare.

    Il quarto e ultimo articolo sarà invece dedicato alla sua identità artistica:

    Antonio/Yashal: la vita in musica

    Le esperienze personali diventano parole, melodie e canzoni. Yashal racconterà i brani già pubblicati, il ritorno alla scrittura e il desiderio di continuare a creare e a ballare.

    Con esperienzanarrata e le Interviste Biografiche, desidero riportare al centro la persona, valorizzandone il vissuto e il modo unico di raccontarsi.

    Il percorso di Antonio/Yashal prosegue proprio da qui: dalle parti di sé già realizzate e da quelle che stanno ancora cercando uno spazio nel quale esprimersi.

    Prevenire con Cura, Supportare con Passione

  • Antonio/Yashal: tra cura, cambiamento e musica

    Antonio/Yashal: tra cura, cambiamento e musica

    Antonio/Yashal: tra cura, cambiamento e musica. Antonio Pennestri, intervistato, racconta con autenticità e curiosità le sue scelte di vita e i nuovi inizi.

    Durante quest’anno scolastico ho conosciuto Antonio Pennestri, in arte Yashal.

    Abbiamo lavorato insieme e condiviso classi, progetti e momenti della quotidianità scolastica. Fin dall’inizio mi ha colpito il suo modo di vivere il presente.

    Conoscendo meglio Antonio/Yashal, ho scoperto una storia personale e professionale ricca di esperienze.

    Antonio è un giovane uomo passionale, creativo e molto concentrato su ciò che fa. Quando sceglie un progetto, lo vive con intensità e partecipazione.

    È stato infermiere, ha studiato nutrizione ed è approdato all’insegnamento. Come Yashal, scrive e interpreta anche le proprie canzoni.

    La sua storia è fatta di scelte, cambiamenti, sogni e nuovi inizi.

    Una storia giovane che merita di essere raccontata

    Le mie Biografie Pedagogiche sono nate per raccogliere le memorie familiari e valorizzare le storie delle persone anziane. L’incontro con Antonio/Yashal mi ha fatto riflettere anche su un’altra possibilità.

    Una persona può essere ancora giovane e avere già molto da raccontare?

    La mia risposta è ovviamente affermativa.

    Antonio ha attraversato esperienze diverse e ha costruito numerosi progetti. Continua a cercare una direzione, senza chiudersi alle opportunità che incontra.

    Ascoltandolo, ho riconosciuto un filo che unisce le sue scelte: la cura.

    La cura della persona, del corpo, delle relazioni e dei percorsi educativi. Anche la musica diventa uno spazio in cui trasformare le esperienze vissute.

    Questo articolo segue il metodo delle mie Interviste Biografiche. Saranno le domande ad accompagnare il racconto e sarà soprattutto Antonio/Yashal a parlare.

    Le risposte sono state rese più chiare, senza modificarne il significato. Ho mantenuto il suo linguaggio, il suo ritmo e la sua autenticità.

    Ringrazio Antonio/Yashal per aver scelto di mettersi in gioco e di condividere la propria storia.

    Vi invito ora a conoscere Antonio Pennestri, in arte Yashal, e i molti inizi che continuano ad abitare la sua vita.

    Il filo del percorso di Antonio/Yashal

    Guardando oggi il tuo percorso — infermieristica, nutrizione, musica e insegnamento — qual è il filo che secondo te tiene insieme tutte queste strade?

    Antonio/Yashal: la stessa persona

    Dietro tutte queste sfaccettature c’è sempre la stessa persona: Antonio Pennestri, che nella dimensione artistica diventa Yashal.

    Nel settore della medicina o dell’insegnamento preferisco essere chiamato Antonio. Quando invece entro nel mondo artistico preferisco Yashal, perché è come se Antonio si trasformasse e diventasse un animale da palcoscenico.

    Sono una persona molto estroversa. Quando entro nella dimensione artistica, però, divento un’altra cosa: mi scateno.

    Succede anche quando vado a ballare. Oggi lo faccio molto meno rispetto al passato, magari una volta ogni due o tre mesi. Quando ci vado, però, mi diverto davvero.

    Per un periodo ho fatto anche il PR nelle discoteche di Roma. Potevo andare a ballare la sera e, il giorno dopo, nonostante la stanchezza della nottata, tornare a lavorare.

    Magari dovevo fare una semplice iniezione o una medicazione, ma ero sempre io.

    Poi tornavo a casa e c’era anche un’altra mia passione: la cucina. Magari mi mettevo a preparare un dolce.

    Era tutto insieme.

    Dall’ambulatorio alla nutrizione

    Anche la nutrizione è entrata nella mia vita in questo modo.

    Prima di arrivare nella scuola ho lavorato per cinque anni in ambulatorio. La mattina facevo i prelievi e il tempo per parlare con i pazienti era poco. Arrivavano, facevano il prelievo e andavano via.

    Nel pomeriggio, invece, durante un elettrocardiogramma avevo qualche possibilità in più di parlare con loro.

    La prima cosa che chiedevo era: «Perché deve fare l’elettrocardiogramma?».

    Se la persona mi raccontava di aver avuto dolori al torace o palpitazioni, chiedevo se soffrisse anche di reflusso. Cercavo di capire se quei sintomi comparissero dopo pranzo, dopo cena oppure durante la notte.

    Molto spesso mi veniva da pensare che potesse esserci anche una componente gastrica. Precisavo comunque sempre che era importante controllare prima l’aspetto cardiologico.

    Solo dopo averlo escluso si potevano approfondire altre possibili cause, magari rivolgendosi a un gastroenterologo o a un nutrizionista.

    Durante quegli anni ho cominciato a domandarmi: «Perché non occuparmene io direttamente?».

    Più di dieci anni fa ho sofferto a causa di un parassita intestinale, che mi ha provocato diversi problemi. Avevo stanchezza cronica, dimagrivo e avevo sviluppato difficoltà con il glutine e il lattosio.

    L’intestino era molto compromesso e avevo anche dolori fisici. Inizialmente si era persino pensato alla fibromialgia.

    È stata un’esperienza complessa, che mi ha portato ad avvicinarmi ancora di più alla medicina e alla nutrizione.

    Ho sempre cercato di unire medicina, nutrizione e musica, perché alcune di queste esperienze entravano anche nelle canzoni che scrivevo.

    Dalla nutrizione all’insegnamento

    Il maestro che era già dentro di me

    Attraverso la nutrizione si è aperto un altro mondo: quello dell’insegnamento.

    Se mi chiedi quale lavoro volessi fare da bambino, posso raccontarti uno dei primi temi che ho scritto a scuola.

    Avevo otto o nove anni e la domanda era: «Che cosa vuoi fare da grande?».

    Io risposi: «Il maestro».

    Poi quel desiderio è stato messo un po’ da parte, però è sempre rimasto dentro di me.

    A un certo punto ti chiedi: «Che cosa voglio fare nella vita? Voglio fare questo, voglio fare quello, voglio fare anche quell’altro».

    In realtà, tutte queste esperienze mi danno soddisfazione.

    Molti dicono che bisogna scegliere: o fai una cosa oppure ne fai un’altra. Se fai tutto insieme, rischi di non fare bene né l’una né l’altra.

    Ed effettivamente può essere vero.

    Io, però, come si dice a Roma, “do cojo cojo, cojo bene” (ovunque vado a parare, va bene).

    Prendo anche quello che arriva, perché viviamo tutti sotto lo stesso cielo. Mi impegno in ciò che faccio e so che uno stipendio serve.

    Cerco quindi di mantenere anche un rapporto concreto con la realtà.

    Uno spazio per tutte le mie passioni

    In questo momento mi piace fare l’insegnante e mi sto impegnando molto per continuare su questa strada.

    Dopo la laurea magistrale sto frequentando un master nelle discipline scientifiche, tecnologiche e matematiche. In seguito vorrei conseguire anche l’abilitazione.

    L’insegnamento, almeno sulla carta, può lasciarmi uno spazio diverso rispetto alle quaranta ore settimanali che facevo in ambulatorio.

    Questo non significa che l’insegnante lavori meno. Tra riunioni, preparazione delle lezioni e altri impegni si possono superare facilmente le quaranta ore.

    Può però capitare una giornata nella quale lavori tre ore e non hai riunioni. In quel caso posso incontrare il produttore e dedicarmi alla musica.

    Se il produttore non c’è, posso andare in palestra. Oppure posso approfondire un argomento di nutrizione, studiare la parassitologia, la celiachia o le interazioni tra principi attivi e nutrienti.

    E magari, un altro giorno, posso preparare un bel ciambellone o qualcosa di più elaborato.

    Oggi siamo nell’era digitale e possiamo fare quasi tutto.

    Almeno, quasi tutto.

    Una parola che oggi mi rappresenta

    C’è una parola che oggi senti molto tua: cura, voce, corpo, scuola, sogno, libertà, rinascita o un’altra?

    Ho’oponopono.

    L’ho conosciuto come una pratica hawaiana legata alla riconciliazione e al perdono. Nella forma contemporanea che seguo, viene proposta attraverso quattro frasi: «Mi dispiace, perdonami, ti amo, grazie».

    Per come lo vivo io, non è una formula magica e non mi piace definirlo semplicemente un mantra. È soprattutto un modo per fermarmi, tornare a me stesso e guardare ciò che accade da una prospettiva diversa.

    Le parole che sento più vicine sono «ti amo» e «grazie».

    Ripeterle mi aiuta a calmarmi, a non reagire subito e a osservare alcune situazioni con maggiore distanza. È come se riuscissi a guardarle con occhi diversi.

    Non lo utilizzo soltanto nei momenti difficili. Può accompagnare anche la quotidianità. Per me è uno strumento personale che, in alcuni momenti, mi aiuta a ritrovare equilibrio.

    Dove hai conosciuto Ho’oponopono?

    L’ho incontrato più di dieci anni fa, in un periodo in cui mi interessavo alla legge dell’attrazione e ai percorsi di crescita personale.

    Il primo contatto è avvenuto attraverso il film The Secret. Quel film, però, per me è stato soltanto un punto di partenza. In seguito ho cercato di approfondire attraverso altre letture.

    Ho letto, per esempio, Conversazioni con Dio di Neale Donald Walsch e alcuni libri composti da brevi racconti capaci di scaldare il cuore, come quelli della raccolta Chicken Soup for the Soul.

    Non considero questi testi come verità assolute o come promesse capaci di cambiare la vita senza impegno. Li ho vissuti soprattutto come occasioni per riflettere, osservare meglio me stesso e provare ad affrontare ciò che accade con un atteggiamento più consapevole e positivo.

    Antonio/Yashal: tra cura, cambiamento e musica. Antonio in una fotografia personale degli anni in cui prendeva forma l’identità artistica di Yashal.
    Antonio/Yashal: tra Cura, Cambiamento e Musica

    La nascita del nome Yashal

    Sul tuo percorso artistico compare il nome Yashal. Ti va di raccontarmi da dove nasce questo nome? È un nome scelto, ricevuto, costruito? E quale parte di te custodisce?

    In realtà, questa storia fa anche un po’ ridere.

    Fino ai diciannove anni usavo un primo nome artistico molto ironico: «Fa ridere o fa piangere», legato anche all’espressione «Ridi per non piangere».

    A un certo punto, però, ho iniziato a cercare un nome nuovo con cui presentarmi come cantante.

    Ero a un concerto di Elisa. In quel periodo era la mia artista preferita.

    Durante il concerto cantò Yashal, accompagnata da un coro gospel.

    Non si comprende con certezza di chi parli la canzone. Potrebbe essere un bambino mai nato, un bambino interiore oppure una parte profonda di sé.

    Mi colpì soprattutto l’immagine di qualcuno «forte come le montagne e soffice come la neve».

    Senza arroganza, mi riconobbi molto in quelle parole. Sentivo che quell’unione tra forza e delicatezza mi rappresentava.

    Durante l’esibizione mi emozionai in una maniera pazzesca. Piansi.

    La persona che era con me mi guardò e mi disse: «Hai bisogno di un nuovo nome, perché quello che usi fa veramente ridere».

    Aveva ragione.

    Ci siamo guardati e, quasi nello stesso momento, abbiamo detto: «Yashal».

    Quel nome è nato lì, dentro un’emozione molto forte.

    Yashal: un nome che ho reso mio

    L’ho poi un po’ “antonizzato”: ho spostato l’accento dalla seconda A alla prima, modificandone la pronuncia e rendendo il nome più personale.

    Ho anche scoperto in seguito, che, in lingua navajo, Yashal viene associato al significato di «evviva la vita». È un’espressione nella quale mi riconosco completamente, perché rappresenta il mio modo di essere e di affrontare l’esistenza.

    Da quel momento il nome è rimasto con me. Tra circa un anno festeggerò il ventesimo anniversario della nascita di Yashal.

    Per un periodo ho iniziato anche a presentarmi direttamente così. Dicevo: «Piacere, Yashal».

    A volte le persone mi chiedevano di ripetere il nome, perché non lo avevano mai sentito. Per me, però, era ormai diventato naturale.

    Non c’è stato un momento successivo in cui ho cominciato a sentirmi Yashal. Nel momento stesso in cui ho scelto quel nome, ho sentito che mi apparteneva.

    Antonio/Yashal convivono, perché sono un insieme.

    Antonio è la parte legata alla vita quotidiana, al lavoro, alla medicina e all’insegnamento. Yashal è la parte artistica, quella che attraverso la musica e il palcoscenico può esprimersi con maggiore libertà.

    Non sono due persone separate.

    Antonio dice: «Evviva la vita». Anche Yashal dice: «Evviva la vita».

    Il nome d’arte non nasconde Antonio. Dà forma e voce a una parte di me che esiste da sempre.

    Antonio/Yashal: una riflessione ancora aperta

    La nascita del nome Yashal ci ha portati dentro una parte importante dell’identità di Antonio: il rapporto tra la persona, il professionista e l’artista.

    Due nomi che non dividono, ma raccontano sfumature differenti della stessa vita.

    La nostra conversazione, però, non si è fermata qui.

    Dopo aver attraversato le sue scelte professionali, il significato del nome artistico e il suo modo di guardare l’esistenza, ho chiesto ad Antonio di fermarsi per un momento e osservare la strada già percorsa.

    Che cosa sente di avere costruito?

    Chi riconosce oggi, guardandosi alla soglia dei quarant’anni?

    È da queste domande che proseguirà la seconda parte della nostra intervista biografica. Un dialogo sul giudizio degli altri, sugli ostacoli incontrati, sull’ambizione e sulla capacità di ricominciare.

    Perché raccontarsi non significa soltanto ricordare ciò che è accaduto.

    Significa anche provare a riconoscere la persona che, attraverso quelle esperienze, siamo diventati.

    La storia di Antonio/Yashal continua

    La nascita del nome Yashal ci ha condotti dentro una parte importante dell’identità di Antonio. Due nomi che non dividono, ma raccontano sfumature differenti della stessa persona.

    Questo primo capitolo si chiude con una domanda ancora aperta: chi riconosce oggi Antonio, guardandosi alla soglia dei quarant’anni?

    Sarà il punto di partenza del secondo articolo:

    Antonio/Yashal: chi sono alla soglia dei quarant’anni?

    Antonio riflette sul giudizio degli altri, sull’ambizione, sugli ostacoli incontrati e sul significato della cura.

    Il percorso proseguirà poi con:

    Antonio/Yashal: insegnamento e nuovi inizi

    Entreremo nel mondo della scuola, nel coraggio di cambiare strada e nella possibilità di sentirsi ancora in tempo per ricominciare.

    L’ultima parte sarà dedicata alla sua identità artistica:

    Antonio/Yashal: la vita in musica

    Le esperienze personali diventano parole, melodie e canzoni. Yashal racconta i brani già pubblicati e il desiderio di tornare a creare e a ballare.

    Con esperienzanarrata e le Interviste Biografiche, desidero riportare al centro la persona, valorizzandone il vissuto e il modo unico di raccontarsi.

    Chiudo questa prima parte con l’immagine di Antonio/Yashal, in cui la cura, la concretezza e la musica convivono come modi diversi di attraversare la vita. Da questa identità ancora in movimento, potrai scegliere quale tappa e quale passione esplorare nei prossimi capitoli della sua storia.

    Prevenire con Cura, Supportare con Passione

  • Perdere un genitore: cosa accade a chi rimane

    Perdere un genitore: cosa accade a chi rimane

    Perdere un genitore: cosa accade a chi rimane. Chi resta deve ritrovare senso nella propria vita, nei legami e nella memoria.

    Non potevo scrivere subito.

    Per quattro mesi ho sospeso il lavoro su questo sito, perché la vita mi ha chiesto di stare accanto a mia madre. La sua salute si è aggravata lentamente e, come famiglia, siamo entrati in quel tempo particolare che conosce bene chi accompagna una persona amata verso la fine.

    Un tempo fatto di presenze quotidiane, telefonate, decisioni, stanchezza, silenzi, piccoli gesti e domande che non sempre trovano una risposta.

    Scrivo questo articolo non per raccontare tutto ciò che è accaduto.
    Alcune esperienze restano intime e hanno bisogno di pudore.

    Lo scrivo perché sento il bisogno di dare forma a ciò che ho vissuto. E forse, mentre provo a farlo, posso offrire una riflessione anche a chi sta attraversando qualcosa di simile.

    Perdere un genitore non significa soltanto vivere il momento della morte.

    Spesso significa accompagnare un cambiamento lento.
    Vedere il corpo trasformarsi.
    Riconoscere la fragilità.
    Accettare che non sempre possiamo guarire chi amiamo, ma possiamo ancora prendercene cura, custodirne la dignità e accompagnarlo fino alla fine.

    E significa anche domandarsi che cosa resta:

    • le fotografie
    • gli oggetti
    • certe frasi dette mille volte
    • gli scritti, quando ci sono
    • i racconti ascoltati e quelli che avremmo voluto raccogliere meglio.

    Restano le memorie.

    Ed è forse da qui che possiamo iniziare a parlare della morte senza restare solo dentro il dolore: da ciò che continua a vivere nelle relazioni, nei bambini, nelle famiglie e nelle parole che scegliamo di non perdere.

    Perdere un genitore: il tempo sospeso della famiglia

    Quando una persona amata si ammala gravemente, la famiglia entra in un tempo diverso.

    Non è più il tempo ordinario delle giornate che scorrono. È un tempo fatto di attese, visite, messaggi, decisioni da prendere e presenze da organizzare.

    Chi accompagna una madre, un padre, un nonno o una persona cara verso la fine della vita sa che non esiste solo il dolore.

    Esiste anche la fatica di esserci, di capire cosa sia giusto fare, di rispettare i tempi dell’altro, di restare lucidi quando dentro ci si sente fragili.

    In questi momenti si comprende che non sempre possiamo guarire chi amiamo. Possiamo però prendercene cura, custodirne la dignità e accompagnarlo/a fino alla fine.

    Questa è una delle esperienze più difficili e più profonde che una famiglia possa attraversare.

    Perché ci mette davanti al limite.
    Ma anche davanti all’amore.

    Perdere un genitore e restare figli adulti

    Quando muore un genitore, soprattutto se è il secondo genitore, qualcosa cambia in modo silenzioso ma profondo.

    Si diventa adulti in un altro modo.

    Magari lo eravamo già da tempo.
    Magari siamo madri, padri, nonni, professionisti, persone che hanno attraversato prove, responsabilità, scelte difficili.

    Eppure, quando perdiamo un genitore, una parte di noi torna figlia/o.

    Torna figlia/o nelle domande rimaste aperte.
    Nei ricordi dell’infanzia.
    Nelle frasi che non abbiamo detto.
    Nei gesti che ci hanno formato.
    Nelle somiglianze che improvvisamente riconosciamo.

    Perdere un genitore significa anche accorgersi che non possiamo più chiedere alcune cose:

    Le telefonate per domandare “Ti ricordi?” non ci saranno più.
    Alcuni dettagli della storia familiare resteranno senza conferma.
    La voce di chi c’era prima di noi potrà vivere solo nei ricordi raccolti.

    Da quel momento, molti ricordi passano nelle nostre mani.

    Diventiamo custodi: di fotografie, di oggetti, di racconti.
    Custodi anche di ciò che non abbiamo compreso del tutto.

    E questa custodia non è solo affettiva. È anche educativa.

    Perché ogni famiglia trasmette qualcosa. Anche quando non se ne accorge. Trasmette parole, gesti, silenzi, paure, valori, modi di affrontare la vita e la morte.

    La domanda allora diventa: che cosa faremo di ciò che abbiamo ricevuto?

    Perdere un genitore: accompagnare non significa trattenere

    Arriva un momento, nel percorso della malattia, in cui l’amore è chiamato a cambiare forma.

    All’inizio ci si muove per fare, capire, decidere, proteggere. Poi, lentamente, si comprende che non tutto può essere controllato. La presenza resta necessaria, ma non serve più a trattenere. Serve ad accompagnare.

    È uno dei passaggi più difficili: accettare che amare una persona significhi anche rispettare il suo andare, senza forzare la vita oltre ciò che può ancora sostenere.

    Questo non toglie dolore.
    Non rende il distacco più semplice.
    Però può dare una direzione ai gesti.

    Stare accanto, in quel tempo, significa offrire rispetto, silenzio, cura, vicinanza. Significa permettere alla persona amata di non sentirsi sola, anche quando le parole diventano poche.

    La morte resta un mistero. Per alcuni è un passaggio, per altri è la fine di tutto, per altri ancora è una domanda aperta.

    Davanti a questo mistero, credo serva soprattutto rispetto: per chi crede, per chi non crede, per chi prega, per chi resta in silenzio.

    Forse il punto comune è un altro: nessuno se ne va completamente finché qualcuno custodisce una storia.

    Come parlare della morte ai bambini

    C’è un altro aspetto delicato, di cui si parla poco: come raccontare la morte ai bambini.

    Quando in una famiglia muore una persona cara, anche i bambini sentono che qualcosa è cambiato. Lo percepiscono nei volti degli adulti, nei silenzi, nei movimenti della casa, nelle assenze improvvise.

    A volte pensiamo di proteggerli evitando l’argomento.
    Ma i bambini hanno bisogno di verità semplici, non di bugie confuse.

    Non servono discorsi lunghi, spiegazioni troppo astratte.
    Non serve spaventarli, ma nemmeno fingere che nulla sia accaduto.

    Si può dire che una persona è morta, che il suo corpo ha smesso di vivere.
    Si può dire che non tornerà come prima, ma che possiamo continuare a ricordarla.

    Le parole devono essere adatte all’età, ma sincere.

    Un bambino può essere aiutato attraverso una fotografia, un racconto breve, un oggetto, un gesto ripetuto con dolcezza. Può ricordare una bisnonna che ha visto in carrozzina, una mano accarezzata, una visita, un sorriso, un momento vissuto insieme.

    La memoria, per un bambino, ha bisogno di concretezza.

    Una foto.
    Una candela.
    Un disegno.
    Una frase.
    Un piccolo racconto familiare.

    Perdere un genitore: cosa accade a chi rimane. Spiegare la morte ai bambini attraverso gesti, memoria e presenza
    I bambini comprendono anche attraverso i gesti: accompagnare, ricordare, restare vicini.

    Così la morte non viene negata, ma nemmeno trasformata in un buio senza parole. Diventa un passaggio difficile dentro una storia che continua.

    Dire a un bambino che una persona amata non c’è più non significa spegnere la vita. Significa aiutarlo a comprendere che l’amore può cambiare forma e che ricordare è un modo per continuare a tenere un legame.

    Dopo la morte di un genitore: cosa accade a chi rimane

    Dopo la morte, la famiglia non torna subito alla vita di prima.

    Anche quando il funerale è passato, le pratiche sono state sistemate.
    Anche quando tutti dicono: “Adesso devi pensare a te”.

    Chi rimane entra in un altro tempo.

    C’è il tempo dello svuotamento: Il tempo degli oggetti da guardare, delle stanze da attraversare, delle fotografie che improvvisamente sembrano parlare, delle frasi che tornano alla mente quando meno te lo aspetti.

    E poi c’è una domanda silenziosa: adesso cosa faccio con tutto questo?

    Il dopo non è solo assenza.
    È anche riorganizzazione interiore.

    Si riorganizzano i ruoli familiari, i ricordi, il modo di sentirsi figli.
    Si riorganizza perfino il modo di guardare al futuro.

    A volte emerge il bisogno di mettere ordine, il desiderio di raccontare.
    A volte, invece, serve solo tempo.

    Non esiste un modo giusto e uguale per tutti di vivere il lutto. Ognuno attraversa il dolore con la propria storia, la propria fede, le proprie domande, le proprie ferite e le proprie risorse.

    Però credo che una cosa possa aiutare: non lasciare che tutto rimanga confuso.

    Dare un nome, una forma, un posto ai ricordi.

    Non per cancellare il dolore, ma per non esserne travolti.

    Perdere un genitore e custodire la memoria familiare

    Quando una persona muore, restano molte cose.

    Restano gli oggetti, che a volte sembrano muti e poi, all’improvviso, parlano.
    Un vestito.
    Una fotografia.
    Un quaderno.
    Una lettera.
    Un libro.
    Una frase scritta a mano.

    Nel caso di mio padre, la malattia oncologica non ha lasciato solo dolore. Ha lasciato anche parole. Scritti. Tracce. Lui aveva iniziato a raccontare la sua storia, ma noi non l’abbiamo trascritta come forse avremmo potuto fare.

    Oggi questo pensiero mi torna con una forza diversa.

    Perché quando una persona può raccontarsi, lascia qualcosa che va oltre il ricordo degli altri. Lascia la propria voce, il proprio modo di avere vissuto. Lascia la sua percezione degli eventi, non solo la nostra interpretazione.

    Noi ricordiamo sempre a partire da noi stessi. È inevitabile.
    Ma quando raccogliamo le parole di chi amiamo, permettiamo alla sua storia di restare più vicina alla sua verità.

    Non perfetta.
    Non definitiva.
    Ma più autentica.

    La memoria familiare non è fatta solo di grandi eventi. È fatta di dettagli, di gesti quotidiani, di scelte, di rinunce, di fatiche. Di momenti in cui una persona ha cercato di fare il meglio che poteva con gli strumenti che aveva.

    Raccogliere una storia significa dare valore a tutto questo.

    Dalla morte in famiglia alle Biografie Pedagogiche

    Le Biografie Pedagogiche nascono proprio da questa consapevolezza: ogni vita contiene un valore che merita di essere ascoltato, raccolto e custodito.

    Non si tratta di trasformare una persona in un personaggio perfetto o di cancellarne le difficoltà.
    Non si tratta nemmeno di scrivere un racconto celebrativo.

    Si tratta di restituire dignità a una storia.

    Una Biografia Pedagogica può aiutare una persona anziana a sentirsi ancora vista. Può aiutare una famiglia a conservare ricordi che altrimenti rischierebbero di perdersi. Può aiutare figli e nipoti a comprendere meglio da dove vengono.

    E può aiutare anche chi racconta.

    Perché raccontare la propria vita significa rileggerla.
    Significa riconoscere passaggi, scelte, ferite, risorse.
    Significa lasciare qualcosa a chi verrà dopo.

    Forse non possiamo impedire alla vita di finire.
    Ma possiamo scegliere di non lasciare che una storia finisca nel silenzio.

    Perdere un genitore: cosa accade a chi rimane. Biografia pedagogica e memoria familiare dopo la perdita di un genitore
    Quando una storia viene scritta, una voce continua a restare accanto.

    Perdere un genitore: una conclusione che non chiude

    Non so se siamo mai davvero pronti a perdere un genitore.

    Possiamo essere adulti, preparati, consapevoli. Sapere che quel momento arriverà. Possiamo persino riconoscere che, dopo una lunga vita, la morte può essere anche compimento.

    Ma quando accade, qualcosa dentro di noi si sposta.

    Resta un vuoto, una domanda, una nuova posizione nel mondo.

    Eppure, insieme al dolore, può restare anche un compito.

    Custodire.
    Raccontare.
    Trasmettere.
    Continuare a vivere portando con sé ciò che si è ricevuto.

    Perdere un genitore significa attraversare una soglia. Ma non significa perdere tutto. Finché una storia viene raccontata, qualcosa continua a generare vita.


    Se leggendo queste parole hai pensato a un genitore, a un nonno, a una persona cara di cui vorresti custodire la voce, le Biografie Pedagogiche possono trasformare una storia di vita in una memoria scritta, intima e preziosa.

    A volte basta un ricordo, una fotografia, una frase rimasta aperta.

    Per iniziare, puoi scrivermi dal form che trovi qui sotto.

    Prevenire con Cura, Supportare con Passione.

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