Antonio/Yashal: tra cura, cambiamento e musica

Antonio/Yashal: tra cura, cambiamento e musica. Ritratto di Antonio Pennestri, in arte Yashal, illuminato da una luce rossa laterale

Antonio/Yashal: tra cura, cambiamento e musica. Antonio Pennestri, intervistato, racconta con autenticità e curiosità le sue scelte di vita e i nuovi inizi.

Durante quest’anno scolastico ho conosciuto Antonio Pennestri, in arte Yashal.

Abbiamo lavorato insieme e condiviso classi, progetti e momenti della quotidianità scolastica. Fin dall’inizio mi ha colpito il suo modo di vivere il presente.

Conoscendo meglio Antonio/Yashal, ho scoperto una storia personale e professionale ricca di esperienze.

Antonio è un giovane uomo passionale, creativo e molto concentrato su ciò che fa. Quando sceglie un progetto, lo vive con intensità e partecipazione.

È stato infermiere, ha studiato nutrizione ed è approdato all’insegnamento. Come Yashal, scrive e interpreta anche le proprie canzoni.

La sua storia è fatta di scelte, cambiamenti, sogni e nuovi inizi.

Una storia giovane che merita di essere raccontata

Le mie Biografie Pedagogiche sono nate per raccogliere le memorie familiari e valorizzare le storie delle persone anziane. L’incontro con Antonio/Yashal mi ha fatto riflettere anche su un’altra possibilità.

Una persona può essere ancora giovane e avere già molto da raccontare?

La mia risposta è ovviamente affermativa.

Antonio ha attraversato esperienze diverse e ha costruito numerosi progetti. Continua a cercare una direzione, senza chiudersi alle opportunità che incontra.

Ascoltandolo, ho riconosciuto un filo che unisce le sue scelte: la cura.

La cura della persona, del corpo, delle relazioni e dei percorsi educativi. Anche la musica diventa uno spazio in cui trasformare le esperienze vissute.

Questo articolo segue il metodo delle mie Interviste Biografiche. Saranno le domande ad accompagnare il racconto e sarà soprattutto Antonio/Yashal a parlare.

Le risposte sono state rese più chiare, senza modificarne il significato. Ho mantenuto il suo linguaggio, il suo ritmo e la sua autenticità.

Ringrazio Antonio/Yashal per aver scelto di mettersi in gioco e di condividere la propria storia.

Vi invito ora a conoscere Antonio Pennestri, in arte Yashal, e i molti inizi che continuano ad abitare la sua vita.

Il filo del percorso di Antonio/Yashal

Guardando oggi il tuo percorso — infermieristica, nutrizione, musica e insegnamento — qual è il filo che secondo te tiene insieme tutte queste strade?

Antonio/Yashal: la stessa persona

Dietro tutte queste sfaccettature c’è sempre la stessa persona: Antonio Pennestri, che nella dimensione artistica diventa Yashal.

Nel settore della medicina o dell’insegnamento preferisco essere chiamato Antonio. Quando invece entro nel mondo artistico preferisco Yashal, perché è come se Antonio si trasformasse e diventasse un animale da palcoscenico.

Sono una persona molto estroversa. Quando entro nella dimensione artistica, però, divento un’altra cosa: mi scateno.

Succede anche quando vado a ballare. Oggi lo faccio molto meno rispetto al passato, magari una volta ogni due o tre mesi. Quando ci vado, però, mi diverto davvero.

Per un periodo ho fatto anche il PR nelle discoteche di Roma. Potevo andare a ballare la sera e, il giorno dopo, nonostante la stanchezza della nottata, tornare a lavorare.

Magari dovevo fare una semplice iniezione o una medicazione, ma ero sempre io.

Poi tornavo a casa e c’era anche un’altra mia passione: la cucina. Magari mi mettevo a preparare un dolce.

Era tutto insieme.

Dall’ambulatorio alla nutrizione

Anche la nutrizione è entrata nella mia vita in questo modo.

Prima di arrivare nella scuola ho lavorato per cinque anni in ambulatorio. La mattina facevo i prelievi e il tempo per parlare con i pazienti era poco. Arrivavano, facevano il prelievo e andavano via.

Nel pomeriggio, invece, durante un elettrocardiogramma avevo qualche possibilità in più di parlare con loro.

La prima cosa che chiedevo era: «Perché deve fare l’elettrocardiogramma?».

Se la persona mi raccontava di aver avuto dolori al torace o palpitazioni, chiedevo se soffrisse anche di reflusso. Cercavo di capire se quei sintomi comparissero dopo pranzo, dopo cena oppure durante la notte.

Molto spesso mi veniva da pensare che potesse esserci anche una componente gastrica. Precisavo comunque sempre che era importante controllare prima l’aspetto cardiologico.

Solo dopo averlo escluso si potevano approfondire altre possibili cause, magari rivolgendosi a un gastroenterologo o a un nutrizionista.

Durante quegli anni ho cominciato a domandarmi: «Perché non occuparmene io direttamente?».

Più di dieci anni fa ho sofferto a causa di un parassita intestinale, che mi ha provocato diversi problemi. Avevo stanchezza cronica, dimagrivo e avevo sviluppato difficoltà con il glutine e il lattosio.

L’intestino era molto compromesso e avevo anche dolori fisici. Inizialmente si era persino pensato alla fibromialgia.

È stata un’esperienza complessa, che mi ha portato ad avvicinarmi ancora di più alla medicina e alla nutrizione.

Ho sempre cercato di unire medicina, nutrizione e musica, perché alcune di queste esperienze entravano anche nelle canzoni che scrivevo.

Dalla nutrizione all’insegnamento

Il maestro che era già dentro di me

Attraverso la nutrizione si è aperto un altro mondo: quello dell’insegnamento.

Se mi chiedi quale lavoro volessi fare da bambino, posso raccontarti uno dei primi temi che ho scritto a scuola.

Avevo otto o nove anni e la domanda era: «Che cosa vuoi fare da grande?».

Io risposi: «Il maestro».

Poi quel desiderio è stato messo un po’ da parte, però è sempre rimasto dentro di me.

A un certo punto ti chiedi: «Che cosa voglio fare nella vita? Voglio fare questo, voglio fare quello, voglio fare anche quell’altro».

In realtà, tutte queste esperienze mi danno soddisfazione.

Molti dicono che bisogna scegliere: o fai una cosa oppure ne fai un’altra. Se fai tutto insieme, rischi di non fare bene né l’una né l’altra.

Ed effettivamente può essere vero.

Io, però, come si dice a Roma, “do cojo cojo, cojo bene” (ovunque vado a parare, va bene).

Prendo anche quello che arriva, perché viviamo tutti sotto lo stesso cielo. Mi impegno in ciò che faccio e so che uno stipendio serve.

Cerco quindi di mantenere anche un rapporto concreto con la realtà.

Uno spazio per tutte le mie passioni

In questo momento mi piace fare l’insegnante e mi sto impegnando molto per continuare su questa strada.

Dopo la laurea magistrale sto frequentando un master nelle discipline scientifiche, tecnologiche e matematiche. In seguito vorrei conseguire anche l’abilitazione.

L’insegnamento, almeno sulla carta, può lasciarmi uno spazio diverso rispetto alle quaranta ore settimanali che facevo in ambulatorio.

Questo non significa che l’insegnante lavori meno. Tra riunioni, preparazione delle lezioni e altri impegni si possono superare facilmente le quaranta ore.

Può però capitare una giornata nella quale lavori tre ore e non hai riunioni. In quel caso posso incontrare il produttore e dedicarmi alla musica.

Se il produttore non c’è, posso andare in palestra. Oppure posso approfondire un argomento di nutrizione, studiare la parassitologia, la celiachia o le interazioni tra principi attivi e nutrienti.

E magari, un altro giorno, posso preparare un bel ciambellone o qualcosa di più elaborato.

Oggi siamo nell’era digitale e possiamo fare quasi tutto.

Almeno, quasi tutto.

Una parola che oggi mi rappresenta

C’è una parola che oggi senti molto tua: cura, voce, corpo, scuola, sogno, libertà, rinascita o un’altra?

Ho’oponopono.

L’ho conosciuto come una pratica hawaiana legata alla riconciliazione e al perdono. Nella forma contemporanea che seguo, viene proposta attraverso quattro frasi: «Mi dispiace, perdonami, ti amo, grazie».

Per come lo vivo io, non è una formula magica e non mi piace definirlo semplicemente un mantra. È soprattutto un modo per fermarmi, tornare a me stesso e guardare ciò che accade da una prospettiva diversa.

Le parole che sento più vicine sono «ti amo» e «grazie».

Ripeterle mi aiuta a calmarmi, a non reagire subito e a osservare alcune situazioni con maggiore distanza. È come se riuscissi a guardarle con occhi diversi.

Non lo utilizzo soltanto nei momenti difficili. Può accompagnare anche la quotidianità. Per me è uno strumento personale che, in alcuni momenti, mi aiuta a ritrovare equilibrio.

Dove hai conosciuto Ho’oponopono?

L’ho incontrato più di dieci anni fa, in un periodo in cui mi interessavo alla legge dell’attrazione e ai percorsi di crescita personale.

Il primo contatto è avvenuto attraverso il film The Secret. Quel film, però, per me è stato soltanto un punto di partenza. In seguito ho cercato di approfondire attraverso altre letture.

Ho letto, per esempio, Conversazioni con Dio di Neale Donald Walsch e alcuni libri composti da brevi racconti capaci di scaldare il cuore, come quelli della raccolta Chicken Soup for the Soul.

Non considero questi testi come verità assolute o come promesse capaci di cambiare la vita senza impegno. Li ho vissuti soprattutto come occasioni per riflettere, osservare meglio me stesso e provare ad affrontare ciò che accade con un atteggiamento più consapevole e positivo.

Antonio/Yashal: tra cura, cambiamento e musica. Antonio in una fotografia personale degli anni in cui prendeva forma l’identità artistica di Yashal.
Antonio/Yashal: tra Cura, Cambiamento e Musica

La nascita del nome Yashal

Sul tuo percorso artistico compare il nome Yashal. Ti va di raccontarmi da dove nasce questo nome? È un nome scelto, ricevuto, costruito? E quale parte di te custodisce?

In realtà, questa storia fa anche un po’ ridere.

Fino ai diciannove anni usavo un primo nome artistico molto ironico: «Fa ridere o fa piangere», legato anche all’espressione «Ridi per non piangere».

A un certo punto, però, ho iniziato a cercare un nome nuovo con cui presentarmi come cantante.

Ero a un concerto di Elisa. In quel periodo era la mia artista preferita.

Durante il concerto cantò Yashal, accompagnata da un coro gospel.

Non si comprende con certezza di chi parli la canzone. Potrebbe essere un bambino mai nato, un bambino interiore oppure una parte profonda di sé.

Mi colpì soprattutto l’immagine di qualcuno «forte come le montagne e soffice come la neve».

Senza arroganza, mi riconobbi molto in quelle parole. Sentivo che quell’unione tra forza e delicatezza mi rappresentava.

Durante l’esibizione mi emozionai in una maniera pazzesca. Piansi.

La persona che era con me mi guardò e mi disse: «Hai bisogno di un nuovo nome, perché quello che usi fa veramente ridere».

Aveva ragione.

Ci siamo guardati e, quasi nello stesso momento, abbiamo detto: «Yashal».

Quel nome è nato lì, dentro un’emozione molto forte.

Yashal: un nome che ho reso mio

L’ho poi un po’ “antonizzato”: ho spostato l’accento dalla seconda A alla prima, modificandone la pronuncia e rendendo il nome più personale.

Ho anche scoperto in seguito, che, in lingua navajo, Yashal viene associato al significato di «evviva la vita». È un’espressione nella quale mi riconosco completamente, perché rappresenta il mio modo di essere e di affrontare l’esistenza.

Da quel momento il nome è rimasto con me. Tra circa un anno festeggerò il ventesimo anniversario della nascita di Yashal.

Per un periodo ho iniziato anche a presentarmi direttamente così. Dicevo: «Piacere, Yashal».

A volte le persone mi chiedevano di ripetere il nome, perché non lo avevano mai sentito. Per me, però, era ormai diventato naturale.

Non c’è stato un momento successivo in cui ho cominciato a sentirmi Yashal. Nel momento stesso in cui ho scelto quel nome, ho sentito che mi apparteneva.

Antonio/Yashal convivono, perché sono un insieme.

Antonio è la parte legata alla vita quotidiana, al lavoro, alla medicina e all’insegnamento. Yashal è la parte artistica, quella che attraverso la musica e il palcoscenico può esprimersi con maggiore libertà.

Non sono due persone separate.

Antonio dice: «Evviva la vita». Anche Yashal dice: «Evviva la vita».

Il nome d’arte non nasconde Antonio. Dà forma e voce a una parte di me che esiste da sempre.

Antonio/Yashal: una riflessione ancora aperta

La nascita del nome Yashal ci ha portati dentro una parte importante dell’identità di Antonio: il rapporto tra la persona, il professionista e l’artista.

Due nomi che non dividono, ma raccontano sfumature differenti della stessa vita.

La nostra conversazione, però, non si è fermata qui.

Dopo aver attraversato le sue scelte professionali, il significato del nome artistico e il suo modo di guardare l’esistenza, ho chiesto ad Antonio di fermarsi per un momento e osservare la strada già percorsa.

Che cosa sente di avere costruito?

Chi riconosce oggi, guardandosi alla soglia dei quarant’anni?

È da queste domande che proseguirà la seconda parte della nostra intervista biografica. Un dialogo sul giudizio degli altri, sugli ostacoli incontrati, sull’ambizione e sulla capacità di ricominciare.

Perché raccontarsi non significa soltanto ricordare ciò che è accaduto.

Significa anche provare a riconoscere la persona che, attraverso quelle esperienze, siamo diventati.

La storia di Antonio/Yashal continua

La nascita del nome Yashal ci ha condotti dentro una parte importante dell’identità di Antonio. Due nomi che non dividono, ma raccontano sfumature differenti della stessa persona.

Questo primo capitolo si chiude con una domanda ancora aperta: chi riconosce oggi Antonio, guardandosi alla soglia dei quarant’anni?

Sarà il punto di partenza del secondo articolo:

Antonio/Yashal: chi sono alla soglia dei quarant’anni?

Antonio riflette sul giudizio degli altri, sull’ambizione, sugli ostacoli incontrati e sul significato della cura.

Il percorso proseguirà poi con:

Antonio/Yashal: insegnamento e nuovi inizi

Entreremo nel mondo della scuola, nel coraggio di cambiare strada e nella possibilità di sentirsi ancora in tempo per ricominciare.

L’ultima parte sarà dedicata alla sua identità artistica:

Antonio/Yashal: la vita in musica

Le esperienze personali diventano parole, melodie e canzoni. Yashal racconta i brani già pubblicati e il desiderio di tornare a creare e a ballare.

Con esperienzanarrata e le Interviste Biografiche, desidero riportare al centro la persona, valorizzandone il vissuto e il modo unico di raccontarsi.

Chiudo questa prima parte con l’immagine di Antonio/Yashal, in cui la cura, la concretezza e la musica convivono come modi diversi di attraversare la vita. Da questa identità ancora in movimento, potrai scegliere quale tappa e quale passione esplorare nei prossimi capitoli della sua storia.

Prevenire con Cura, Supportare con Passione


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