La fatica nasce con noi: educarci ad affrontarla è un gesto d’amore

La fatica nasce con noi. Adelaide si china per ascoltare un gruppo di bambini durante un'esperienza missionaria in Africa. L'immagine è rielaborata in stile pittorico, con i volti dei minori non distinguibili.

La fatica nasce con noi e accompagna la nostra vita. Una riflessione filosofica e pedagogica sul valore dell’amore, dell’esempio e dell’autonomia.

La fatica nasce con noi. Il parto richiede alla madre uno sforzo intenso. Per il bambino segna l’inizio di una vita fatta di adattamenti, scoperte e conquiste.

Ripensando ai miei studi universitari, mi è tornato alla mente Martin Heidegger. Nella sua opera Essere e tempo (1927), il filosofo sviluppa il concetto di gettatezza (Geworfenheit). L’essere umano si trova a esistere in un mondo che non ha scelto.

Da giovane, quell’immagine mi affascinava. Oggi, con una maggiore esperienza di vita, il verbo gettare suscita in me una sensazione diversa. So che Heidegger non parla di un bambino abbandonato, ma della condizione umana. Eppure, quando penso alla nascita, sento soprattutto il valore dell’accoglienza.

Mi piacerebbe immaginare, e soprattutto auspicare, che ogni nuova vita sia desiderata, attesa e accolta. So però che la realtà non sempre corrisponde a questo desiderio. Per questo sento più vicina la riflessione di Salvatore Natoli. Nel saggio L’esperienza del dolore nell’età della tecnica, il filosofo richiama il significato del venire al mondo.

Da questa riflessione nasce un pensiero che sento mio:

Venire al mondo significa iniziare un percorso che nessuno può compiere al nostro posto.

Ripenso ai miei genitori, alla mia esperienza di madre e alle condizioni di vita incontrate in Africa. Oggi, nel mio lavoro di pedagogista, ritrovo la fatica nella quotidianità dei bambini. Mi domando quanto il significato che attribuiamo alla fatica dipenda dalla nostra storia e dalle condizioni in cui viviamo.

Che cosa intendiamo per fatica?

«Che fatica!». Quante volte pronunciamo questa espressione durante la giornata? Dopo uno sforzo fisico, un impegno che richiede concentrazione o una situazione difficile da affrontare.

Il Vocabolario Treccani definisce la fatica come uno sforzo fisico o intellettuale. Può indicare una difficoltà, ma anche la stanchezza che deriva da un’attività impegnativa.

Eppure, mi chiedo: fare fatica significa necessariamente imparare qualcosa?

La filosofa Simone Weil, in Attesa di Dio, dedica una riflessione al valore dell’attenzione nello studio. Possiamo impegnarci molto, affaticarci, senza arrivare a comprendere davvero ciò che stiamo facendo. L’attenzione richiede qualcosa di più del semplice sforzo.

Ritrovo un pensiero vicino alla mia visione pedagogica in John Dewey. Nel libro Esperienza e educazione (1938), il pedagogista sottolinea che non tutte le esperienze favoriscono la crescita. Conta ciò che un’esperienza lascia nella persona e le possibilità che apre per il futuro.

Un bambino può impegnarsi molto senza ottenere subito il risultato desiderato. Ha imparato meno di chi riesce al primo tentativo? E quanto può incidere sulla sua voglia di riprovare il modo in cui l’adulto risponde a quella difficoltà?

Ereditiamo il modo di affrontare la fatica?

Per comprendere il mio modo di affrontare le difficoltà, ripercorro spesso la mia storia. Mi interrogo sulle parole dei miei genitori e sui comportamenti che ho fatto miei senza accorgermene. È un’attenzione che porto anche nel lavoro con le famiglie, attraverso il mio sguardo di pedagogista.

Nel linguaggio quotidiano dei miei genitori, «fatica» e «rinuncia» erano parole ricorrenti. Raccontavano le condizioni della loro vita, ma soprattutto il modo in cui affrontavano le responsabilità familiari.

Non posso giudicare le loro scelte soltanto con gli occhi del presente. Erano figli del proprio tempo, cresciuti con modelli educativi che a loro volta avevano ricevuto. Oggi riconosco quanto quel modo di vivere abbia influenzato il mio, persino nelle scelte con cui ho cercato di prenderne le distanze.

La riflessione sulle mie radici e sulla memoria familiare è presente nell’articolo Il mio Nome: Una Narrazione Identitaria.

Scegliere una strada diversa

Quando sono diventata madre e sono emerse le difficoltà nella coppia, ho deciso di non riprodurre interamente il modello educativo della mia famiglia. Non volevo cancellare ciò che avevo ricevuto, ma intraprendere una strada personale.

Ho cresciuto mio figlio da sola, difendendo la mia autonomia e affrontando scelte difficili. Nell’articolo Cresciuti insieme: una Madre possibile ho raccontato come la nostra relazione sia stata un percorso di crescita per entrambi.

Oggi, guardando al percorso di mio figlio, riconosco opportunità diverse da quelle che avevo io: gli studi universitari, il lavoro e la scelta di costruire una famiglia. Una strada più lineare della mia, ma certamente non priva di difficoltà.

Vederlo a sua volta padre mi porta a osservare con interesse una nuova generazione di genitori. Mi interrogo allora su una questione concreta: quando abbiamo la possibilità di offrire molte opportunità ai bambini, quanto spazio lasciamo loro per sperimentare, affrontare una difficoltà e conquistare qualcosa con le proprie capacità?

Un genitore interviene spesso spontaneamente per aiutare il figlio, spinto dall’amore. Qualche volta quel gesto risponde a un bisogno reale; altre volte anticipa un tentativo che il bambino avrebbe potuto compiere da solo. Riconoscere questa differenza non è sempre facile, soprattutto quando siamo stanchi o preoccupati.

Il ruolo del genitore si apprende esercitandolo.

Riconoscere i modelli ricevuti dalla propria famiglia non significa riuscire immediatamente a cambiarli. Nei momenti di maggiore difficoltà possiamo reagire senza interrogarci, ripetendo comportamenti familiari.

La fatica di educare comincia dall’accorgersi delle proprie reazioni, dal metterle in discussione e dal provare, giorno dopo giorno, a scegliere diversamente.

L’esperienza africana: una nuova consapevolezza della fatica

In Angola, durante una vacanza al mare con alcune ragazze accolte in una casa missionaria, ho vissuto in condizioni molto lontane dalle mie abitudini.

Il caldo era intenso, le condizioni igieniche erano precarie e l’alimentazione poco sana. Per quattro notti ho dormito per terra. L’ultima notte, ormai molto stanca e con un forte mal di schiena, ho dovuto dormire seduta perché non riuscivo più a sdraiarmi. Durante quella permanenza ho contratto una forma di tifo (pur essendo vaccinata).

In Tanzania, a Ilamba, ho trascorso un mese all’interno di una scuola secondaria, a circa duemila metri di altitudine. Le temperature notturne erano così basse che dormivo sotto una pila di coperte, con una bandana sulla testa che mi copriva le orecchie. Ogni giorno dovevo scaldare l’acqua e organizzarmi con pentole e recipienti per potermi lavare.

La fatica nasce con noi. Aula scolastica in Africa con banchi e sedie di legno, una grande lavagna e luce naturale. Un ambiente legato al tema della fatica di imparare.
Aula scolastica a Ilamba in Tanzania. Scuola Secondaria Suore della Consolata

A Manda, sempre in Tanzania, nella savana, ho incontrato una difficoltà differente: la mancanza di comunicazione attraverso la tecnologia. Non riuscivo a sentire la mia famiglia né potevo informarmi su quanto accadeva nel mondo.

Quelle esperienze mi hanno messo alla prova, fisicamente ed emotivamente. Erano però difficoltà che avevo scelto di affrontare, sapendo che sarei tornata a casa.

E ancora, durante l’esperienza missionaria ho osservato bambini di poco più di sette anni portare sulla schiena i fratellini più piccoli. Mi colpiva vedere bambini così piccoli assumersi responsabilità che, nella mia concezione dell’infanzia, spettano agli adulti.

Quell’immagine ha ampliato la mia consapevolezza: una cosa è affrontare condizioni difficili per scelta, un’altra è crescere in una realtà nella quale le possibilità di scelta sono diverse e spesso limitate.

Quando un progetto cambia forma

Il mio progetto di vivere a lungo in una missione africana non si è realizzato. Tornata in Italia, ho dovuto ripensare il mio futuro e confrontarmi con una realtà diversa da quella che avevo immaginato.

Accettare questo cambiamento è stato difficile. Avevo investito molto in quel progetto, soprattutto sul piano personale.

Ho conosciuto così un’altra dimensione della fatica: quella di rivedere un progetto al quale avevo dedicato energie e speranze, riconoscendo che le condizioni della mia vita erano cambiate e che dovevo confrontarmi anche con i miei limiti.

La fatica di imparare: provare, sbagliare, riprovare

Nella mia esperienza di pedagogista e insegnante, mi è capitato che una mamma mi chiedesse se fosse davvero necessario che sua figlia imparasse a scrivere in corsivo. «Per lei è faticoso», ha aggiunto.

La mia prima risposta è stata che imparare qualcosa di nuovo richiede tempo, esercizio e pazienza. Poi, riflettendo sul significato della fatica, mi è venuta spontanea un’altra domanda: «Ma lei, nella sua vita, non ha mai fatto fatica per imparare qualcosa?».

Mi ha sorriso e ha annuito.

Ripensando a quella conversazione, credo sia importante partire dalla preoccupazione della mamma: che cosa rendeva il corsivo così faticoso per sua figlia? La fatica accompagna molti apprendimenti, ma comprenderne le ragioni ci aiuta a scegliere come sostenere ciascun bambino.

Imparare il corsivo richiede coordinazione dei movimenti della mano, riconoscimento delle forme delle lettere e capacità di collegarle tra loro. Per alcuni bambini questi passaggi risultano più semplici, mentre altri hanno bisogno di tempi più lunghi, esercizi differenti e maggiore sostegno.

È importante distinguere lo sforzo necessario per imparare da una difficoltà individuale che richiede maggiore attenzione e tempo.

Osservare come il bambino affronta il compito può aiutarci a comprendere quando incoraggiarlo a proseguire e quando modificare la nostra proposta educativa.

Imparare a riconoscere i propri limiti

Un altro esempio viene dalle attività condivise con mio nipote. Quando era più piccolo, gli proponevo di colorare, disegnare e modellare il Didò. Gli lasciavo il tempo di sperimentare e spesso completavamo insieme ciò che aveva iniziato.

Oggi, a quattro anni e mezzo, qualche volta lo vedo abbandonare un’attività alle prime difficoltà. A questo punto mi interrogo: è stanco? Ha perso interesse? Il compito è troppo impegnativo? Oppure ha bisogno di essere incoraggiato a continuare?

Come capire quando incoraggiare e quando è meglio fermarsi?

Prima di intervenire cerco di osservarlo e ascoltare ciò che mi comunica. A volte basta riprendere insieme un passaggio, altre volte è opportuno lasciare spazio a una pausa.

La fatica di imparare non consiste soltanto nel portare a termine un compito. È un percorso fatto di tentativi, errori, tanti errori e piccoli progressi. A volte significa insistere, altre volte fermarsi, senza necessariamente rinunciare.

Mi interessa che possa conoscere gradualmente le proprie capacità, riconoscere le difficoltà e scoprire, attraverso i suoi tentativi, quanto vale la pena riprovare.

La fatica di educare: esserci e dare l’esempio

Accompagnare un bambino in una nuova attività, magari complessa, richiede impegno e fatica anche da parte dell’adulto. Non basta dirgli «fai». Occorre mostrargli come organizzarsi, affrontare i diversi passaggi e aiutarlo ad assumersi gradualmente delle responsabilità.

A scuola, durante il momento dell’igiene, è prassi affidare ai bambini piccoli incarichi, come distribuire carta igienica, sapone e carta asciugamano. Affidare un compito, però, è soltanto il primo passo. I bambini devono imparare a organizzarsi, gestire i turni e prestare attenzione alle necessità degli altri.

Per l’adulto significa dedicare tempo a spiegare, osservare e intervenire quando necessario, anche se sarebbe più semplice fare al posto loro.

La responsabilità deve diventare un’esperienza di collaborazione, non un’occasione per esercitare potere sui compagni.

L’esempio dell’adulto a tavola

Un altro esempio riguarda il momento del pranzo. Come pedagogista e insegnante, ritengo importante sedermi in mezzo ai bambini durante la mensa scolastica. Questa presenza permette di osservare i loro comportamenti, ascoltare le conversazioni e partecipare alla vita del gruppo. Significa sentirsi parte di quel momento, senza perdere il proprio ruolo di adulto.

È un’attenzione che porto anche nel mio progetto Pedagogista in Casa, dove rifletto con le famiglie sul valore educativo del mangiare insieme, fin dalla tenera età.

Condividere la tavola con bambini piccoli può essere più faticoso che farli mangiare prima degli adulti. Richiede pazienza, attenzione e disponibilità a rispettare i loro tempi.

Durante il pranzo si imparano le regole dello stare a tavola, il rispetto dei turni di parola, il dialogo e l’attenzione verso gli altri.

Come possiamo insegnare questi comportamenti senza essere noi stessi un esempio?

Mettersi alla stessa altezza dei bambini non significa assumere il loro stesso ruolo. L’adulto rimane una guida, chiamata a rispettare per prima quelle regole che desidera insegnare.

L’esempio, però, non è un modello da ripetere sempre nello stesso modo. Cambiano i bambini, le famiglie, le culture e le situazioni. L’esperienza che abbiamo maturato ci orienta, ma ogni relazione educativa ci chiede di osservare, comprendere e, quando necessario, modificare le nostre scelte.

È qui che riconosco la fatica di educare: nella disponibilità a vivere le situazioni, ad assumermi le mie responsabilità e a mettermi in gioco mentre aiuto un bambino ad affrontare le proprie difficoltà.


Se queste riflessioni ti hanno fatto pensare a una difficoltà che vivi nella tua famiglia, puoi contattarmi. Possiamo partire da una situazione concreta della vostra quotidianità e riflettere insieme su come affrontarla.

Prevenire con Cura, Supportare con Passione


Scopri di più da #esperienzanarrata

Iscriviti gratuitamente per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.


#esperienzanarrata
Panoramica privacy

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.