Noia: prima di interpretare quella dei bambini, proviamo a riconoscere la nostra. Una riflessione tra esperienza personale, filosofia e pedagogia.
Se qualcuno mi chiedesse «Che cos’è la noia?», probabilmente non saprei dare una risposta immediata.
Non perché tutto ciò che faccio mi appassioni. Quando qualcosa non mi coinvolge o non risponde alle mie aspettative, cerco quasi subito un’alternativa.
Cambio, provo, immagino un’altra possibilità.
Sono una persona curiosa, dinamica, che ama conoscere e sperimentare. Ma proprio questo mio modo di reagire mi ha portata a interrogarmi.
Non conosco davvero la noia oppure tendo a evitarla prima ancora di riconoscerla?
Per cercare una risposta sono partita dal significato di questa parola, scoprendo quante esperienze differenti possa racchiudere.
Poi il pensiero è tornato all’infanzia e all’educazione ricevuta.
Quando eravamo bambini, che spazio aveva la noia nelle nostre giornate? Potevamo cercare autonomamente qualcosa da fare oppure c’era sempre un adulto pronto a proporci una soluzione?
Non credo che il passato spieghi ogni nostra reazione, ma penso che valga la pena riconoscere quanto le esperienze vissute possano influenzare il modo in cui oggi ci relazioniamo con i bambini.
Per questo, prima di chiederci come affrontare il loro «Mi annoio!», vorrei fermarmi su un’altra domanda:
Stiamo ascoltando ciò che ci comunicano oppure stiamo rispondendo attraverso la nostra esperienza?
La noia: che cosa significa davvero?
Quante volte abbiamo pronunciato l’espressione «Che noia!»?
Davanti a un’attesa interminabile, a un’attività ripetitiva oppure in una giornata in cui sembra non esserci nulla di interessante da fare.
Ma siamo sicuri che tutte queste situazioni descrivano la stessa esperienza?
Secondo il vocabolario Treccani, la noia può essere una sensazione di insoddisfazione, fastidio o tristezza, legata alla mancanza di attività oppure a qualcosa che percepiamo come monotono, poco interessante o lontano dalle nostre inclinazioni.
Possiamo provare noia quando non sappiamo cosa fare, ma anche quando siamo impegnati in qualcosa che non ci coinvolge. E, al contrario, possiamo vivere momenti privi di impegni senza annoiarci affatto.
La noia, quindi, non coincide necessariamente con il tempo vuoto.
Anche il filosofo Bertrand Russell, nel libro La conquista della felicità del 1930, dedicò un intero capitolo al rapporto tra noia e ricerca continua di stimoli. Una riflessione ancora interessante oggi, perché ci invita a interrogarci sulla nostra capacità di vivere anche i momenti ordinari, senza pretendere che ogni esperienza sia necessariamente coinvolgente.
Dal punto di vista pedagogico, ciò che mi interessa non è stabilire se la noia sia positiva o negativa, ma comprendere quale significato possa assumere nell’esperienza di una persona.
Un’attesa può diventare un’occasione per osservare, immaginare o riflettere. Ma può anche generare insofferenza. Un’attività ripetitiva può offrire sicurezza e continuità oppure trasformarsi in qualcosa che non suscita più interesse.
Non esiste, dunque, un unico modo di vivere la noia.
Ed è proprio questa diversità che ci invita a non considerarla automaticamente un problema da risolvere, né un’esperienza da incoraggiare a tutti i costi.
Prima di attribuirle un valore educativo, dovremmo imparare a riconoscerla e comprenderla.
La noia e il nostro essere adulti
Nella vita adulta il tempo sembra non bastare mai: lavoro, famiglia, responsabilità, impegni quotidiani. Le nostre giornate sono spesso organizzate intorno a ciò che dobbiamo fare, lasciando poco spazio a ciò che desideriamo vivere.
E quando finalmente abbiamo del tempo libero?
C’è chi riesce a godersi il silenzio, chi cerca compagnia, chi si dedica a una passione e chi avverte il bisogno di riempire immediatamente quel momento.
Ma siamo sicuri di riconoscere la noia quando la proviamo? Abituati a passare da un impegno all’altro, possiamo confondere una pausa con un momento di noia, oppure cercare nuove occupazioni senza soffermarci su ciò che desideriamo realmente.
Talvolta, una perdita di interesse per ciò che ci circonda, soprattutto quando persiste, può accompagnare momenti di fragilità, cambiamenti importanti o difficoltà personali.
Una persona che non trova più interesse nelle attività quotidiane non è necessariamente una persona annoiata. Occorre quindi prestare attenzione, senza banalizzare ciò che vive e senza attribuirgli significati che non conosciamo.
Questa riflessione mi riporta a Duccio Demetrio, filosofo dell’educazione e mio professore universitario. Nel libro Autoanalisi per non pazienti. Inquietudine e scrittura di sé (2003), anche la noia compare tra le esperienze sulle quali interrogarsi, attraverso la riflessione e la scrittura autobiografica.
Nel mio lavoro pedagogico parto da una convinzione: l’educazione non si conclude con l’infanzia, ma continua lungo tutto il percorso della vita.
Conoscere noi stessi significa anche riflettere sul rapporto che abbiamo costruito con il tempo, sulle nostre abitudini e sulle esperienze che hanno contribuito a formarci.
Una consapevolezza importante, soprattutto quando il nostro modo di vivere la noia incontra quello dei bambini.
La noia nei bambini: impariamo ad ascoltarli
«Mi annoio!»
Quante volte abbiamo sentito un bambino pronunciare questa frase? Magari dopo una giornata trascorsa tra scuola, compiti, sport e attività organizzate, oppure durante un pomeriggio in cui sembra non esserci nulla da fare.
Ma siamo sicuri che quel «Mi annoio!» esprima sempre una vera condizione di noia?
A volte può essere il modo più immediato per comunicare insoddisfazione, stanchezza o il desiderio di interrompere ciò che sta facendo.
Può voler dire cambiare attività, cercare la compagnia di un adulto oppure, al contrario, desiderare un momento tutto suo, senza richieste e senza impegni.
Pensiamo a un bambino che, dopo una giornata piena di attività, chiede di guardare un cartone animato, un film o di utilizzare un dispositivo digitale. Forse desidera soltanto dedicarsi a qualcosa che percepisce come meno impegnativo, senza dover raggiungere un risultato o rispondere a continue richieste.
Non significa che gli schermi debbano diventare la risposta automatica alla noia, né che guardarli equivalga necessariamente a riposare. Ma quella richiesta merita di essere compresa prima di essere giudicata.
Dall’infanzia alla preadolescenza
Nell’osservare un bambino dobbiamo considerare anche la sua età e il percorso di crescita.
Nei primi anni di vita, il bambino comunica attraverso gesti, movimenti, espressioni e ricerca della vicinanza dell’adulto. Non possiamo attribuire automaticamente alla noia ogni segnale di irrequietezza o disinteresse.
Nella scuola dell’infanzia, tra i tre e i sei anni, i bambini esprimono con crescente chiarezza desideri e insoddisfazioni. Possono già manifestare interessi precisi, anche verso la televisione e gli strumenti digitali, senza riuscire sempre a spiegare che cosa li spinga a cercarli.
Nella scuola primaria, dai sei agli undici anni circa, si ampliano progressivamente le possibilità di riflettere sui propri interessi e organizzare il tempo. La noia può essere collegata alla ripetitività, alla mancanza di coinvolgimento o al desiderio di una maggiore autonomia.
Con l’avvicinarsi della preadolescenza, cambiano ulteriormente gli interessi, le relazioni e il bisogno di compiere scelte personali.
Naturalmente, queste distinzioni sono orientative: ogni bambino cresce con tempi, esperienze e risorse differenti.
Ripetizione, attenzione e autonomia in classe
Penso, per esempio, alle attività scolastiche.
Un esercizio ripetuto più volte può essere considerato dall’insegnante un allenamento necessario per consolidare un apprendimento. Il bambino, invece, può percepirlo come monotono, soprattutto quando sente di aver già acquisito quella competenza.
Altre volte la noia può comparire durante una spiegazione troppo lunga o un’attività nella quale il bambino fatica a sentirsi coinvolto. La perdita di attenzione, però, non indica necessariamente noia: occorre comprendere anche se la proposta sia accessibile e adeguata alle sue possibilità.
E poi ci sono bambini che desiderano fare da soli, magari prima di quanto noi adulti immaginiamo. Continuare a guidarli in ciò che sanno già svolgere autonomamente può ridurre il loro interesse e la possibilità di prendere iniziative.
È qui che lo sguardo pedagogico diventa fondamentale: osservare il bambino, riconoscere le sue competenze e comprendere quando intervenire e quando lasciargli maggiore autonomia.
La noia, la creatività e il tempo libero
«La noia stimola la creatività». Un’affermazione ricorrente nei consigli educativi, ma possiamo considerarla una regola?
Una revisione scientifica del 2024, che ha esaminato 27 studi sul rapporto tra noia e creatività nei contesti educativi, ha evidenziato risultati contrastanti. Non possiamo quindi affermare che annoiarsi renda necessariamente più creativi.
Dal punto di vista pedagogico, credo sia importante distinguere la noia dal tempo libero e dalle opportunità che questo può offrire.
Le attività organizzate possono essere esperienze formative preziose, ma i bambini hanno bisogno anche di momenti nei quali scegliere autonomamente come trascorrere il proprio tempo.
L’articolo 31 della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia riconosce il diritto al riposo, al tempo libero, al gioco e alle attività ricreative.
Immaginiamo un bambino che trova una scatola di cartone e decide di trasformarla in una casa, un’automobile oppure un castello. Nessuno gli ha dato istruzioni: sta inventando, sperimentando e dando forma a un’idea.
Non sappiamo se prima si stesse annoiando. Sappiamo però che ha avuto la libertà di scegliere.
La creatività non nasce necessariamente dalla noia, ma può trovare spazio quando i bambini hanno occasioni per esplorare, immaginare e prendere iniziative personali.
Come avevo già approfondito nell’articolo sui compiti a casa e sull’autonomia nell’apprendimento, il tempo scolastico deve trovare un equilibrio con il gioco, le relazioni e il riposo.
Anche gli strumenti digitali possono trovare spazio nel tempo libero, purché non sostituiscano sistematicamente altre esperienze.
Forse dovremmo smettere di considerare ogni momento libero come un’occasione da rendere produttiva.
Lasciamo ai bambini il tempo di giocare, immaginare, riposare e, qualche volta, anche annoiarsi. Senza pretendere che dalla noia debba necessariamente nascere qualcosa di straordinario.
Accompagnare senza sostituirsi
Pensiamo a un bambino che domanda: «Mi annoio, cosa faccio?». Invece di proporgli subito un’attività, potremmo chiedere: «Tu che cosa avresti voglia di fare?».
La risposta potrebbe sorprenderci, o riguardare qualcosa che non possiamo concedere. Ascoltare, però, non significa acconsentire a tutto: significa accompagnarlo a individuare possibilità realistiche.
Non tutti i bambini esprimono la noia allo stesso modo. I più piccoli possono aver bisogno di proposte concrete; crescendo, il bisogno di scelta può manifestarsi anche attraverso il comportamento, senza una richiesta esplicita.
L’autonomia non si impone e non si pretende: si costruisce gradualmente, attraverso esperienze adeguate all’età, alle possibilità e ai bisogni di ciascuno.
La noia può allora diventare un’occasione per esercitare la capacità di scegliere, senza trasformarsi nell’ennesimo compito da svolgere.
Un bambino può provare, cambiare idea, interrompere un gioco: non ogni esperienza deve produrre un risultato.
Accompagnare un bambino non significa chiedergli di essere sempre autonomo.
A volte cerca soltanto la nostra presenza: una conversazione, un gioco condiviso o il piacere di stare insieme senza un programma.
La relazione educativa si costruisce anche in questo tempo, quando l’adulto sa esserci senza organizzare tutto.
È proprio nella quotidianità familiare che prende forma anche il mio percorso di Pedagogista in Casa: uno spazio di osservazione e confronto con i genitori, per riconoscere insieme le risorse della famiglia e costruire risposte educative rispettose dei bisogni di ciascuno.
L’obiettivo non è eliminare la noia, ma aiutare i bambini ad affrontare ciò che vivono, sapendo di poter contare sulla presenza degli adulti quando ne hanno bisogno.

Prima di rispondere, impariamo ad ascoltarci
Siamo partiti dalla noia, ma lungo questo percorso è emersa una questione forse ancora più impegnativa: quanto riusciamo ad ascoltare noi stessi prima di intervenire nella vita dei bambini?
Non è un esercizio semplice, né un’attitudine che tutti viviamo allo stesso modo.
C’è chi tende ad ascoltare e osservare con calma e chi reagisce con slancio, creatività e desiderio di trovare subito una soluzione. Sono modi differenti di affrontare le situazioni, ciascuno con le proprie risorse. Tuttavia, anche una risposta nata dalle migliori intenzioni può arrivare prima che abbiamo compreso la richiesta.
Ascoltarsi significa riconoscere questa spinta senza giudicarla.
Accorgersi, per esempio, che quel «Mi annoio!» ci mette fretta, ci infastidisce oppure suscita immediatamente in noi una nuova idea. A quel punto possiamo scegliere se proporla, aspettare o fare una domanda in più.
La capacità di ascolto non è soltanto una predisposizione personale: possiamo coltivarla, imparando a riconoscere le nostre abitudini e a mettere in discussione le risposte che consideriamo scontate.
Forse il valore educativo di questa riflessione sta proprio qui: non nel trovare una soluzione valida per ogni situazione di noia, ma nel diventare adulti più consapevoli del significato delle nostre risposte.
È una consapevolezza dalla quale vorrei partire anche nelle prossime riflessioni sulla famiglia, sulle regole e sull’autonomia.
Perché educare un bambino significa rimanere disponibili a imparare qualcosa su noi stessi.
Prevenire con Cura, Supportare con Passione




Devi effettuare l'accesso per postare un commento.